Screaming Trees: For Celebrations Past

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Nella prima metà degli anni Ottanta, alla Ellensburg High School nessuno ascoltava garage rock, punk e musica indipendente. Nessuno tranne Mark Lanegan e i fratelli Van e Gary Lee Conner. La cittadina sorge ad una mezz’oretta da Seattle, in un vero e proprio deserto culturale, tanto da spingere alcuni sociologi statunitensi a scegliere la vicina Spokane per studiare gli effetti della pubblicità su una popolazione completamente schiava della TV. Costretti a conoscersi più dalla totale mancanza di materiale umano che da vera affinità, i tre non diventano mai veri amici. I frequentissimi litigi, conditi da qualche bicchiere di troppo, sfociano spesso in scazzottate che finiscono per dividerli svariate volte durante la loro carriera. I tre infatti, bisticciano ancor prima della fine della scuola, stando lontani per qualche anno. Finché, un bel giorno, Lanegan decide di chiamare Van Conner che proprio in quel momento stava formando una band. Preso il nome di un pedale distorsore, nascono gli Screaming Trees, con Lanegan cantante, Lee alla chitarra, Van al basso e Mark Pickerel alla batteria. Il neonato gruppo non fatica a farsi notare, tanto che il produttore della Velvetone Records Steve Fisk, accortosi subito del potenziale di quei quattro ragazzi, decide di produrre il loro primo lavoro. I primi mesi di sodalizio musicale si concretizzano nell’EP Other Worlds, pubblicato nel 1985 solo su musicassetta. Curiosa miscela di garage rock anni Sessanta, punk e psychedelic rock, Other Worlds costituisce il punto di partenza del cammino degli Screaming Trees. I quattro di Ellensburg dimostrano di aver trovato la loro strada con il primo full lenght, Clairvoyance, uscito a capodanno del 1986 e prodotto ancora dal buon Steve Fisk. L’anno successivo, forti di questi due lavori di transizione, consegnano una demo a Greg Ginn, chitarrista dei Black Flag nonché proprietario della SST Records, indubbiamente una delle etichette indipendenti più cool del periodo. Ginn decide di metterli sotto contratto per tre album e una antologia.Il biglietto da visita con cui gli Screaming Trees si presentano nel circuito indie statunitense è intitolato Even If and Especially When, rilasciato nel 1987. Si tratta di un lavoro ben riuscito, grazie ai miglioramenti tecnici dei ragazzi e ad una più accurata produzione, con degli ottimi momenti con “Transfiguration” e “Cold Rain”. L’importanza di quest’album va al di là del contenuto musicale, poiché grazie al tour di supporto la band comincia a suonare in tutto il Paese e a farsi una certa fama tra il pubblico americano. Sempre nell’87 la SST pubblica la riedizione su cd dell’EP Other Worlds. L’anno successivo è la volta di Invisible Lantern, che prosegue sulla stessa strada del suo predecessore senza grandi stravolgimenti, ma a conferma del fatto che gli Screaming Trees hanno ormai trovato la loro strada, e soprattutto che hanno deciso di seguirla, giusta o sbagliata che sia. Le composizioni dei fratelli Conner divengono man mano più complesse, più ricche, e contemporaneamente la voce di Lanegan comincia ad imporsi fino a prendere il sopravvento in canzoni memorabili, su tutte “Grey Diamond Desert” e la stessa “Ivy”, che apre Invisible Lantern. Poco tempo dopo, a causa dell’ennesimo litigio Van Conner lascia la band, che si trova davanti ad un concreto rischio di scioglimento. A sostituire Van arriva l’eroina della scena queercore Donna Dresch con cui i Trees registrano un nuovo album. Il fato vuole che a causa di un passaggio di proprietà dello studio di registrazione, il master delle canzoni con la Dresch va perduto e sparisce senza lasciare traccia alcuna. A questo punto Van torna sui suoi passi ristabilendo la lineup originale, e con la regia del grande Jack Endino, chitarrista degli Skin Yard e produttore molto attivo in ambito grunge, registrano Buzz Factory, ultimo studio album con l’etichetta SST. Buzz Factory costituisce il punto di arrivo della produzione degli anni Ottanta di Lanegan & Co. L’alchimia tra i quattro componenti ormai funziona a meraviglia, e lo dimostrano tracce come “Black Sun Morning” e “Subtle Poison”, per non parlare di “Where the Twain Shall Meet”, finita poi anche nella raccolta appena successiva. Se c’è un’opera da riscoprire e da ben considerare quando si fa la solita classifica dei migliori album dell’era grunge, quella è proprio Buzz Factory. Assieme a Bleach e ai primi singoli dei Mudhoney, è senza ombra di dubbio il miglior esempio proveniente dalla scena di Seattle nei tardi anni Ottanta.  Seguirà la raccolta curata dalla SST e intitolata Anthology: SST Years 1985-1989, che riassume la storia della band di Ellensburg dai primordi fino a Buzz Factory, e costituisce un vero capolavoro, per quanto si possa definire tale una collezione. Essa ci restituisce con ben altro fasto tre tracce dall’EP di esordio Other Worlds e contiene sei tracce da ogni album del periodo SST per un totale di ventuno pezzi: anche l’ascoltatore più distratto, in teoria, dovrebbe notare che la produzione anni Ottanta degli Screaming Trees non ha nulla da invidiare a quella successiva, più gradita a pubblico e critica solo perché accompagnata dal punto di massima esposizione mediatica del movimento grunge e distribuita da un’etichetta major. Dopo un breve intermezzo alla Sub Pop, con l’uscita dell’EP Change Has Come nel 1990 – peraltro divenuto di culto nella sua versione in vinile – avviene il passaggio alla gigantesca Epic Records, che sta cercando di mettere sotto contratto tutti i grandi nomi del Washington State. Nell’EP figurano quattro grandi canzoni (cinque nella seconda edizione, in CD), fra cui spiccano la titletrack e soprattutto la psichedelica “Time Speaks Her Golden Tongue”, potenzialmente da considerare in una top 5 del gruppo. L’assalto al grande pubblico avviene con Uncle Anesthesia, rilasciato nel Gennaio del 1991. Le premesse per far bene non mancano: coprodotto da un Chris Cornell ancora nel pieno possesso delle proprie capacità, che ci mette anche la voce in tre tracce, l’esordio con una major risulta più facile rispetto ai lavori precedenti. Nonostante “Bed of Roses” sia diventata una minor hit raggiungendo il ventitreesimo posto nella Modern Rock Chart del periodo, il successo commerciale tanto agognato non arriva. La scelta di Van Conner di suonare il basso in tour coi Dinosaur Jr. invece di supportare la nuova creatura in un tour americano rappresenta la prima grande occasione mancata dagli Screaming Trees. Infatti, nello stesso anno, Nevermind dei Nirvana riscuote un successo commerciale enorme quanto inaspettato e porta il cosiddetto grunge al massimo della sua popolarità. Connotazione più geografica che musicale, questo nuovo non-genere raccoglie a sé band molto diverse tra di loro, talvolta unite solo da un comune intento artistico. Con i Nirvana ad asfaltare la strada per gli altri gruppi di Seattle e dintorni, il successo mediatico è assicurato. Prima dell’inizio dei lavori per il sesto album, il buon Mark Pickerel decide pacificamente di andarsene per la sua strada al fine di dedicarsi a numerosi side project senza avere particolare successo (a parte, ovviamente, il colossale Whiskey for the Holy Ghost di Lanegan). A sostituirlo arriva l’ex Skin Yard Barrett Martin, musicista eccezionale e soprattutto in grado di aumentare le varianti sonore della band. Nel 1992 esce Sweet Oblivion, con cui gli Screaming Trees conquistano ciò che più si avvicina a un vero successo commerciale. Trainato da “Nearly Lost You” – presente anche nell’arcinota colonna sonora di Singles e suonata dal vivo addirittura da Letterman – Sweet Oblivion vanta alcuni degli apici assoluti della band, fra cui la ballata di Do maggiore “Dollar Bill”, e certamente l’incisività rock di pezzi come “Butterfly” e “Shadow of the Season”. Se mai il grunge ha significato qualcosa, canzoni e soprattutto sonorità come quelle di questo album ne sono uno degli esempi più tipici. Forse proprio “Nearly Lost You”, col suo assolo in wah-wah e la melodia di facile presa, rimarrà come il brano più noto del gruppo. O per meglio dire, l’unico. Il disco riesce a vendere più di trecentomila copie: non male, ma neanche quanto sperato, tanto che i dissidi tra i quattro si inaspriscono violentemente, e subito dopo la fine del tour la band entra in una fase di stallo per alcuni anni, in cui tutti i membri si dedicano a svariati side project. Ma, soprattutto,  viene mancata la seconda e più grande occasione per fare un ulteriore salto in alto: non aver avuto nessuna uscita nel 1994, anno dello sparo di Cobain, per loro che fino a questo momento erano stati molto concreti e puntuali, significa la fine dei sogni di gloria.
Mark Lanegan, combattendo le sue dipendenze da alcol e droghe, registra il suo secondo album da solista Whiskey for the Holy Ghost (1994), un lavoro dove la sua personalità musicale traspare come mai aveva fatto in alcun album precedente. Le tematiche religiose già presenti nei testi degli Screaming Trees accompagnano il lento ma omogeneo fluire delle tracce, dando vita ad uno dei migliori dischi di cantautorato folk rock del decennio. Lanegan, in questa sede accompagnato da Pickerel e da membri dei Dinosaur Jr, se ne accorge, e la vita artistica effettiva degli Screaming Trees avrà i mesi contati.
Van Conner aveva dato vita ai Solomon Grundy, rilasciando due album ben presto trascurati. Gary Lee invece, coadiuvato dal frat
ello Patrick Conner alla batteria, avvia il progetto Purple Outside per coltivare ulteriormente l’anima psichedelica che lo guida, ma anche lui senza riuscire a lasciar traccia. Se vendono poco i Trees, figuratevi i side project dei loro componenti che, per usare un eufemismo, non sono certo dei fotomodelli da copertina.
Diversa la storia per Barrett Martin, che unendo le forze con il leggendario Layne Staley, con il chitarrista dei Pearl Jam Mike McCready e con il semi-sconosciuto bassista John Baker Saunders, dà vita ai Mad Season, il supergruppo grunge meglio riuscito assieme ai Temple of the Dog. L’album si chiama Above e arriva nello stesso anno dell’omonimo degli Alice in Chains. Viene accolto da ottime critiche e, soprattutto, col passare degli anni e col triste passare dei suoi protagonisti, diviene uno dei dischi di maggior culto per gli appassionati della musica rock proveniente da Seattle. Lanegan, che vi partecipa in due splendidi brani e che compare nel video registrato allo storico teatro Moore, avrebbe dovuto sostituire Staley nel secondo episodio della saga. Si dice che abbia anche registrato qualcosa con McCready intorno all’anno 2000, salvo poi abbandonare definitivamente l’idea, forse anche in segno di rispetto per chi non avrebbe potuto parteciparvi.
Gli Screaming Trees decidono di riprovarci, arricchiti dalle esperienze dei side projects e forti della collaborazione col produttore George Drakoulias. Registrano il loro settimo e ultimo album, per altro ricco di comparsate eccellenti. Oltre alla chitarra del già citato Mike McCready (presente in “Dying Days”), troviamo la voce di Chris Goss, uno dei padri dello stoner rock. Inoltre, Josh Homme, già mente degli appena sciolti Kyuss e futuro leader dei Queens of the Stone Age, accompagna la band per tutta la durata del tour. Dust esce nel Giugno del 1996, troppo tardi per eguagliare il successo degli altri giganti del grunge come Alice in Chains o Pearl Jam, ma non per regalare ai fan un altro ottimo album. Rivolto al folk e al blues più che alla psichedelia, l’ultimo lavoro degli Screaming Trees dimostra che tutti i musicisti coinvolti hanno ancora molto da dire, al contrario di una gran fetta dei loro conterranei. Per qualcuno è il loro disco migliore, di certo è quello di più facile fruizione e forse meglio invecchiato. Si segnalano particolarmente la suadente “Look at You”, esempio di heavy ballad perfetta per tutto il morente movimento, “Sworn and Broken”, col suo inatteso quanto imponente assolo di organo, quando chiunque se ne sarebbe aspettato uno di chitarra, e la furia di “Witness”, probabilmente il pezzo rock meglio riuscito dell’intera discografia degli Alberi Urlanti, assieme a “Nearly Lost You”. Terminato il tour, i quattro decidono di dedicarsi di nuovo ai rispettivi progetti: Lanegan pubblica Scraps at Midnight, continuando con profitto la sua carriera da solista. Barrett Martin fonda i Tuatara assieme a Peter Buck degli R.E.M., inizialmente concepiti per comporre colonne sonore ma poi divenuti una band strumentale.
Dopo un concerto di apertura per il Seattle’s Experience Music Project svoltosi il 25 Giugno del 2000, gli Screaming Trees annunciano lo scioglimento ufficiale. Tra i migliori gruppi della scena di Seattle, non sono mai caduti in basso come molti loro contemporanei. Saggiamente hanno deciso di usare le proprie energie per altri lavori, con più o meno successo, ma sempre con coerenza e impegno. Se c’è una band del periodo grunge da riscoprire, sia nella sua versione dei Novanta che soprattutto agli esordi indipendenti degli Ottanta, quella corrisponde al nome Screaming Trees.

 

Discografia minima consigliata:
Buzz Factory (1989) 80/100
Sweet Oblivion (1992) 80/100
Dust (1996) 80/100
Anthology: SST Years 1985-1989 (1991) 80/100

Per approfondire:
Other Worlds EP (1985) 65/100
Even If and Especially When (1987) 70/100
Invisible Lantern (1988) 70/100

Uncle Anesthesia (1991) 70/100
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