Mark Lanegan: Whiskey at Midnight

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The Winding Sheet (1990). Nella pausa fra il passaggio dalla SST alla Epic, gli Screaming Trees si dedicano ai progetti solisti. Il debutto di Mark si fa ricordare per quella “Where Did You Sleep Last Night” registrata con Cobain (che per Lanegan ha sempre speso belle parole, al contrario che per altri…), ma anche e soprattutto per il concetto che muoverà tutta la prima e più significativa parte della discografia solista: voce, chitarra acustica, sigaretta e bottiglia di whiskey. Tutto il resto non conta, o forse non c’è. 73/100
Whiskey for the Holy Ghost (1994). L’universo poetico di Lanegan è pieno di ansia e dolore, ma non è difficile scorgere del puro, assoluto fascino in ciò, fin dai primi ascolti: le trame luminose delle chitarre, i testi pieni di immagini e situazioni forti, gli arrangiamenti discreti ma creativi, ne fanno un prodotto che si inserisce nella grande tradizione dei poeti in musica come Nick Cave e Leonard Cohen. Potete sorseggiarlo tutto d’un fiato, oppure un po’ alla volta: alla salute del Santo Fantasma. Tra le tante versioni, da solo o accompagnato, questo risulta ancora oggi il suo miglior album in assoluto. DISCO CHIAVE.
Scraps at Midnight (1998). Altri quattro anni e arriva il degno seguito del capolavoro: nel terzo capitolo solista Lanegan è profondo e melanconico come non mai, muovendosi in ambientazioni che vanno dal Western dell’iniziale “Hospital Roll Call” al blues spettrale della conclusiva “Because of This”. In mezzo, due delle migliori canzoni della sua intera produzione: il singolo “Stay” e soprattutto “Last One in the World”, una vera gemma folk rock. Se non raggiunge lo status di pietra miliare, è solo perché il disco che l’ha preceduto gli ha già occupato la piazza. 83/100
I’ll Take Care of You (1999). Un album di cover chiude il periodo migliore. Non una mera collezione di vecchi successi, ma una serie di chicche della migliore tradizione blues, gospel e folk americana, reintrepretate con la saggezza di un crooner d’altri tempi. Ancora una volta, fondamentale il supporto di Mike Johnson, già Dinosaur Jr., per quel che risulta essere qualcosa di più di un disco di versioni dunque: brani come “Carry Home”, “Creeping Coastline of Lights” e “Consider Me”, senza dimenticare la strepitosa titletrack, si inseriscono di prepotenza tra i classici dell’artista di Ellensburg. 80/100
Field Songs (2001). Formula che vince non si cambia, ma pure senza un minimo di stanchezza, i confronti diretti con il passato mostrano per la prima volta il limite: Field Songs non fa altro che cercare di consolidare quanto prodotto negli anni Novanta, e per lunghi tratti ci riesce anche piuttosto bene (memorabile in particolare la doppietta iniziale). La sensazione, data dalle prime critiche e anche dalle rumorose esibizioni dal vivo, è che la svolta sia davvero dietro l’angolo. 72/100
Here Comes That Weird Chill EP (2003). Il nuovo corso, figlio della ribalta con Songs for the Deaf, non fallisce nell’aggiungere melodramma intorno alla figura di Mark Lanegan. Molti personaggi della scena rock di Los Angeles fanno a gara per un cammeo nelle registrazioni del nuovo disco del sopravvissuto di Seattle. Ne consegue un’abbondante quantità di materiale che Mr. Borracho divide in modo non del tutto azzeccato fra album ed EP. Frammentario e schizofrenico, Here Comes That Weird Chill risulta curiosamente più a fuoco di Bubblegum, forse perché avvantaggiato dalla durata del formato che ne limita l’evidenza dei difetti. 76/100
Bubblegum (2004). Il momento di massima esposizione nella storia di Lanegan è ben successivo ai giorni del grunge, ed è in gran parte dovuto al successo commerciale dei Queens of the Stone Age, cui Mark si aggrega in pianta stabile per un po’ e alla cui carica stramba e fuori controllo sceglie di lasciarsi andare. Ne consegue un album freneticamente rock e non più composto in buona parte di folk nero e riflessivo. Il blues si è fatto tanto squilibrato e isterico – colpa degli illustri collaboratori, probabilmente – da stonare e travolgere un Lanegan che sembra subire la trasformazione musicale, più che condurla attivamente. 65/100

 

 

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