Slowdive: The Clouds Come Round Again

Le raccolte di b side diventano spesso una sorta di greatest hits per intenditori. Altre volte, però, sono dei prescindibili tentativi di chiamare all’adunata i fan più devoti, magari stuzzicando anche gli ultimi iniziati. Nel caso di The Shining Breeze ci troviamo di fronte a piccoli e grandi gioielli che aiutano a riscoprire ed approfondire la storia di uno dei gruppi più influenti degli anni Novanta e – ci sentiamo di dire – uno dei più affascinanti di tutti i tempi: sono gli Slowdive da Reading, Berkshire. Quanto fatto dall’etichetta Cherry Red è proprio questo: uno splendido filo di perle che permette di rivivere (a chi non ha la fortuna di avere tra i propri scaffali l’eccellente Catch the Breeze o le riedizioni con i bonus disc di Just for a Day e Souvlaki) il sogno pop di Neil Halstead e Rachel Goswell.

altAccade che alcune strade vadano ad intersecarsi in un sol punto. Il miglior punto possibile, direbbero alcuni. Gli Slowdive sono la scia luminosa, eterea e multisfaccettata che ha origine in questa intersezione. Due ragazzini, amici dalla tenerissima età, vogliono fare musica insieme. Ciò che vogliono creare non è solo il risultato dei loro ascolti, né il prodotto del loro contesto. Vogliono di più. Amano i Cure e la musica classica, i Cocteau Twins e il punk londinese, ovviamente i Velvet Underground. Ma soprattutto, hanno le spalle poggiate ad un muro di suono appena costruito. Si tratta dello shoegaze – benedizione e malocchio della loro carriera – ben rappresentato in quegli anni da Isn’t Anything e The Comforts of Madness principalmente, ma anche dai primi vagiti dei Ride. Questi ultimi, assieme ai My Bloody Valentine, costituiranno una prima influenza nella produzione della band, principalmente per via del background culturale di due membri entrati nei primi anni di vita della formazione, il chitarrista Christian Savill, all’epoca redattore di una fanzine sulla band che avrebbe composto l’album più importante degli anni Novanta, e il batterista Simon Scott (a partire dal terzo EP, Holding Our Breath), proveniente da un gruppo spesso spalla dei Ride.

 

“I’ve listened to a lot of classical music, and I think that’s been the biggest influence on me. Most rock music is really bland – just a reaction to a beat. It’s the kind of thing that you don’t really listen to when it comes on. You just sort of move to it when you’re drunk. I wanted to create music that you can really listen to and be moved by”.

 

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Queste le parole di Halstead in un’intervista ad Alternative Press datata 1992. Da questi pochi dati possiamo intuire quindi il vero legame tra la sua musica e il rock, e quindi lo shoegaze in particolare. Influenza, ambiente in cui nascere ed evolvere, non molto di più. Canzoni come “Slowdive”, “Morningrise” o “Shine”, presenti nel primo disco di The Shining Breeze e provenienti rispettivamente dai primi tre EP della band, rendono evidenti non solo le radici shoegaze, ma anche (col senno di poi è più semplice) il loro futuro distacco da quell’ambiente. Il gruppo sarà infatti destinato, con le sue intuizioni di rara e mai irruenta urgenza espressiva, a risultare prototipo per infiniti successori (e sostenitori). Un’epifania sognante e stralunata rintracciabile in particolar modo nei Sigur Rós (il legame tra Agætis Byrjun e Pygmalion è lampante), nonché in buona parte della scena gothic e post rock in generale.

 

altI primi EP sono un mezzo successo di critica, che vede nella band l’ideale contraltare all’aggressività rock. In pieno periodo post punk, il bisogno di sonorità meno spigolose aiuta gli Slowdive ad emergere e a firmare il primo contratto con la Creation. Purtroppo, nonostante i singoli di debutto avessero creato un piccolo caso discografico, l’attenzione si concentra ben presto altrove, per via dell’esplosione del grunge prima e del brit pop dopo e anche a causa di una grossolana ed esagerata associazione della band con lo shoegaze; di colpo, il suono della band non combacia più con le aspettative della critica. Non è alla moda.
Nemmeno quel capolavoro indiscutibile di Just for a Day ne esce illeso, raccogliendo giudizi altalenanti e quasi mai entusiastici. In una sola sessione di registrazione, folle e disperatissima, la band, entrata in studio senza aver ancora composto una sola canzone, ne esce con un album emozionante e magnetico. Le distorsioni sembrano non trovare più nella costruzione di un valico sonoro insormontabile la loro ragion d’essere ma diventano funzionali alla sensazione del fluttuare sospesi, anche quando sono più graffianti, come in “Catch the Breeze”, proveniente dall’EP Holding Our Breath e che costituisce, assieme a “Brighter”, il punto più alto dell’opera. L’essere giovane e leggermente acerbo, in questo caso, diventa una qualità raffinata che ben si sposa con il suono vellutato ed etereo della band. I testi vanno di pari passo con l’estetica del suono, complice anche la voce sottile e soffice della Goswell, e già introducono, restando in bilico perenne tra l’allegoria e il senso compiuto, le tematiche principali dell’idea artistica della band, la vita, il sogno e l’effimero, in una sorta di emozione distorta dal dormiveglia che, a volte, tocca uno stato di quiete quasi trascendentale. Un sentimento e una bellezza melodica che porteranno l’album e gli Slowdive ad una popolarità da un certo punto di vista inaspettata, vista la reazione della critica. Poche opere sanno creare un ambiente e riempirlo di suono fluido come Just for a Day, formalmente l’autentico vertice di una stagione del rock e di una poetica tutta, un album in grado di presentarsi al nuovo decennio senza rinnegare l’esperienza di quello precedente, diventando, così, uno dei capisaldi sia di quella irripetibile annata che è il 1991, sia del rock degli anni ’90.

 

Il tour americano assieme ai Blur prima e ai Ride poi è un successo, grazie anche ad una campagna pubblicitaria virale e controversa (il nome della band si poteva leggere un po’ ovunque lungo il tragitto del tour, sui marciapiedi, sui muri, e persino su una statua appena inaugurata, celebrante la fine della schiavitù). La grossa differenza, in termini di apprezzamento, tra gli Stati Uniti e il Regno Unito è attribuibile alla stampa inglese, la cui condotta porterà Halstead a questa riflessione durante un’intervista a Drowning in Sound nel 2009.
“I think the British music press was a particularly singular and ruthless beast at that time. It would periodically eat its young and move on. We most definitely got eaten. We were never very savvy or clever when it came to the business or press side of things so we just sort of watched it happen and carried on making the records .. load of nonsense really.”
Fagocitati i ventenni dei primi EP, la band non godrà più del supporto della critica, fino allo scioglimento. Sicuramente uno dei più grandi crimini della storia della critica musicale.
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Dopo il tour americano, il gruppo è conscio delle proprie capacità creative e dell’ottima coesione tra i suoi elementi. A questo stato di grazia si aggiunge anche l’apporto artistico di Brian Eno, che accetta di buon grado di collaborare per alcune tracce del secondo album, Souvlaki. Un’esperienza che segnerà profondamente Halstead. Il disco suona, prevedibilmente, più stratificato e leggermente più elettronico rispetto alle produzioni precedenti, senza tuttavia risultare troppo cerebrale. Nonostante la sua ricchezza, Souvlaki è fondamentalmente un gioiello pop, tanto che l’accostamento tra questa attitudine, l’ambient di Brian Eno, lo shoegaze e i Cocteau Twins (punto di riferimento costante assieme ai Cure) lo rendono l’album più amato e riconosciuto, per immediatezza e varietà. Souvlaki è infatti estremamente coerente, nel creare il tappeto sonoro adatto alla costruzione delle canzoni, ma allo stesso tempo è anche particolareggiato, con spunti dub cosmici (“Souvlaki Space Station”), melodie estremamente pop (“Machine Gun”) e attimi graffianti (“When the Sun Hits”). Canzoni come “Allison” o “Here She Comes” diventeranno, col tempo, un inno per un sempre più numeroso gruppo di ascoltatori che, negli anni, avrebbe imparato ad apprezzare quel qualcosa di leggero ed inafferrabile che pervade le canzoni degli Slowdive. Evoluzione che crea, come conseguenza diretta, un sostrato culturale fondamentale per l’apprezzamento, da parte del grande pubblico, di certo slo core (I Could Live in Hope, primo album capolavoro dei Low, arriva nel 1994 e deve molto alla band di Reading. “Lazy” ne è l’esempio più evidente). Nonostante la sua accessibilità, laddove Just for a Day viene accolto tiepidamente dalle riviste di settore, Souvlaki è letteralmente strapazzato dalla critica inglese, più attenta a celebrare gli albori del brit pop e ad annoiarsi coi rituali del grunge. Negli States, l’inettitudine in campo pubblicitario della SBK, che li distribuisce nel Nuovo Continente, fa sì che gli Slowdive perdano in buona parte anche l’appoggio del pubblico d’oltreoceano.
Con Souvlaki gli Slowdive si lanciano all’esplorazione di altri lidi rispetto a quelli dell’esordio, per quanto ineguagliabile nella sua urgenza e sebbene più denso e monolitico. Atmosfere ancora più dilatate, cantato delicato e trasognato, liriche dolci nella loro malinconia; si dipana parte della foschia che in Just For a Day può a tratti sembrare opprimente. Il risultato complessivo è un’esperienza sonora che oltre ad appagare, non manca di toccare le corde più profonde dell’animo. Un sole che con i suoi raggi luminosi – ma freddi – prova a scaldare e lascia invece sospesi in un limbo difficile da abbandonare.La joint venture con Eno marchia profondamente i membri della band. Dopo Souvlaki il gruppo diviene molto più ricettivo rispetto alla musica elettronica, soprattutto nel caso di Halstead che, trasferitosi a Londra, assorbe la nuova sensatione trasmessa dalle radio pirata della capitale in quegli anni: la techno. In questo ambiente, sperimentano nuova musica e nuove droghe, come ammette la stessa Goswell, la quale ricorda:
“We were both on a techno trip, experimenting with stupid drugs, him more than me. […] [Pygmalion] reflected what we were listening to at that time”.

Alan McGee sta per scoprire le sue carte però. Dopo l’acquisto della sua Creation da parte della Sony, le ingerenze e le pressioni sulla band si radicalizzano e le posizioni dei gruppi sotto contratto vengono ridefinite a colpi d’accetta. L’unico modo per riposizionare gli Slowdive, a questo punto, è farli divenire una versatile band pop che abbia presa anche sull’ascoltatore shoegaze, genere considerato ormai sepolto e di cui

alt comunque la Creation ha già scritto la storia. McGee – a nome della Sony – dà quindi l’ultimatum ad Halstead e soci: un album pop o la fine del rapporto. I Ride si adeguano, gli Slowdive no. Forse l’aut-aut è sollecitato anche dal’uscita, nel ’93, di 5EP, in cui si possono già assaporare gli aromi dominanti del terzo album della band, come la pesante influenza techno trance di “In Mind” e “Missing You”.
Il nuovo album non va incontro alle aspettative dell’etichetta. Il suono ambient, in un certo senso minimale, che fa incontrare loop e calore umano, è quanto di più astratto potesse partorire la band, che evidentemente ha deciso di congedarsi secondo la propria vocazione. Pygmalion non è altro che la lettera di dimissioni dalla Sony/Creation. La dilatazione sonora è massima già dalla prima traccia, essenziale, in cui Halstead è accompagnato solo da strumenti a corda e da un’elettronica evanescente, appena accennata. Simon Scott ha già lasciato il gruppo, Ian McCutcheon ne ha preso il posto e anche questo contribuisce a cambiare il suono degli Slowdive. La batteria, quando c’è, risiede senza mai imporsi in uno sfondo dai colori mescolati. La distanza dal rock aumenta e il suono diventa molto più simile al silenzio del post rock dei Bark Psychosis (“Miranda” e “Rutti”) e dei Seefeel (“Crazy for You”) che al muro di suono dei Ride, con campionamenti di voci sovrapposti, loop e droni. Questi artifici, in certi casi ci trasportano in un sogno gotico, come in “Miranda” o in “Visions of LA”, in altri, come in “J’s Heaven”, in uno spazio senza tempo dall’atmosfera simile a quelle create degli Stars of the Lid meno orchestrali. Uno splendido LP dal ruolo decisivo nella musica a seguire: dilatato, etereo più che sognante, segna la fine della storia degli Slowdive. La critica lo tratta come il precedente, presa com’è dagli amplificatori di un rock dall’impatto più canonicamente aggressivo.
Ma non importa più. La Creation mette fine alla collaborazione e Halstead, Goswell e McCutcheon possono prendere ora altre direzioni. Una rinascita ha bisogno però di un sacrificio. Dalle ceneri degli Slowdive, nasce il progetto Mojave 3 … to be continued

Just for a Day (1991) DISCO CHIAVE
Souvlaki (1993) 88/100
Pygmalion (1995) 85/100

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