Martin Grech: le metamorfosi dell’artista anglomaltese

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Open Heart Zoo. Il primo disco preannuncia pressoché tutta la poetica sonora e lirica del giovanissimo Martin, altma fallisce nell’ottenere visibilità presso critica e pubblico, apparendo da subito come una manciata di canzoni fuori da qualsiasi logica e contesto. Troppo sofisticato, troppo involuto nel veicolare immaginari che saranno resi al meglio nel lavoro successivo. Non che manchi di fruibilità radiofonica, perché non è quella la via ricercata e perché si può certamente sostenere un albo giocato più sulle trame e sull’atmosfera dell’insieme che sulle singole melodie: il punto è che Open Heart Zoo non sembra avere un’omogeneità di fondo in grado da renderne perlomeno chiari gli intenti. I pezzi migliori sono l’elettroacustica “Penicillin” e il singolo “Push”, che sanno tanto di The Bends, ma che rimarranno numeri piuttosto isolati nella produzione dell’artista. Certo, sempre meglio che sorbirsi i Muse di Showbiz, ma troppo difficile da far capire.
altUnholy. Il secondo album del prodigioso Martin Grech è piuttosto differente dall’esordio. Si tratta di un’opera onirica, sofferta, industriale, sinfonica, malata, misteriosa, angosciante in cui per una volta, il paragone con Jeff Buckley è tutto fuorché fuori causa, seppure le sonorità siano evidentemente distanti. Con l’ulteriore differenza che Martin non ha alle spalle un Andy Wallace in sede di produzione, né illustri musicisti ad aiutarlo in studio: fa quasi tutto da solo, come un giovane Trent Reznor, e stupisce per la limpidità della visione artistica oltre che per l’innegabile perizia tecnica. Diremo di più: l’epica “Holy Father Inferior” supera abbondantemente qualsiasi composizione dello sfortunato Buckley figlio,mentre la mistico-gregoriana “Venus” annuncia l’avvicinamento al successivo capitolo March of the Lonely. Ma Unholy in fondo ha qualcosa di più, seppure non totalmente omogeneo nella qualità dei suoi nove pezzi. L’industrial rock dei Nine Inch Nails nel singolo “Guiltless” e nella confusionaria “I Am Chromosome”, il racconto notturno e gotico di “Erosion & Regeneration”, il respiro goyano che impregna il tutto di mistero, sin dalla copertina e dallo splendido artwork di corredo ad un lavoro che non si compiace mai in melodie troppo facili. Peccato che in pochi ne comprendono la portata artistica: Unholy, così come il suo predecessore, è un altro fiasco commerciale che impone alla Island di avvisare il ragazzo – che nel frattempo sta già pensando ad un nuovo disco – che così non si va da nessuna parte. La proposta della casa madre è quella di ripubblicare Unholy con l’aggiunta di due dei pezzi nuovi, in modo da riprovare a farsi notare con gli stessi espedienti. Martin che quell’album l’aveva concepito così com’era, non ne vuole sapere e sceglie la rescissione del contratto con la Island.
altMarch of the Lonely. Martin sembra rimasto solo e abbandonato a se stesso. Come da titolo, si tratta di un album persolitari, intimo e notturno come un canto alla luna o un soliloquio di fronte ad una platea di stelle. Probabilmente March of the Lonely fallisce nel farsi ricordare per melodie che avrebbero potuto essere più curate, fatte salve un paio di canzoni come l’austera “Kingdom” o la rurale “The Giving Hands”. E’ tuttavia così volutamente spoglio e ridotto all’osso perché l’unica protagonista deve essere la voce. Non c’è ricerca del ritornello, non c’è neanche un vero punto di contatto coi pezzi acustici di Unholy quindi, da cui è ostentatamente dissimile. Privo di qualsiasi posa o pretesa di elevare la dignità dell’uomo con la propria arte, è di fatto il Pink Moon di Martin Grech, un artista non ancora arrivato a destinazione, ma che errando va alla ricerca del suo vero pubblico. Fatevi trovare.
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