Godspeed You! Black Emperor: All that matters is keep on keeping on

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“Suoniamo musica strumentale senza un cantante ma niente cantante/niente testi non equivale a nulla da dire”.  Lungi dal voler percorrere la strada opposta e soffocare con vane parole la musica dei Godspeed You! Black Emperor, ci limitiamo a riordinare le poche idee nell’attesa di bere direttamente alla fonte della loro arte. Questo sarà possibile perché, sì, stanno tornando. “After a decade’s retreat, god’s pee has decided to roll again”: l’inizio di un comunicato troppo vero per essere semplicemente bello, materializzatosi in rete pochi mesi fa; comunicato in cui a seguire vengono esposte, con la solita, pregna concisione, le motivazioni del ritorno. Il pretesto: l’All Tomorrow’s Parties Festival (UK) che cureranno a dicembre, una manciata di date europee e americane. La scintilla, invece, vorremmo credere sia stata quell’urgenza che nemmeno tramite innumerevoli altri progetti (ottimi, con picchi di puro sublime) i ragazzi di Montreal sono riusciti a sopire. “We are, as always, stoked, stubborn and petrified”. Non proviamo a chiedere interviste a Efrim e soci, non parliamo di anarchia e non illudiamoci che siano più insopportabili oggi che in passato il disgusto per la cieca politica, il business e i soprusi ai danni dell’Uomo; né meno ardenti di allora la gioia di vivere gli istanti e il poterla condividere. Le poche spiegazioni sulle loro personali visioni sono state date e in più possiamo star certi che il superfluo stia ancora confinato nel non-detto. Rimane, come distillato, il significante: ad ognuno il privilegio di goderne e di sfruttarlo per arrivare, senza altro tramite che un trasporto totale e scevro da filtri, al proprio significato.

Tutto inizia quasi vent’anni orsono con un trio formato da Efrim Menuck, Mike Moya e il bassista Mauro Pezzente. All Lights Fucked on the Hairy Amp Drooling, una manciata di copie distribuite in formato cassetta nel 1994, è il primo documento a nome God Speed You Black Emperor! (ci sarà un continuo spostamento di virgole e punti esclamativi, poco importa).

Being chaotic but together
“Sicuramente non avevamo mai pensato a registrare degli album che la gente potesse ascoltare davvero”. Per una band dalla line-up instabile, abituata a provare solo in vista dei concerti, delle registrazioni sistematiche rappresentavano un’eventualità lontana e di certo non erano avvertite come una necessità. F# A# ∞ (1997), inizialmente rilasciato in vinile con tiratura di 500 copie dalla neonata Constellation Records, destinata a diventare etichetta indipendente di riferimento, raccoglie materiale risalente al periodo ’93-’97: improvvisazioni incastonate attorno a pochi riff, loop utilizzati in sede live, voci e rumori. L’LP imbriglia il flusso in una forma stabile. Il risultato è accettabile, un’espressione orchestrale che non soffoca le intenzioni dei singoli e si mantiene pulsante. Viene registrato all’Hotel2Tango di Montreal, vecchio magazzino che Mauro ed Efrim avevano contribuito a rendere studio (vi verrà alla luce, tra gli altri, lo strepitoso esordio degli Arcade Fire) nonché spazio utilizzabile da altre band come sala prove e venue per eventi live. F# A# ∞ consta di tre lunghe cavalcate suddivise in sezioni fra loro ben distinguibili. Già vi si riscontrano gli elementi destinati a divenire marchio di fabbrica: la massiccia presenza degli archi, stesi a tappeto oppure elevati a definire e guidare la melodia; voci che fuoriescono dai gracchianti altoparlanti di radio e televisione, inveiscono, immortalano scorci di vita; chitarre ora corpose, un attimo dopo evanescenti. “È stato come costruire un film senza immagini”, dirà il chitarrista David Bryant. Collegamenti più o meno diretti al cinema non mancano, peraltro. L’opener “The Dead Flag Blues” si regge sul disturbante monologo tratto da “Incomplete Movie About Jail”, sceneggiatura scritta dallo stesso Efrim e mai completata. Segue “East Hastings”, fortemente voluta da Danny Boyle per la colonna sonora del suo 28 Giorni Dopo (2002). Da un’intervista in presa diretta su un marciapiede di Providence, nasce invece l’omonima, intensa cavalcata di ventinove minuti. La vena più atmosferica e notturna può rimandare ai Labradford, tra le poche influenze esplicitamente dichiarate, mentre non stupisce che altre sfaccettature abbiano presto spinto più di qualcuno nel tentativo di imbrigliare il sound dei God’s Pee nel post rock. La Kranky vi si imbatte e ne viene stregata, tanto da promuovere una riedizione in CD (1998), con alcune modifiche negli arrangiamenti.

The thing is, the more we go along, the more we compromise
I diversi elementi artistici e compositivi trovano equilibrio e fulgida espressione nei ventinove minuti dell’EP Slow Riot for New Zerø Kanada, registrato con Dale Morningstar nel Gas Station studio di Toronto ed edito nel 1999 da Constellation prima e Kranky poi. Perfetta l’alchimia tra dinamismo e coinvolgimento emotivo, tanto in “Moya” quanto in “BBF3”, nella quale il fantomatico Blaise Bailey Finnegan III dapprima si scaglia contro il governo americano (“… Well… I don’t like the way the country’s run […]”), per poi concludere recitando “Virus” degli Iron Maiden, il cui testo era stato scritto dall’allora vocalist Blaze Bayley, spacciandola per una propria poesia. A suggello del tutto l’artwork, tra i più noti ed efficaci, con i caratteri ebraici in copertina e apertura da sinistra, in senso opposto rispetto al convenzionale. Accolto entusiasticamente dalla critica su entrambe le sponde dell’Atlantico, l’EP consacra i God’s Pee e li spinge sulla rampa di lancio verso un’inattesa notorietà, prime pagine incluse. La band rimane spiazzata e si muove goffamente sotto le luci della ribalta; rare interviste, concesse con riluttanza, contribuiscono ad alimentare la fama di questi nove personaggi schivi, che vedono di giorno in giorno frustrati i tentativi di restare nell’ombra, ai margini di una scena cui non sentono di appartenere. È Efrim ad esporsi maggiormente; ciò fa sì che buona parte delle sue esternazioni debba essere spesa per chiarire che “there’s no one leader of the band”, ognuno dei nove membri (formazione oramai stabile) si occupa di qualcosa di diverso e imprescindibile. “Come spiegare che non vogliamo essere delle rockstar, nemmeno di secondo livello, tramite interviste il cui solo scopo è far vendere di più?”. Si avverte il pericolo di cadere nella contraddizione. Il rapporto con la stampa specializzata si logora ancor prima d’esser nato, emerge un greve senso di incomunicabilità (“it’s like a ridiculous game of broken telephone”) che più tardi spingerà i canadesi a rifugiarsi nuovamente nel silenzio. La musica continua a parlare per loro.

Let’s not talk about rock music anymore
Il 9 ottobre del 2000 la Constellation dà alle stampre il secondo full-length del collettivo; il formato è un doppio vinile (con splendido artwork a cura di William Schaff, lo stesso che curerà quelli degli Okkervil River), il titolo Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven! aka Levez Vos Skinny Fists Comme Antennas to Heaven! Partorito nei precedenti due anni di tour incessante, riscuote un successo ancor maggiore di quanto presagibile ed è tra i primi candidati a dischi chiave del Nuovo Millennio. Seppur distanti anni luce dai lavori coevi, o immediatamente precedenti, di Tortoise, Mogwai ed altri post rockers, questi 85 minuti hanno di fatto l’inconsapevole merito di sconvolgere e ridirigere le coordinate di una scena a loro estranea. Sono invece rintracciabili il filo che unisce l’opera alle dirette antenate e l’evoluzione/estremizzazione di alcuni tratti portanti, che invece le allontana. I tempi sono ulteriormente dilatati, acuito fino quasi alla rottura il contrasto tra inarrestabili crescendo (l’opener “Storm” è una vera e propria tempesta) e vuoti spaesanti. Dopo ogni ondata rimangono ora una chitarra, ora un violino, ora una voce a cullare o tormentare ciò che è sopravvissuto, in attesa che il fronte si ricomponga e la battigia venga nuovamente spazzata. La musica di Lift Yr. Skinny Fists oltrepassa i canoni senza però mirare ad una meta precisa, sorretta e spinta da null’altro che suggestioni; il dito indica altezze irraggiungibili ma l’avanzata è alla cieca, a tentoni. Non tutte le transenne vengono abbattute per atto di ribellione. “We dedicate it to every prisoner in the world”.

Everything is coloured by politics
“La nostra musica non è apolitica. Non credo possa esistere uno stile di vita realmente apolitico”, diceva Efrim. Eppure chi cercasse nella musica dei Godspeed You! Black Emperor chiari riferimenti a fatti e persone di attualità è destinato a rimanere deluso, salvo rare eccezioni (“09-15-00” rimanderà alla data di un’incursione dell’esercito israeliano in terra palestinese). “La cosa migliore che possiamo fare è esprimere ciò che pensiamo, ciò che crediamo sia la politica nel creare musica. […] Idealmente, ci piacerebbe discutere di molte cose oltre che di musica, lasciando quest’ultima inserita nel contesto di più ampie tematiche”. Emergono comunque critiche più o meno velate alla politica americana, esplicite invece nei confronti dell’ “imperialismo post-coloniale, di uno s
tato internazionale di polizia, dell’oligarchia delle multinazionali” (liner notes di Yanqui U.X.O); disappunto per l’incontrastata egemonia del Business e di nuove, pressanti spinte che hanno modificato radicalmente lo stile di vita azzerando la componente sociale, alimentando la chiusura nell’individualismo, nel disinteresse e nella disinformazione. Ma è pur sempre di musica che si parla: “Esiste l’azione diretta ma non è questo che facciamo. Noi, in fin dei conti, stiamo su un palco largo due metri a fare casino”.

A friend of ours said we sounded like the end of the world was coming

“…but there’s also a kernel of hope in there too”. Apocalittica, angosciante, oscura, questi ed altri gli aggettivi che fin dagli esordi hanno accompagnato la musica dei God’s Pee. “Ma ci dev’essere gioia nel confrontarsi con la tristezza e lo spaesamento! Per noi, nella musica che componiamo non c’è solo tristezza, ci sono anche speranza e voglia di resistere nonostante le condizioni avverse, economiche ed emotive. […] Non vogliamo incoraggiare l’auto-compassione; ci piacerebbe che la nostra musica potesse aiutare i nostri amici a stare meglio ogni mattina quando si alzano dal letto”. La tensione permane, irrisolta, nel terzo album in studio che pure presenta elementi di netta discontinuità con il passato. Yanqui U.X.O., rilasciato nel novembre 2002 via Constellation, viene registrato con Steve Albini a Chicago, per la prima volta fuori dal confine canadese; “ruvido, arrabbiato, dissonante, epic instrumental rock”, solo musica, senza field recordings ad interromperne il flusso. Le chitarre salgono in cattedra ma l’approccio corale e l’impatto non ne risentono, il muro è quantomai compatto. Per quanto da alcuni sia stato tacciato di autoreferenzialità e carenza di ispirazione, Yanqui riesce ancora a sballottare l’ascoltatore con i continui schianti di “Rockets Fall on Rocket Falls” e a lenirne mente e orecchie con la delicatezza di “Motherfucker=Redeemer”. Tra le note non c’è spazio per risposte, ancora una volta. Pur con sempre meno parole, qualcosa da dire rimane. Ci eravamo lasciati così.

Stubborn tiny lights vs. clustering darkness forever ok?

F# A# ∞ (1997) 85/100
Slow Riot for New Zerø Kanada (1999) 90/100
Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven! (2000) 90/100
Yanqui U.X.O. (2002) 80/100

 

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