Deftones: Riding the White Pony

Adrenaline (1995) Sono gli anni dell’ascesa del nu-metal, del crossover e della genesi del post grunge. È allora che fanno comparsa i Deftones con Adrenaline, ovvero un pugno in faccia carico di tutte le (poche) cose buone che riserverà il nuovo metal di quegli anni. Intensità emotiva a livelli altissimi, stacchi improvvisi, ritmi sofisticati, riff rabbiosi e le melodie di Moreno – vero punto di forza dell’album – sospese a metà tra sospiri e urla di inusitata violenza. Ecco come è cominciata la carriera di uno dei gruppi più peculiari del metallo buono anni ’90. 74/100
Around the Fur (1997) Rabbia, frustrazione adolescenziale controllata e poi sfuggita di mano: Around the Fur è il racconto violento dei turbamenti della generazione che scopre il rock dopo lo sparo di Cobain, o che disorientata si rifugia nelle estreme conseguenze del crossover californiano. Se i Korn sono i compagni di scuola non ancora persi di vista, i maestri già non si sa più chi sono. Pantera? Sepultura? Faith No More? No, i Deftones hanno già il loro stile ben definito, e pubblicano meno che venticinquenni alcuni dei momenti più memorabili della loro storia in questo LP. Perde qualcosina dopo “Be Quiet and Drive (Far Away)”, altrimenti sarebbe un disco chiave. 84/100
White Pony (2000) Tinto di toni dark e campionamenti digitali capaci di conferire al solito songwriting dei quattro californiani un umore romantico e trasognato, White Pony si rivela presto incline al ricordo infantile-adolescenziale, come da copione nel nu-metal tutto. Risulta però il disco della maggiore età per tutto il carrozzone, l’opera in cui dalle felpe Adidas si passa alla camicia di seta nera. Ai fondamentalisti del genere va dunque chiarito che questo è uno dei pochi lavori degni di essere ricordati della stagione nu-metal, mentre ai fieri profani è bene segnalare White Pony come miglior episodio di tutta una scena, attiva dal 1994 e artisticamente morta proprio con l’uscita di questo album. DISCO CHIAVE
Deftones (2003) Dopo il capolavoro, tutti si aspettano un altro colpo grosso, che però non arriva. Provano a mischiare le carte in tavola con un lavoro testardo e per lunghi tratti poco ispirato. Alcuni bei pezzi ci sono – su tutti “Minerva” e “Hexagram” – ma almeno metà album non convince, soprattutto a causa di un Moreno poco in forma e dei riff monocorde di Carpenter che sembrano riciclati di canzone in canzone e lontani anni luce dalla freschezza trasudata nei capitoli precedenti. Il tutto è condito e mascherato da suoni cupi e malsani, su cui però raramente è costruita una melodia degna di essere ascoltata di nuovo. Primo stop di una carriera sin qui impeccabile, ingigantito dall’esser stato partorito dopo un monolite, e comunque quando il resto del nu-metal è già pressoché tutto sepolto. 58/100
B Sides & Rarities (2005) La classica raccolta di odds and sods fatta di cover e materiale raro non aiuta. Le interpretazioni di altri artisti riflettono il background molto 80s di Moreno (Smiths, Duran Duran, Sade, The Cure, Cocteau Twins), mentre le versioni acustiche di brani ormai già stranoti non aggiungono assolutamente nulla di rilevante. Tristissima poi la cover di “Simple Man” dei Lynyrd Skynyrd: certe cose sarebbe meglio lasciarle inedite. 50/100
Saturday Night Wrist (2006) Altro parto travagliato, rappresenta il punto più basso toccato in carriera. Se l’omonimo conteneva qualche buon episodio, qui si salvano giusto un paio di episodi comunque nella norma considerando quanto fatto in precedenza. SNW è pervaso da cima a fondo di stanchezza nelle composizioni e di innovazione mal riuscita, soprattutto per quanto riguarda le basi elettroniche di Delgado. Tuttavia chi ne esce più distrutto è anche qui Carpenter, incapace sia di rinnovare il suono del suo strumento sia di tirare fuori un riff degno del suo nome. A questo punto c’è chi invoca lo scioglimento, e chi auspica che Moreno si concentri nel side project Team Sleep. 50/100
Diamond Eyes (2010) Dopo due mezzi passi falsi e sull’ombra oscura del “anche Chi avrebbe voluto così”, Diamond Eyes riesce quasi miracolosamente a ridonare smalto a una band ormai data per spacciata, a cui però si è aggiunto Sergio Vega, ex bassista dei Quicksand. Pur non brillando di luce propria – perché non ha né la spudoratezza e la spontaneità di Around the Fur, né la ruvida eleganza di White Pony – risulta saggio nel fare un passo indietro di riassestamento nello stile consolidato, regalando anche quei 3-4 pezzi al di sopra della media che ne giustificano l’identità. Risulterà l’album più sottovalutato della formazione di Sacramento. 68/100
Koi No Yokan (2012) Una dedica appassionata a tutti coloro che hanno continuato a dare credito alla band anche quando questa sembrava ormai arrancata e destinata dalle vicissitudini al declino. Le nuove canzoni riescono in tutto ciò in cui non convincevano i tre lavori precedenti, ma soprattutto paiono avere tutte la medesima qualità: non ci sono riempitivi o pezzi che già a primo impatto paiono di secondo (o terzo) piano, e il flusso di ascolto è aiutato dal fatto che ognuno si riversa in quello successivo con estrema naturalezza, e magari dopo un bel ritornello. Koi No Yokan è il disco che Chino e compagni hanno cercato di fare anche negli ultimi dieci anni, e sicuramente il migliore dai tempi di White Pony. 80/100
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