EYEHATEGOD: for the sick

articolo di
New Orleans Is a Living Whore

Il prossimo 20 aprile a Milano avremo modo di assistere per la prima volta in Italia ad un concerto degli EYEHATEGOD. Una data da cerchiare sul calendario per tutti coloro che sognano da anni di trovarsi a pochi metri dalla leggenda dello sludge louisiano. Tuttavia, per quanto si tratti di un nome di culto anche in Europa, non è mai stato facile reperire dischi e informazioni sulla band, troppo spesso lacunosi o del tutto assenti dai circuiti principali. Questo articolo vuole essere un’introduzione per chi non avesse ancora subito le loro note laceranti, e una sorta di richiamo agli iniziati in vista del concerto.

Gli EHG sono New Orleans.
La storia della band è fortemente legata a questa città americana molto particolare, così ricca di musica e cultura, e altrettanto piena di contraddizioni. Da un lato il chiassoso e storico french quarter; dall’altro un mondo oscuro fatto di povertà, delinquenza ed emarginazione. The Big Easy – come viene chiamata – ha una scena musicale sempre in fermento e che spazia dal jazz all’hardcore, dall’indie dei Neutral Milk Hotel alla plastica di Britney Spears, senza contare che è stata per anni la base dei Nine Inch Nails di Trent Reznor.

Nel 1988 un giovane Jimmy Bower ha da poco imparato a suonare la chitarra, dopo mesi passati a colpire un kit di pentole e percussioni. È il lavoro dei primi Melvins a far scattare la scintilla e ad innescare il motore che diverrà la creatura EHG. Senza la band di Aberdeen forse Bower e soci non avrebbero sentito la chiamata alle armi. Jimmy decide di formare un gruppo per ripercorrere quelle sonorità, (“volevamo suonare più lenti possibile”, avrà modo di dichiarare in seguito) e arruola Chris Hilliard come primo cantante. Questi sceglie il nome con cui si farà conoscere la band, un nome così irriverente (per coloro che non masticano l’Inglese, la pronuncia suona esattamente come se si dicesse “io odio dio”) da non lasciare indifferenti, risultando anche un’abile provocazione all’associazione P.M.R.C. che tentava di disciplinare gli ascolti dei fanciulli americani. Hilliard resta pochissimo, ma la curiosità è che, dopo aver abbracciato la religione cristiana, scoccerà a lungo Bower per far cambiare nome al gruppo! Per sostituirlo, Bower decide di chiamare l’amico Mike Williams. Nato nel North Carolina, Mike ha perso entrambi i genitori durante l’infanzia ed è arrivato a New Orleans verso i 15 anni. Personaggio eclettico, appassionato di letteratura, poesia e arte in generale, ha un animo tormentato che si rispecchia perfettamente con i contrasti della città del Louisiana. A completare la formazione, si aggiungono Joey Lacaze (alla batteria) e Brian Patton (all’altra chitarra), mentre il basso rimane l’unico elemento non stabile della line up, con svariati cambi in ciascuno degli album.

Il punto di partenza degli Eyehategod sono i Black Sabbath; il suono dei 4 di Birmingham è però gettato – senza retorica – nelle acque fangose del Mississippi, reso più sporco, più lento e ricco delle venature blues che la città trasuda. Gli altri nomi che contribuiscono al forgiare dell’idea EHG sono i già citati Melvins, i Black Flag (la passione per l’hardcore) e i St. Vitus. Si parla solo di influenze però, perché,  seppur inequivocabili, il suono del combo di New Orleans sarà già dal secondo album unico ed inconfondibile.
Nel 1990 dopo aver registrato il demo Lack of Almost Everything (4 canzoni), vengono notati da una piccola casa discografica francese, la Intellectual Convulsion. Quindi arriva nel 1992 il primo disco, In the Name of Suffering, edito in sole 2000 copie. Registrato con pochi soldi e molta inesperienza, risulta un’opera magari acerba, ma che certo lascia intravedere che la stoffa c’è. Possiede un’anima principalmente hardcore, con rallentamenti allo stremo dove non è ancora presente il southern sound che sarà predominante nei successivi lavori. In The Name of Suffering contiene però alcune caratteristiche comuni a tutta la produzione della band. Vero e proprio marchio di fabbrica del gruppo sono i lunghi feedback di chitarra in apertura delle canzoni: disturbanti e dolorosi, fanno spesso da apertura alla voce altrettanto straziata di Williams. Jimmy Bower racconta divertito che inizialmente i feedback non erano dovuti altro che alla loro incapacità di regolare i volumi, un’incompetenza che poco dopo diventerà arma decisiva nel rendere devastatamente esasperate le canzoni. Copertina, artwork e versi sono opera di Williams e sono un cumulo di misantropia, antisocialità e devianza; la copertina è un collage di deformità, con un effetto piuttosto lontano dai canoni di buona parte del metal (si pensi in particolare a certe copertine death metal). È a questo punto che gli EHG vengono notati dalla Century Media che li mette sotto contratto e si preoccupa di sostituire la copertina del disco con una più innocua casa stregata.

Nel 1993 tutto ciò che pareva embrionale di In The Name of Suffering diviene parte integrante del secondo disco: Take As Needed For Pain. Registrato con mezzi decisamente migliori e forte di una produzione sporca ma non cacofonica, è comunemente considerato il capolavoro degli EHG. Il groove del southern rock, l’hardcore punk e le radici doom sono mischiate insieme in un cocktail letale. I temi trattati nel primo album vengono portati al parossismo: “Blank”, la prima canzone, si presenta con un lungo (e voluto) feedback di chitarra nel quale irrompe la voce martoriata di Williams. Inizia quindi una carica hardcore che si spegne meno di un minuto dopo per far posto ad uno di quei riff che descrivono pienamente cosa sia la musica del combo del Louisiana: sludge sporco, malato e dannatamente trascinante, con un’anima southern che viene finalmente a galla e che nel tempo renderà questo disco il modello da seguire. Più che millimetrica, la batteria di Joey Lacaze si incastona perfettamente con lo zolfo delle corde, creando un suono monolitico, grezzo e concettualmente downtuned. All’epoca di Take As Needed For Pain, Williams vive di qua e di là, senza una fissa dimora, quasi da homeless; tutta la negatività di quel periodo è riversata nei testi, in una visione allucinata e tossica della realtà in cui vive. La droga o meglio la tossicodipendenza diviene uno dei temi più presenti nelle canzoni della band, trattandola in maniera antisociale, senza speranza, assieme a provocazioni ed umorismo nerissimo.

Dopo un periodo intenso di tour, i ragazzi si prendono una pausa per seguire ciascuno i proprio progetti; la scena di New Orleans è ricca di gruppi spesso legati tra di loro: Jimmy Bower ritorna al suo vecchio amore per la batteria e partecipa alle registrazioni del primo disco dei Down, Nola. Brian Patton registra il debutto dei seminali Soilent Green, che si orientano verso lidi più marcatamente grindcore. Philip Anselmo è un convinto predicatore della causa Eyehategod e si adopera per dar loro più visibilità possibile, spesso indossando t-shirt della band durante le esibizioni dei Pantera, all’epoca all’apice del successo commerciale. Tutto l’immaginario visivo di Bower e soci è strettamente legato alla musica, compresi i disegni sulle magliette e i poster che annunciano i loro eventi. Mike Williams ama usare slogan contraddittori come Peace Through Addiction, Kill Your Boss ed altro ancora; è appassionato di tecniche di propaganda ed inserirà questi messaggi in tutti gli album, così come nella grafica del gruppo.

Dopo uno split con i 13, nell’autunno del 1995 la band inizia le registrazioni del terzo disco Dopesick, che vede la luce nell’aprile dell’anno successivo. Il titolo – che prosegue sullo stile dei precedenti – è esemplificativo dello stato mentale e fisico della band al momento della registrazione. Si sprecano gli aneddoti che descrivono incidenti durante le registrazioni (su tutti Williams che si taglia gravemente una mano rompendo una bottiglia sul pavimento dello studio) tanto che la Century Media si dimostra preoccupata delle condizioni della band. Prodotto da Billy Anderson, alle registrazioni parteciperanno dietro la cabina di regia (ma senza risultare accreditati) Philip Anselmo e Pepper Keenan. Il nuovo lavoro ha al suo interno dei veri e propri classici del gruppo (“Masters of Legalized Confusion” o “Zero Nowhere”, solo per citarne due), ma risente fortemente delle condizioni di assoluta precarietà nelle
quali è stato registrato. L’attitudine sonora non cambia di una virgola, ma rispetto al precedente capitolo risulta tutto più cupo, oscuro e malato. La produzione è un passo indietro rispetto a Take As Needed, ma recensioni e accoglienza sono tutta via ottime. Anselmo decide di portarseli in tour con i Pantera nelle maggiori arene americane per il The Great Southern Tourkill del ’96.

Le strade dei membri degli EHG si dividono ancora dal momento che ognuno si impegna in altri progetti. Il gruppo è sempre stato inteso dai propri componenti come un’occasione per ritrovarsi tra amici, bere qualcosa e suonare lunghe jam. Non ci sono scadenze, non ci sono impegni obbligati e, a dispetto di molte dicerie, la band non si scioglie mai, ma torna a vivere solo quando ha veramente qualcosa da dire.

Il 2000 è l’occasione per far uscire una compilation di materiale finito in split, singoli o rimasto fuori dagli album. Southern Discomfort (titolo che ricorda con la solita ironia il noto liquore di New Orleans) è composto di nove tracce tutt’altro che trascurabili: le prime 6 tratte dal periodo di Take As Needed, le altre 3 sono outtake di Dopesick. L’essersi ritrovati fa tornare la voglia di suonare e nel settembre di quello stesso anno arriva il quarto disco, Confederacy of Ruined Lives, a oltre quattro anni di distanza dal precedente. Registrato ancora a New Orleans, il nuovo episodio della saga mette in risalto la maggior consapevolezza nelle proprie volontà. Forti dell’enorme esperienza live e dell’essere ancora sotto Century Media, i ragazzi non cambiano di un centimetro la loro proposta e mettono al mondo il classico album dedicato ai propri adepti. Confederacy of Ruined Lives è prodotto in maniera eccellente da Dave Fortman (ricordate il chitarrista degli Ugly Kid Joe?) e cerca la strada di ritorno alle sonorità di Take As Needed For Pain, tanto che è lo stesso Mike a descrivere i due lavori come quelli con il vero e proprio EHG sound. Già il solo riff di “Jack Ass in the Will of God” mostra chiaramente un gruppo in forma e desideroso di riportare l’ascoltatore in quei posti dove le loro canzoni sanno trascinare. Siano le paludi attorno a New Orleans o qualche squallida crackhouse, l’influenza southern è prepotente e marcia come non mai. Un disco quindi che prosegue la linea del gruppo, inferiore solo a Take As Needed for Pain per ispirazione. Per promuoverlo, il gruppo intraprende il suo primo tour mondiale (toccando anche l’Europa).

Nel 2001 viene pubblicato l’ultimo disco sotto Century Media, una raccolta di materiale vecchio e live che è anche una celebrazione per l’attività del gruppo: 10 Years of Abuse (and Still Broke). Le 4 canzoni iniziali sono il vecchio demo Lack of Almost Everything, le successive 3 sono prese da un concerto del 1994, mentre le altre da un live più recente registrato in Europa. E’ un ottimo modo per sapere di cosa sono capaci gli EHG dal vivo, anche se la qualità sonora da bootleg del prodotto non entusiasma.

Gli anni Duemila però riservano brutte sorprese agli Eyehategod.
Ciascuno ritorna ai propri progetti: Bower registra Down II, mentre Mike Williams scrive il suo primo libro, Cancer As A Social Activity, che racconta con uno stile in bilico tra Bukowski e i deliri di Burroughs, la sua vita di povertà, di dipendenza dalle droghe e cosa è stata la sua band in questi anni. Mentre Bower è impegnato con Anselmo, Williams fonda gli Outlaw Order (che non sono altro che gli EHG senza il chitarrista originale, con parti più veloci) e Patton porta avanti con successo i Soilent Green.
Lasciata la Century Media, gli Eyehategod firmano per una piccola etichetta indie e nel maggio del 2005 esce per la Emetic Records un altro album/compilation dove assieme a tracce live dal DVD Live in Tokyo del 2002 e rarità varie (su tutte “l Am the Gestapo”, strepitosa), ci sono 3 canzoni nuove che il gruppo vuole far ascoltare.
Dopo qualche concerto, il gruppo inizia a scrivere materiale per un futuro disco, ma è l’uragano Katrina a spazzare via ogni progetto. Nel caos dei giorni successivi, Mike Williams viene arrestato per aver tentato di rubare in una farmacia (era in regime di metadone) ed è costretto a scontare 91 giorni di carcere. La cauzione è pagata dall’amico Anselmo che lo ospita a casa sua: insieme troveranno la forza per disintossicarsi definitivamente. Il 2005 vede quindi una serie di avvenimenti tragici dove l’uragano Katrina è solamente il culmine. Quasi una persecuzione voodoo che tocca le band di New Orleans: lutti, omicidi, case e sale prove distrutte.
La rinascita lenta e dolorosa della città è anche la rinascita della sua cultura. Per aiutare la band a cui l’uragano ha portato via tutto, viene fatto uscire un doppio cd tributo al gruppo (For The Sick – A Tribute to EYEHATEGOD), 35 canzoni suonate da gruppi sludge, metal, grind tra cui Kylesa, Minsk e Brutal Truth.
A dispetto di tutto quello che è successo, contro avversità che avrebbero affondato la convinzione di molti, l’8 agosto 2008 gli EHG festeggiano la loro ventennale carriera all’One Eyed Jack’s di New Orleans: 20 anni di musica estrema e di grandissima passione.

Se chiedete a Mike Williams cosa sia cambiato nel corso di questi anni negli EYEHATEGOD, questi vi risponderà con la sua consueta ironia:
“We are still the same anti-social misanthropic feedback freaks obsessed with downtuning and distortion, as we were in 1988”.
E a noi va benissimo così.

In the Name of Suffering (1992) 65/100
Take as Needed for Pain (1993) 85/100
Dopesick (1996) 70/100
Southern Discomfort (2000)
Confederacy of Ruined Lives (2000) 75/100
10 Years of Abuse (and Still Broke) (LIVE, 2001) 65/100
Preaching the “End-Time” Message (2005)

(Nel 2007 la Century Media ha ristampato i primi 4 album)

 

 

di Michele Sabbadin

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