Pavement: Come Back to Those Gold Soundz

Quando la Matador ha annunciato che i Pavement avrebbero pubblicato un best of, nessuno si aspettava altro che la solita collezione di materiale già strasentito, visto che dei Pavement si è pubblicato tutto il possibile con le splendide riedizioni dei loro album, per altro recuperabili senza bisogno di chiedere un mutuo. Nessuno sperava che i Pavement potessero ricominciare a suonare insieme, neanche i fan più accaniti forse. Eppure pare che succederà davvero: avremo Malkmus e amici – è proprio il caso di chiamarli così – in giro per festival e club, anche europei, anche italiani!
Il tour raggiungerà il Bel Paese i prossimi 24 e 25 Maggio, per una data romana ed una bolognese. Mentre scriviamo queste righe iniziano a circolare filmati di recentissime esibizioni in Australia, e ci mostrano una band particolarmente in forma, già rodata e che non sembra essersi mai sciolta davvero. Tutto questo non può che far piacere a chi ha compreso subito o nel tempo il grande significato del gruppo bandiera dell’indie americano dei Novanta: i Pavement sono stati quello che R.E.M. e Sonic Youth erano stati per gli Ottanta a stelle e strisce. Qualcuno storcerà il naso per via di Quarantine the Past, la raccolta in uscita in questi giorni sempre su Matador, ma non è necessario farla propria se si conosce già quel significato. E poi pensateci: tutti i più grandi hanno accumulato raccolte su raccolte in anni di carriera; perché dovrebbe esserci qualcosa di strano se, a momenti a vent’anni dall’esordio, i Pavement – o meglio, chi per loro – pubblicano finalmente la loro prima compilation, per di più chiaramente dedicata ai ritardatari o a chi non c’era, più che al fan integralista che anche negli ultimi anni ha avuto di che gioire con le edizioni deluxe dei singoli album della band californiana? Si tratta di una collezione di pezzi che molti conoscono a memoria, ma che può davvero aiutare chi – con una giustificazione firmata dai genitori o da chi ne fa le veci – fino ad oggi ha solo sentito parlare di dischi come Crooked Rain o Slanted & Enchanted. Non è assolutamente casuale la scelta di utilizzare “Gold Soundz” come traccia d’apertura di Quarantine the Past. È quindi obbligatorio citare i versi profetici dai quali è tratto il titolo di questo articolo: “Because you’re empty and I’m empty / And you can never quarantine the past”.
Undici lunghi anni di vuoto per noi e per loro, con l’irrefrenabile gioia di “Gold Soundz” a restituirci un gruppo che non appartiene al passato, ma che già nei ’90 apparteneva al futuro. Sì perché ascoltando i pezzi più noti – da “Cut Your Hair” a “Here”, passando per “Shady Lane” e “Spit On a Stranger”, non si ha mai l’impressione che sia un gruppo appartenente ad un’epoca passata, anzi è facile immaginarlo contemporaneo. La chiave di volta di un repertorio così attuale è senza dubbio il connubio perfetto tra le parole di Stephen Malkmus e la struttura musicale di ogni canzone. Là dove l’indiscusso leader si diverte a comporre versi criptici e allo stesso tempo tremendamente ironici, la musica segue con un’andatura schizofrenica, con improvvise e sghembe impennate sonore a far esplodere folgoranti e vertiginose le melodie, spesso ricavate dall’intreccio delle chitarre, come da lezione Ranaldo-Moore. Il resto lo fa la sezione ritmica che nella sua dovuta e poi ricercata rudimentalità, può dirsi il vero punto caratteristico del suono Pavement.
L’Everybody’s God rimane però Stephen Malkmus. Con la sua indolente intonazione e quindi con la sua poetica ha rappresentato un’alternativa concreta al variegato e controverso mondo del grunge. Se da un lato c’erano le voci malinconicamente rabbiose di Kurt Cobain, Layne Staley e di Mark Lanegan, dall’altra c’erano questi quattro pseudo-nerd capeggiati da un colto e romantico vocalist che amava riempire i testi delle canzoni di citazioni letterarie, ottenendo una narrativa così diversa da quel che primeggiava nelle classifiche di Billboard. Erano gli anni della selvaggia omologazione a quegli stilemi e tutti volevano suonare e vestire grunge, qualsiasi cosa significasse (oddio, non proprio tutti, per fortuna). Ma i Pavement, fondendo sonorità ereditate da Sonic Youth, Pixies, Dinosaur Jr. e primi R.E.M., erano riusciti a personalizzare il loro stile: quel bizzarro modo di accennare il pop, per poi annichilirlo con un rigurgito ora post punk, ora noise, resterà il loro traguardo più importante e preso da modello. Malkmus aveva lucidamente previsto l’epilogo di questo scontro culturale già nelle parole di “Here” e poi ancora nei versi di “Range Life”; prese di posizione che costeranno critiche da parte di alcuni di quelli che vivevano del riflesso della stella di Cobain. “I was dressed for success, but success it never comes”. Quella di Malkmus per il rock attorno a sé appariva come un’attenzione così scrupolosa da sconfinare nell’invidia; solo nel tempo si è compreso come fosse nella poetica stessa dei Pavement l’analizzare le piccole cose della vita di tutti i giorni di un ragazzo appena uscito dal college, non solo i sentimenti maggiori e universali, nelle canzoni: “Music seems crazy / Bands start up each and every day / I saw another one just the other day/ A special new band”, recita in “Cut Your Hair”. Ecco allora che diventano fonte di ispirazione tutti gli episodi del quotidiano, compresa la musica che passa la radio o MTV, così diversa da quella di una “Minor League Band”, come si autodefinivano Malkmus e compari. Quella di prendere posizione a favore o contro qualche altro artista, non è una mossa dettata dall’astio o dall’invidia, è pura ed ingenua spontaneità, è la verità. I Pavement raccontano la loro verità quotidiana, e non essendo devastati, morenti, stuprati o contagiati, non fingono di esserlo come qualche inseguitore del grunge o del nu-metal. Avrebbero dovuto recitare la parte di qualcun altro per far contenti il ragazzino medio americano e il discografico medio del periodo? 

Capire Slanted & Enchanted equivale a possedere la chiave di accesso a percepire il rock secondo canoni diversi da quelli che insegna l’ascolto prolungato di Pink Floyd o Led Zeppelin in tenera età. Nessun progetto di cambiare il mondo o elevare lo stato dell’uomo dietro a quelle quattordici canzoni che hanno significato così tanto non solo per la storia del rock americano a seguire, ma anche per lo spirito dei giovani (non solo statunitensi) che si avvicineranno alla musica prima o durante il college. Il punk rock si fonde con il gusto pop proprio come accade nei Nirvana – per altro uniti ai Pavement dalla passione per i vecchi R.E.M. – con un’aria scanzonata e differentemente disillusa, certo più matura. Non erano una band Malkmus e soci, sono un gruppo di amici. Registravano nel garage di Gary Young, che dopo aver premuto il tasto REC sul soundboard sistemato nella lavanderia a fianco, correva a sedersi alla batteria per suonare la canzone. Sono dunque quasi tutti brani in cui è stata buona la prima, visto che a forza di scapicollarsi per raggiungere il kit, Young era presto stanco e non riusciva a registrare performance particolarmente incisive. Il risultato è di incomprensibile valore per quanti credono che il rock debba essere qualcosa di perfetto, matematico e magniloquente come la classica. Se l’esecuzione è tutto, lasciate perdere e ripassate più avanti, perché i Pavement non suonano a tempo e tutto pare allentato, negligente e mal prodotto. Volutamente. Già perché Slanted & Enchanted è anche una reazione ai cliché del rock tanto ridicoli negli Ottanta quanto nei primi Settanta. Offre un suono magari meno ricercatamente lo-fi rispetto a Crooked Rain, perché è già così di suo, in modo del tutto naturale. Quella dei Pavement è un’attitudine e allo stesso tempo una scelta estetica, che rifugge le peculiarità di certo rock altisonante in cui protagonisti sono i ritornelli innodici, gli sfarzosi tappeti di tastiere e gli interminabili assoli di chitarra in cima alle Highland o fuori dalle chiese. Slanted and Enchanted e i Pavement in generale rappresentano – oltre che il più grande rimpianto di una piccola grande etichetta come la Drag City che li aveva in pugno fino a quel momento – lo sgonfiamento di questi concetti e quindi la distanza massima dalla pretesa e dall’eccesso. Canzoni come “Summer Babe”, “Trigger Cut” o “In the Mouth a Desert” possono anche avere un grande effetto innodico se ascoltate ripetutamente, ma certo non ostentano nulla, il loro tesoro è nascosto e certo invisibile agli occhi e agli orecchi impreparati. Non c’è finzione o pantomima, non c’è costrutto precostituito, e come detto non c’è esibizione di sentimenti. Tutto è dimesso, tutto è da scoprire. Difficile chiedere di più, questo è il massimo cui un album indie possa ambire di essere, ed entra assieme al suo successore in quel nugolo di opere come Murmur, Daydream Nation, You’re Living All Over Me, Bleach, Spiderland, Doolittle… che hanno settato nuovamente gli standard del rock, pur non avendo nulla ma proprio nulla in comune coi classiconi bombastici dei primi Settanta che secondo qualcuno rappresentano la stagione d’oro del rock. Ma dove? 
Si tratta di un disco epocale, che specialmente se unito all’EP Watery Domestic, appena successivo e comprendente quattro brani scartati senza particolari ragioni dalla scaletta finale dell’album, rappresenta uno dei vertici assoluti dei Novanta americani, al pari dei capolavori di Nirvana, Tool o Smashing Pumpkins, seppure così diverso e minore. Nel disciplinare dell’album indie rock americano, la formula di Slanted & Enchanted c’è.

Cosa dire ancora di Crooked Rain? Dopo aver posto una pietra miliare pesantissima, i Pavement la scolpiscono, la incidono e la cementano canonizzando il loro stile al primo colpo e come meglio non si potrebbe. Il capolavoro assoluto della band di Stockton è raggiunto tramite l’esatta equazione fra le radici californiane e lo spirito pop newyorchese, certo più europeo e quindi più raffinato. L’ingresso di un nuovo e preparato batterista, Steve West, rende i Pavement una vera band. Poteva non essere un beneficio l’aver quasi imparato a suonare, ma la risultante dimostra che l’attitudine realmente intellectual punk non è andata persa e non era affatto una contraddizione in termini. Le interpretazioni sghembe e stridenti di Malkmus sembrano quasi volersi prendere gioco dell’elevato potenziale commerciale di canzoni come “Silence Kit” o “Range Life”, che magari qualcun altro avrebbe intonato diversamente (o meglio, veramente). Spiral Stairs è ormai qualcosa di più di un chitarrista che prende come modello i due Sonic Youth: il suo lavoro in Crooked Rain raggiunge il massimo dell’espressività possibile in un disco di rock indipendente dei Novanta (essenziale in questo senso la conclusiva “Fillmore Jive”). Con la presenza invadente di West dietro le pelli, anche il basso di Mark Ibold acquista nuove sfaccettature, divincolandosi come altro protagonista di un suono ora così scientificamente impreciso, più che limitarsi al mero accompagnamento. Suono che poteva andare perso con lo spostamento al diciottesimo piano di un grattacielo di New York e con l’inevitabile e fisiologica esperienza accumulata in due anni di tour e prove, ma che esce invece più incisivo che mai per la causa. Crooked Rain, Crooked Rain è un disco che non può davvero mancare a chi vuole parlare con coscienza critica di rock; così tante band hanno tentato di riproporre quel modo unico di giocare con suoni diversi. I Built to Spill, ma anche Titus Andronicus e Neutral Milk Hotel, pagano dazio al genio di una formazione che finalmente torniamo ad abbracciare.

L’accordo di chitarra acustica nell’introduzione della magica “We Dance” che apre il successivo Wowee Zowee suona come un monito: “Attenzione, il disco che state per ascoltare è pieno zeppo di melodie stanche, intorpidite, sbilenche e geniali”. Chi pensava che dopo due colossi come Slanted & Enchanted e Crooked Rain, Crooked Rain i Pavement avessero sparato tutte le loro cartucce, è meravigliosamente smentito da questo capitolo. Un altro tassello nella discografia che marchia a fuoco un decennio, portando alta la bandiera della semplicità e della fantasia melodica con i suoi cinque lavori dove la banalità e la noia risultano non pervenuti. Sembrava impossibile mantenere uno standard così qualitativamente alto e invece i cinque di Stockton sfornano una raccolta di canzoni (mai così tante, diciotto) per quasi un’ora di musica che li vede alle prese con una moltitudine di stili musicali. Si va dallo pseudo-brit pop di “We Dance” alla scheggia noise “Serpentine Pad”, passando per le ballate indie rock con “Grounded” e “Father to a Sister of Though” fino all’acid blues di “Half a Canyon” (in cui Malkmus urla quasi a perdifiato). Un continuo attacco alla coerenza di un lavoro (forse portato anche dal massiccio consumo di mariujana dichiarato dagli stessi protagonisti…) che però incredibilmente non viene persa, anzi. Non ci stupiamo se lo stesso frontman lo cita come “il disco preferito dei miei amici più cari”. E non suona come un’eresia anche pensando ai due seminali precedenti lavori. 

Sebbene si vociferi che i primi screzi tra i membri della band fossero iniziati già poco dopo l’uscita di Wowee Zowee, passati due anni ecco un nuovo lavoro che metterà d’accordo l’indie world: Brighten the Corners. Composto quando la band era alla soglia dei trenta, denota tutta la maturità compostiva raggiunta. I Pavement riescono ancora una volta a colpire nel segno, mantenendo il loro marchio di fabbrica: chitarre scordate e melodie vocali spesso stonate, ma maledettamente irresistibili. Quando un disco inizia con due fulmini pop rock come “Stereo” e “Shady Lane”, è lecito aspettarsi grandi cose. Quello che segue non lascia sicuramente con l’amaro in bocca anche se probabilmente non aggiunge niente all’ormai ben definito pavement style. L’ingresso in cabina di regia di Mitch Easter, che nel curriculum annovera due dischi epocali in ambito alternative come i primi due LP dei R.E.M., porta una ventata di serenità e rilassatezza compositiva, producendo pezzi più legati strutturalmente rispetto al precedente Wowee Zowee. Questo non significa che le composizioni perdano la naturale schizoide genialità che Malkmus e soci sembrano avere al posto del sangue nelle vene. I testi, al solito, trasudano citazioni raffinate e hanno quella poetica naif che fanno del leader un degno portavoce di quella che venne definita la “Generazione X” (anche se poi canta in “Starlings of the Slipstream” “I heard what you said / The leaders are dead”…).Arrivato nel giugno del 1999, Terror Twilight è l’ultimo album in studio dei Pavement, fenomeno che quindi riguarda esclusivamente gli anni Novanta, ma le cui conseguenze – come ampiamente detto – rintracciamo ancora oggi nel rock indipendente americano. La didascalia promozionale della Matador che accompagna il capitolo finale della saga non fornisce un commento entusiasta quanto quelli per i primi lavori, quasi a spiegare al nuovo appassionato – senza inganni – che si tratta dell’episodio minore di una discografia superiore, fatta di sola musica di valore, niente croste. “Prodotto con grandiosità da Nigel Godrich”, oggi personaggio di culto soprattutto per il suo essere, nell’immaginario dei tanti fanatici, il quinto Radiohead. In realtà la produzione di Terror Twilight non ha nulla a che spartire con quella del capolavoro dei capolavori Ok Computer, ultimo disco della band di Thom Yorke all’epoca. Piuttosto, il riferimento delle undici canzoni pare più il Beck di Mutations, se non addirittura, qua e là, i primi Travis, entrambi curati dallo stesso Godrich in quei mesi. Il problema non è tanto la forma, ormai stilizzata e prevedibile anche quando gira qualcosa di nuovo nell’aria, ma l’intensità della performance, forse troppo professionale rispetto all’obiettivo musicale del combo di Stockton. Intendiamoci, parliamo comunque di una collezione di pezzi in cui è  impossibile trovare qualcosa di inascoltabile una seconda volta, ma allo stesso è fisiologicamente andata persa un po’ di quell’urgenza espressiva che caratterizzava la freschezza della loro poetica. Più che prendersela con Malkmus – cui alcuni imputano di aver relegato i suoi compagni ad un ruolo di secondo o terzo piano – è dunque più giusto accettare la naturale e dignitosissima conclusione di un progetto artistico che evidentemente non poteva durare più a lungo.Poi, quando meno ce l’aspettavamo, il pubblico vecchio e nuovo ha richiamato i Pavement sul palco, forse per un ultimo giro di applausi, per dire grazie e per esserci, stavolta. Forse giustizia sarà fatta. Noi ci saremo.Slanted & Enchanted (1992) DISCO CHIAVE
Watery Domestic EP (1992) 85/100
Crooked Rain, Crooked Rain (1994) DISCO CHIAVE
Wowee Zowee (1995) 77/100
Brighten the Corners (1997) 75/100
Terror Twilight (1999) 65/100

 

di Annalisa Andreani, Daniele Sassi e Cristiano Marinelli

immagine di copertina: Antonio Pagano

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