Afterhours: la gente sta male

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All the Good Children Go to Hell (1988) Il primo album parte sempre prima dal cuore e poi dalle orecchie. Sei tracce, trenta minuti di rock acerbo, scritto e cantato in Inglese con tanto di cover dei Creedende Clearwater Revival (“Green River”). Per essere un album di fine anni ’80 può sembrare anacronistico dire che nell’attacco di “Midnight Booze” c’è qualcosa dei Nirvana, ma in una dimensione post punk alternativa in cui si usa molta immaginazione, tutto è possibile. Curiosità: la canzone che dà il nome all’album è inserita in Oracolo, compilation che la Toast Records dedica alla psichedelia italiana. 65/100
During Christine’s Sleep (1990) Cupo, arrabbiato, esigente. Un album che richiede attenzioni come una donna che va capita. Le linee musicali riprendono la scia dell’album precedente, la formazione è la stessa, ad eccezione della batteria: Roberto Girardi al posto di Max Donna. Altro cambiamento l’etichetta: La Vox Pop per la Toast Records. Dieci tracce tutte in un Inglese ruvido dal quale le parole escono e si soffocano in un chiaroscuro introspettivo. Lo stesso che emerge anche negli arrangiamenti tendenti ad un goth simil Joy Division / Bauhaus. Anche in questo caso, però, siamo nel territorio del ‘periodo ipotetico’. 55/100
Pop Kills Your Soul (1993) Ultimo arrivato della trilogia inglese. Un trampolino di lancio sugli anni ’90 e sulla piena maturità-consacrazione della band. Ennesimo anacronismo: Smash Mouth? Anticipatori? O forse semplicemente sono reminiscenze ingannatrici. Il terzo album mette a fuoco i punti forti degli Afterhours e inizia a gettare le basi per mascherare i punti deboli. Equalizzazione equilibrata. Voce più chiara. Volume degli strumenti più controllato. Arrangiamenti meno istintivi; quel pizzico di razionalità che non guasta. “Coalitions” pezzo speciale di un album che di dieci tracce ha due cover: “On Time” dei Bee Gees e “Hey Bulldog” dei Beatles. 68/100
Germi (1995) Primo album in Italiano. Parola chiave: seme. Che poi a pensarci bene è una specie di sinonimo di germe. Il germe della prima sperimentazione pop, della filosofia Afterhours: melodia più rumore, dello scantinato in cui immaginare i primi Litfiba riflessi nello specchio denso del fumo di sigaretta. Capolavoro: “Dentro Marilyn”. Potenza, corrosione, sussurri e distorsioni. Ultimo lavoro con la Vox Pop, lasciata con un omaggio a Rino Gaetano (versione stravolta di “Mio fratello è figlio unico”). Il cut up dadaista dei testi porta inevitabilmente alla stessa tensione sessuale provocata dai CSI con “Del Mondo”. Orgasmo sensoriale: “Chiavo la mia mente“. 79/100
Hai paura del buio? (1997) Pietra miliare. Già dall’album precedente si poteva arrischiare un accostamento con i Velvet Underground e i Marlene Kuntz. Un disco dolce-amaro, armonico-angosciato, poetico-decadente. Ossimoro seriale, sottile e delicato. Ennesimo cambio di etichetta: Mescal. Irriverente e sarcastico con spruzzate punk e singoli grunge (“Male di miele”). Opera omnia in tutto e per tutto, anche nella vitalità espressiva: ben diciannove tracce. Agnelli parla con se stesso ammettendo: “Hai la rivoluzione in te“. Ha ragione, perché questo album crea dipendenza e lo conferma anche l’acclamazione ricevuta da oltreoceano. 82/100
Non è per sempre (1999) Angoscia da nottambulismo. Crollo delle certezze. Album tremendamente attuale: “Non accontentarmi della mediocrità che mi proponi“. Pensieri generazionali e svergognatamente pop, ma è una piega necessaria, un po’ come la poesia del Novecento che si è fatta prosa. Afterhours canticchiabili e un po’ più popolari, ma resta comunque il fascino di canzoni come “Milano circonvallazione esterna”, che sperimenta nei meandri dell’elettronica, la stupefacente “Oppio” e la sbalestrata “Oceano di gomma”. Sprazzi di ritornelli reiterati simil-Verdena. Il bugiardino dell’antidolorifico recita: “Tutto fa un po’ male” 72/100
Quello che non c’è (2002) Ancora una volta domina l’assenza. Passato l’anno 2000 il primo pensiero è che Agnelli abbia fatto un corso di dizione. Misura le parole e rinuncia al cut up. Rispetto al ritmo degli album precedenti, gli strumentali finali vengono un po’ a noia, ma l’elettronica e il brit rock aggiustano il tiro. Primo lavoro senza il chitarrista Xabier Iriondo Gemmi, ma l’utilizzo del theremin vale il prezzo del biglietto. Disco completo, senza transizioni. Il singolo “Sulle labbra” scala tutte le classifiche, ma “Bye Bye Bombay” ha tutto il fascino della poesia orientale. Raccomandazione: “Non si può giocare con il cuore della gente“. 78/100
Ballate per piccole iene (2005) Componente fondamentale del gruppo è il coraggio. In questo caso anche il mixaggio (con Greg Dulli – Twilight Singers). “Ora che sei vera, sai la verità“; in ogni vita si arriva a un punto in cui si scavalla il confine della maturità, ci si guarda indietro e prende forma il percorso. Album di sfaccettature a partire dalle quattro copertine diverse con le sagome dei componenti insieme alle rispettive compagne. Esplicita rassegnazione in contrapposizione ad una venatura di tenerezza passionale: “È la fine, quella più importante“. Disillusione adolescenziale, waste land musicale, eleganza orchestrale. “La vedova bianca” eccezionale. 70/100
I milanesi ammazzano il sabato (2008) “Morire oppur rivivere?” chiede Agnelli ne “I milanesi ammazzano il sabato”. Vent’anni dopo il primo album i riff di chitarra sono puliti e la voce è limpida in primo piano. Il marchio di fabbrica del palm mute ritorna ciclicamente, così come le distorsioni, ma c’è anche la transizione, l’embrione del cambiamento. Magistrali le partecipazioni di Greg Dulli (ex Afghan Whigs), Brian Ritchie (Violent Femmes), Cesare Malfatti (Amor Fou) e Josh Parish (P.J. Harvey). Scerbanenco musa ispiratrice di un album (l’ennesimo) che parla dell’assenza. “Anche il Paradiso può essere un Inferno“. Promemoria: shakespeariani. 50/100
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