The Libertines: What Became of the Likely Lads?

articolo di

“I   get along just singin’ my song, people tell me I’m wrong. Fuck ‘em!”

Sembra che i boys in the band si siano finalmente riconciliati, e dopo anni abbiano deciso di tornare sul palco di due tra i più importanti festival europei, per la gioia dei fan. I Libertines hanno infatti annunciato il 29 marzo scorso che quest’anno saranno di supporto agli headliner Arcade Fire ai festival di Leeds il 27 agosto e al festival di Reading il 28. La notizia potrebbe passare piuttosto inosservata qui in patria, ma chiunque si sia trovato a passeggiare per le strade di Londra, Manchester o Stratford-upon-Avon non potrà non aver sentito fan esagitati discutere la novella. Infatti, chiunque si trovi in terra anglosassone dai 2000 a questa parte, buttando un occhio alle vetrine dei mediastore inglesi o ascoltando i discorsi degli appassionati di musica, non può non aver notato la presenza preponderante e quasi mistica dei Libertines, considerati da anni in Terra d’Albione come un gruppo talmente fondamentale nella storia dell’isola da aver cambiato il modo di fare musica delle band rock inglesi. Non si può più parlare di britrock post-2003 senza nominare Barat e Doherty, senza almeno accennare al lascito che questi due (in verità quattro) ragazzi hanno consegnato con solo due album e una manciata di altre canzoni ad un’intera generazione di aspiranti rockettari con i jeans attillati, i cappelli a falde scuri e l’accento marcatamente british.

 

Purtroppo, dopo i primi, esplosivi anni, Doherty, vittima dei tabloid inglesi assetati di gossip, con una serie di mosse del tutto non condivisibili ha contribuito notevolmente a distruggere la propria immagine, immedesimandosi forse troppo nella figura del rocker drogato e maledetto. Senza contare che sebbene Doherty abbia vissuto un po’ di eredità con i Babyshables, le cui prime canzoni sono state composte mentre i Libertines erano ancora in vita, sia lui che Barat con i Dirty Pretty Things nel loro lavoro post-Libertines non hanno saputo replicare l’eccezionalità di canzoni come “Time for Heroes” o “What Became of the Likely Lads”. Tuttavia, il successo e l’influenza dei cinque anni di Libertines sono rimasti intaccati. O almeno così è in UK, perché in Italia – ahinoi – la situazione è molto diversa. Le radio non passano i singoli di Up the Bracket, la gente non usa le lyrics di Doherty per mandarsi messaggi e biglietti d’auguri. E non mancano fan dell’ultima ora di britrockers quali Arctic Monkeys, The Fratellis, The Kooks e simili che non conoscano, o addirittura disprezzino, il lavoro dei quattro Libertini, a cui le suddette band si ispirano dichiaratamente.

La storia dei Libertines inizia prima del millennio corrente, esattamente nel 1997, quando tre giovani e inesperti ragazzotti condividono un appartamento a Londra e decidono di formare una band che intitoleranno prendendo spunto da uno dei romanzi più celebri del Marchese De Sade (“Les 120 journées de Sodome” anche conosciuto come “L’école du libertinage”). La letteraratura sarà infatti uno dei temi portanti e una delle fonti principali d’ispirazione per i due frontman, che citeranno poesie inglesi alla consegna di awards e durante i concerti e nomineranno ripetutamente William Blake, Emily Dickinson e Thomas Chatterton tra i loro punti di riferimento. Ci vorranno però alcuni anni di piccoli concerti nei pub londinesi e tra gli amici nonché vari cambi di formazione – che però ruoterà sempre attorno alla coppia Doherty/Barat – prima che la band venga notata da NME e, sulla scia del garage revival iniziato dagli Strokes, arrivi a firmare con la Rough Trade. E’ però paradossalmente questo il periodo più roseo della band, in cui Barat e Doherty – non ancora scalfiti dalla tossicodipendenza di Peter – scriveranno gran parte delle canzoni incluse nel successivo primo LP Up the Bracket, che uscirà solo nel 2002 forte della produzione di Mick Jones dei Clash.

Prima di dell’LP d’esordio, però, la band  aunto-produce Legs XI, un EP del 2000 spesso dimenticato ma essenziale per conoscere fino in fondo la sfaccettata poetica dei Libertines. In anticipo di due anni rispetto al debutto, le otto canzoni contenute in Legs XI – registrato nella speranza di ottenere un contratto con una casa discografica – viaggiano su alti livelli e sono diventate di culto fra gli appassionati. In mezzo ad alcune demo, troviamo infatti almeno tre dei migliori pezzi firmati Barat/Doherty: “Hooray for the 21st Century”, con i Clash a fare capolino nelle ritmiche, “Love on the Dole” con il bellissimo duetto di chitarre che tornerà utile ad Alex Turner degli Arctic Monkeys ed “Anything But Love” con quell’inizio così reminescente dei Feelies di Crazy Rhythms. Insomma, si può tranquillamente affermare che, sebbene un po’ ruvido, Legs XI contiene in nuce tutte le dimensioni dei libertini, e completa perfettamente la loro esigua discografia.

Nel 2002 finalmente vede la luce  Up The Bracket (espressione colloquiale usata da un comico inglese per indicare un “pugno alla gola”) che già dal titolo si presenta come marcatamente inglese, proponendo alcuni dei temi più cari ai quattro Libertini, e cioè la loro britishness e la ricerca di una mitologica “Terra d’Albione”, una specie di età dell’oro non contaminata dall’americanismo e dalla volgarità. In Time for Heroes, probabilmente una delle loro canzoni più popolari e rappresentative, Pete infatti si dispera: “There are few more distressful sights than an Englishman in a baseball cap”. Purtroppo l’ideale è ben più lontano di quanto sembri, infatti già durante la registrazione dell’album iniziano per Doherty i problemi di abuso di sostanze stupefacenti, che lo rendono irascibile e imprevedibile, e che creano tensioni e litigi frequenti nella band, soprattutto tra i due frontman. Questo non impedisce tuttavia ad entrambi di scrivere insieme, durante il tour americano, un’altra manciata di canzoni molto interessanti, che diventeranno poi i primi singoli dei Babyshambles. Tuttavia, al ritorno in patria le tensioni si acuiscono, Doherty inizia a suonare guerilla gigs senza Barat (questi show improvvisati nei luoghi più impensati sono una caratteristica saliente della band, che continuerà a farene per tutta la sua breve carriera), e si scontra spesso con Bernard Butler, produttore del loro quarto singolo “Don’t Look Back into the Sun”. La canzone ironicamente ha un testo che sembra riassumere tutta la vita di Doherty, il quale, in duetto con Barat , ricorda: “They’ll never forgive you but they won’t let you go”.

A questo punto la tensione tra i due è alle stelle, al punto che Peter arriva ad entrare in casa di Carl per derubarlo, e per questo verrà arrestato e passerà due mesi in carcere, mentre il gruppo continuerà il tour e gli impegni presi senza di lui. All’uscita di Doherty dal carcere, la band sembrano all’apice del successo: i loro show sono tutti sold-out, NME li consacra a divi del rock e le tensioni tra i due leader dei Libertines sembrano momentaneamente messe da parte dopo i tristi incidenti appena occorsi. Eppure, l’idillio dura ben poco. I quattro tornano in studio per registrare un nuovo album – sempre con Mick Jones in cabina di produzione – ma Doherty torna alle sue abitudini di tossicomane: non si presenta, regala scenate tutt’altro che ammirevoli, e il rapporto tra lui e il resto della band si incrina definitivamente, tanto che Doherty lascerà lo studio di registrazione prima del completamento dell’album, e non vi rimetterà più piede con il resto dei Libertini.

Nonostante le difficoltà, nel 2004 la band riesce a far uscire il secondo album omonimo. Doherty diventa completamente intrattabile e tenta senza successo la strada della riabilitazione prima in patria e poi addirittura in Tailandia, tanto da costringere Barat ad impedirgli di suonare con i Libertines una volta per tutte finché non si sia disintossicato completamente. Tuttavia nel frattempo Doherty è riuscito a mettere in piedi e ad avere un discreto successo con i Babyshambles, quindi decide egli stesso di non tornare coi Libertines che, dopo aver promosso l’album senza di lui, suoneranno un ultimo concerto di addio a Parigi nel dicembre 2004 e si scioglieranno quello stesso anno. Tuttavia anche The Libertines resterà nella memoria collettiva inglese, e soprattutto resterà forte nel’immaginario rock l’emblematica foto di copertina, che ritrae i due frontman abbracciati in un gesto di tenerezza, in cui Barat sembra voler proteggere Doherty, mostrando il tatuaggio “Libertines” fatto alcuni anni prima in America. La foto, che verrà definita da Anthony Thornton “one of the most iconic rock images of the last decade”, prelude al tono e alle liriche tormentate di questo secondo album. Infatti Doherty scrive canzoni come “Music When the Lights Go Out”, “Road to Ruin” o “What Became of the Likely Lads”, dal tono dimesso e alquanto nostalgico, che ben rappresentano la situazione di rottura e ambivalenza del rapporto tra lui e Barat: “And alarm bells ring when you say your heart still sings when you’re with me. Won’t you please forgive me? But I no longer hear the music”.

Up the Bracket e The Libertines non devono tutto esclusivamente ai Clash, che sono comunque una pare importante del suono della band, complice come abbiamo visto la produzione di Mick Jones. Ci sono almeno altri due grandi nomi inglesi a cui possiamo ricondurre alcuni tratti distintivi degli album e della band in generale: i Suede e i Manic Street Preachers. Dai Suede, i Libertines ereditano la passione per Johnny Marr – Doherty dichiarerà di aver iniziato a suonare grazie agli Smiths – e la produzione di Bernard Butler sul primo singolo “What a Waster” e su alcuni dei successivi. Ne prendono simbolicamente il posto nella memoria collettiva della nuova generazione di appassionati di musica inglese, questo è uno dei loro grandi meriti. Sono loro la next big thing per la stampa britannica, come lo furono i Suede in un’epoca che appare oggi meno lontana che mai. Doherty e Barat si abbandonano ai litigi, agli eccessi di droga e alcool e ai gossip, cavalcando le ambiguità della poetica, il  rapporto amore-odio, la sensualità marcata e la sessualità androgina di Brett Anderson. Dei Manic Street Preachers, invece, i Libertines sembrano riproporre quella furia e quel coraggio di osare che solo con Richey Edwards al timone il gruppo gallese sembrava avere. Si fanno carico delle contraddizioni che i Manics hanno messo da parte con la scomparsa di Richey, e insistono con le provocazioni e il sensazionalismo per scatenare reazioni da parte del pubblico e della critica. Osano in più di una direzione, generando aneddoti e dicerie, e aprendo la strada per il gossip che a lungo distruggerà Pete Doherty riducendolo a brutta fotocopia di quello che era stato. Con gli Strokes, con cui divideranno il palco in più di un concerto, i Libertines definiscono coordinate nuove per la musica inglese. In contrapposizione all’avvento del nuovo garage americano, i Libertines ci consegnano una nuova forma di britrock, che parte dal garage per staccarsene ben presto. Ripartono dalle ceneri di quanto lasciato dai grandi nomi dei ’90 d’oltre Manica e recuperano quello spirito giovane, ingenuo e scatenato che aveva marchiato a fuoco gli esordi dei Suede e dei Manic Street Preachers.

Per concludere, possiamo affermare con sicurezza che il seminale lascito dei Libertines alla musica inglese contemporanea meriterebbe decisamente maggiore attenzione, non solo perché in patria la band e le sue travagliate vicende sono a tutt’oggi fonte di infinite chiacchiere tra gli appassionati, ma soprattutto perché l’ascoltatore attento che vi si avvicini con curiosità e interesse potrà riconoscere in loro la chiave di accesso ad un decennio di rock britannico.

 

 

di Giulia Brazzale e Manuel Uberti

Social