Coil: The Last Amethyst Deceivers

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altCoil. Il gruppo di John Balance (Jhonn) e Peter Christopherson (Sleazy) vanta una vasta discografia nella quale risulta difficile orientarsi tra album, riedizioni, brani esclusivamente live, EP, colonne sonore, collezioni di rarità e uscite postume. Musica non facile né immediata, ha acquistato nuovi sostenitori negli ultimi anni anche grazie al fenomeno Internet, restando però ostica per una grande fetta di pubblico. Nonostante ciò, possono rappresentare una possibile via d’accesso per un intero mondo di avanguardie, provocazione, ambiguità, orrore, visioni apocalittiche e simbolismi, un luogo in cui ci si può imbattere in personaggi bizzarri come quelli che militavano in Throbbing Gristle, Current 93, Psychic TV, Foetus, Nurse With Wound o Death in June; progetti dai membri spesso intercambiabili, uniti da legami di amicizia e collaborazione, ma ognuno forte di una personalità distinta.
Prendete in musica i nomi di Igor Stravinskij, Leonard Cohen, Scott Walker, This Heat, Butthole Surfers, The Fall, Spacemen 3 e vari compositori di musica elettronica. Dalla letteratura, prendete William Burroughs, William Blake e Clark Ashton Smith (amico e collega visionario di H.P. Lovecraft). Dal cinema, Fellini, Pasolini e horror vario, e dalla pittura il surrealismo di Salvador Dalì. Prendete il “Magick” di Aleister Crowley (da cui la Musick), i mitologici Pan e Dioniso, la gloria e i personaggi dell’antica Roma, il concetto di Energia, l’elettricità, il sesso, l’alchimia, il caos, una forte dose di spiritualità e una particolare concezione del mezzo musicale. I Coil sono tutto questo, e da questo partirono per approdare a qualcosa di unico. Con questo background, non c’è da sorprendersi se il loro stile compositivo risultava simile a quello della realizzazione di un film: partire da immagini e visioni mentali per poi utilizzare qualunque mezzo per trasporre tutto in musica. A questo, si aggiungeva la filosofia del campionamento di Christopherson, secondo cui ogni suono doveva essere letteralmente distrutto affinché se ne potessero creare di nuovi. E infatti, escludendo quei pochi riconoscibili strumenti tradizionali nei loro dischi, tutto il resto è puramente artificiale, decostruito e ricostruito. Uno schiaffo che Peter aveva dato alla classica concezione di musica già ai tempi dei Throbbing Gristle. Sleazy, tra le altre cose, era un collaboratore del gruppo Hipgnosis di Storm Thorgerson (noto per gli artwork dei Pink Floyd) e nella sua lunga carriera ha diretto molti videoclip; attività importanti che aiutarono a sostenere economicamente i propri progetti musicali.

 

La forma può trarre in inganno, ma questa non vuole essere la solita storia del gruppo, tantomeno un discorso che approfondisca ogni aspetto della musica dei Coil e delle loro vite in quanto uomini. Si tratta piuttosto di una guida all’ascolto e un omaggio, un modo di seguirli ordinatamente nelle loro evoluzioni.

 

“Throughout history man has made and used music for two distinct and separate purposes…”

 

Le registrazioni contenute in Transparent appartengono ancora all’antefatto. Christopherson veniva dallo scioglimento dei Throbbing Gristle e iniziò a comporre musica assieme agli Psychic TV, nei quali militava Balance. Transparent è il frutto della collaborazione tra loro due, Zos Kia e amici, una testimonianza dell’industrial rumorosa e provocatrice dei primissimi anni ’80, che tradisce una evidente influenza Kraut. Non un ascolto fondamentale per proseguire, la vera e propria storia dei Coil inizierà poco dopo. altJhonn, ammiratore di Peter, lo convince ad aiutarlo nel suo progetto, e cosìalt How to Destroy Angels diventa nel 1984 la prima uscita ufficiale dei Coil, forse più importante per la vera e propria dichiarazione d’intenti presente sull’etichetta frontale che per la musica in sé. Si tratta, infatti, di atmosfera creata attraverso gong e manipolazione del suono, nata con l’intenzione di aiutare l’accumulo di energia sessuale maschile. O almeno, è stata concepito in modo che tutto ciò funzionasse per gli autori (e non indagheremo oltre). Al di là di questi dettagli, ci sarebbe un discorso che andrebbe in teoria riportato per intero e approfondito: esiste musica da intrattenimento e altra che mira invece ad influire sullo stato psicofisico dell’ascoltatore. I Coil, con questo EP, si schierano da subito a favore di quest’ultima filosofia. Di questa uscita esiste una versione rielaborata e divisa in più tracce, resa addirittura più interessante dell’originale grazie all’esperienza acquisita nel tempo.

 

“Like a hole in the ground, like a knife in the sound

See the black sun rise from the Solar Lodge”

altLavoro che impone il proprio immaginario sporco con forza già a partire dal titolo, dai testi e dalle copertine delle diverse edizioni, il primo album dei Coil, Scatology, è un punto chiave nella definizione delle coordinate dell’industrial di matrice gotica, ma non solo. Infatti, considerando anche il successivo Horse Rotorvator, la varietà delle tracce presenti su entrambi gli album mette in luce la loro capacità di cogliere moltissime sfumature e possibilità dell’intera scena, attraverso grandi intuizioni, espedienti e idee che sarebbero stati ripresi da altri gruppi almeno fino alla metà del decennio successivo. Su Scatology possiamo trovare infatti brani inquietanti e allucinati come “Tenderness of Wolves” (ospite Gavin Friday dei Virgin Prunes) in contrasto con pezzi più ballabili come “Panic”, un modello per l’industrial rock che si sarebbe sviluppato. Del resto, l’intero lato B dell’LP (“Solar Lodge”, “Godhead=Deathead” e “Cathedral in Flames”) dovrebbe essere sufficiente al fine di rendersi conto della grade abilità compositiva dei Coil in questo settore. Se con Horse Rotorvator la loro musica sarebbe diventata nella pratica più accessibile, Scatology con la sua crudezza, il suo esorcizzare l’incubo dell’AIDS che si diffondeva tra gli omosessuali, continua a rappresentare la più genuina essenza del suo tempo, del suo mondo e del genio del duo Balance/Christopherson nella prima fase della sua esistenza. La stampa su CD contiene, come bonus track, una versione dal sapore molto particolare della famosissima “Tainted Love”, pubblicata come singolo assieme a “Panic” e i cui incassi vennero devoluti in beneficienza proprio per contrastare la diffusione dell’HIV.

 

“Throw his bones over

The white cliffs of Dover”

altIl perfetto equilibrio tra il crudissimo industrial degli esordi e quella che sarebbe stata l’anima dei Coil del futuro, trova una sua realizzazione già nel 1986, in Horse Rotorvator. Qui ci imbattiamo in spunti jazz, tematiche visionarie ed apocalittiche, la morte come presenza ricorrente ed esperimenti prettamente atmosferici, assieme ad una particolare attenzione all’orecchiabilità. Termine forse azzardato e in ogni caso pur sempre relativo al contesto, ma non può essere diversamente quando si incontrano canzoni come “Slur” (con Marc Almond), la “Who By Fire?” di Leonard Cohen o “Ostia (The Death of Pasolini)”, con la loro splendida musicalità. Ovviamente non mancano stranezze negli intermezzi o brani più perversi ed espliciti (“Circles of Mania” è molto eloquente), ma questo è senza ombra di dubbio l’album più adatto nell’approccio verso il primo periodo dei Coil.alt E se non vi riuscisse di rendervi subito conto di quanto fosse avanti questo disco nel 1986, provate ad ascoltare con attenzione “Blood From the Air”, brano composto dal duo semplicemente mettendo in musica una loro creazione mentale, che vedeva un uomo affetto da schizofrenia affrontare un luogo freddo ed inospitale. Come avrebbero sempre fatto, erano partiti da immagini per approdare poi alla musica. Nota di colore sull’utilizzo simbolico di certi suoni: in “Ostia” sono presenti suoni prodotti da cavallette, registrati presso la piramide di Chichén Itzá (Messico), utilizzata dai Maya per compiere sacrifici umani. Se il senso non fosse ancora chiaro, leggere il testo della canzone in questione. Da non dimenticare l’importanza del supporto di Stephen Thrower e Thirlwell (Clint Ruin / Foetus) per la riuscita di questi primi due LP dei Coil, e di quello di Danny Hide (poi presente anche durante la realizzazione di Love’s Secret Domain e Black Antlers) per Horse Rotorvator in particolare. La disordinatissima raccolta di materiale vario e idee scartate durante la composizione dell’album, Gold Is the Metal, è trascurabile quasi in ogni sua parte, a differenza dell’altra raccolta uscita sotto il nome di Unnatural History (1990). L’ottimo singolo “The Wheel”, magari spiazzante nel 1987, anticipava un po’ la rivoluzione di Love’s Secret Domain, pur restando più vicino all’industrial rock che alla techno.

 

“There are thrones underground and monarchs upon them
[…]

Angels take poisons in rotting pavilions”

 

altI Coil di Love’s Secret Domain (1991) potrebbero risultare per lunghi tratti irriconoscibili. E’ notoriamente il disco in cui la loro musica viene contaminata dalla techno e dalla house in voga in quello stesso periodo. In realtà non c’è solo quello, nell’ultima parte – a meno della traccia finale – ci sono dei brani che sembrano aver poco a che fare con la vena club. Il singolo “The Snow” è un’ottima incursione in quelle nuove correnti musicali, tanto da poterne esser considerata addirittura un vertice nella versione presente sull’album, e degne di esser citate sono anche le varie “Things Happen” e “Windowpanealt“, decisamente originali nell’ambito in cui si muovono. L’impressione però è quella che i Coil non siano fatti davvero per questo tipo di musica, e una prova potrebbe esser costituita dalla loro tendenza nel cambiare direzione all’interno dello stesso album: “Dark River”, “Titan Arch” (ancora con Marc Almond, stavolta come voce principale) e “Chaostrophy”, evocative e visionarie, si ritrovano sulla scia di alcune cose del loro recente passato. Senza contare la titletrack, che in un certo senso sembra davvero fare a pugni con quello che generalmente si associa al nome dei Coil. Le stesse “Teenage Lightning”, a posteriori, non possono competere con le splendide versioni che avrebbero realizzato qualche anno più tardi. Un esperimento interessante, assolutamente non trascurabile al fine di raccapezzarsi nella discografia del gruppo ma neanche da considerare un capolavoro al pari dei due illustri predecessori. Sostanzialmente proveniente dalle stesse sessioni di registrazione, Stolen and Contaminated Songs (1992) contiene il materiale più sperimentale, e ascoltandolo ci si potrebbe imbattere in qualcosa di più interessante di quanto si possa credere, almeno per chi ha abbastanza curiosità da voler approfondire il discorso e ha apprezzato il ritorno dei Throbbing Gristle nel 2007.

“After refusal of leave to land

We laid our heads down on the shivering sands”

 

altNel ’95 i Coil pubblicano il seguito di Unnatural History (Smiling in the Face of Perversity, contenente  tra le altre cose le musiche scritte per Hellraiser e per Blue di Derek Jarman) e Worship the Glitch, una raccolta di sottofondi, effetti e giochetti sonori sulla scia di quelli utilizzati nelle loro composizioni, adatta esclusivamente a fanatici che abbiano già oltrepassato il punto di non ritorno, quindi sostanzialmente superflua per quelli che sono i nostri scopi in questa sede. Collaborano inoltre al disco di remix di The Downward Spiral dei Nine Inch Nails (Further Down the Spiral), assieme ad altri pezzi grossi come Thirlwell e Aphex Twin. In questo periodo di rapporti con Reznor e di lavoro nei suoi Nothing Studios, era nata l’idea di creare un album che avrebbe dovuto intitolarsi Backwards ma che rimase in forma di demo; quel materiale finì poi per essere pesantemente rielaborato da Sleazy e Danny Hide e pubblicato come The New Backwards dopo la fine dei Coil, altro invece venne pubblicato in una nuova veste su The Ape of Naples. Nel ’96 è la volta di Black District: A Thousand Lights in a Darkened Room, un disco definibile dark ambient che avrebbe dovuto far parte di una trilogia. Si tratta della prima uscita inedita degna di vera attenzione nel giro di quattro anni. Ottime, tra le altre, “Die Wolfe Kommen Zuruck”, “Refusal of Leave to Land” (facilmente apprezzabile dai fan dei Tool in particolare) e “Chalice”. I segnali, a questo punto, erano chiari: la musica dei Coil stava virando verso lidi decisamente più atmosferici, probabilmente l’unica dimensione consona alla loro attitudine una volta superata l’industrial classica.

 

“Time Machines: 4 tones to facilitate travel through time”

 

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altCon Time Machines (1998), Balance e Christopherson riportano alla luce con forza la loro filosofia musicale, quella primigenia di How to Destroy Angels. La musica è uno strumento che può alterare la percezione della realtà, capace di far reagire la mente in modo differente rispetto al suo solito funzionamento, alla stregua degli allucinogeni. Del resto, i titoli non lasciano dubbi: “7-Methoxy-ß-Carboline: (Telepathine)”, “2,5-Dimethoxy-4-Ethyl-Amphetamine: (DOET/Hecate)”, “5-Methoxy-N, N-Dimethyl: (5-Me0-DMT)”, “4-Indolol, 3-[2-(Dimethylamino)Ethyl]’ Phosphate Ester: (psilocybin)”. Il proposito di questa uscita è quello di facilitare i viaggi nel tempo, alterare la coscienza in modo da rivedere il proprio passato o dare uno sguardo al futuro, e come ulteriore aiuto ognuna delle quattro tracce è associata ad una immagine meditativa dai colori accesi. Tutto molto suggestivo, non ci è dato sapere se qualcuno sia riuscito a meditare in quella direzione o abbia ricavato da frequenze e battimenti binaurali soltanto un gran mal di testa, ma senza dubbio si tratta di un lavoro qualitativamente superiore alla stragrande maggioranza delle uscite drone dei dieci anni successivi, e questo a prescindere dal contorno mistico. Interpretarlo come un semplice album da ascolto distratto o di sottofondo è un errore, non è questo il suo scopo, piuttosto meglio starne alla larga. Bisogna prenderlo per quello che è, ritagliarsi un’ora di tempo e farlo girare senza disturbi esterni e senza attendere la necessaria manifestazione di spiriti di antichi condottieri o degli alieni creatori della razza umana. Consigliato ai più coraggiosi.
“The grass that grows is turned to gas
Gas fired from a gun, herbal hydrogen

If it goes any faster there’ll be an astral disaster”

 

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Gli ultimissimi anni in attesa della fine del millennio significarono per i nostri un tuffo in una moderna musica cosmica, uno sguardo rivolto allo spazio profondo e a quella meccanica celeste che accompagna l’uomo dalle sue origini: l’avvicendarsi di equinozi e solstizi. Escono quindi quattro EP, poi raccolti in un’unica uscita sotto il nome Moon’s Milk in Four Phases (2001): Spring Equinox, Summer Solstice, Autumn Equinox e Winter Solstice, ognuno reso disponibile in edizione limitata nei corrispondenti giorni del 1998. Composizioni eleganti, che seguono gli umori stagionali alla maniera dei Coil. Astral Disaster (1999) fu invece registrato per Halloween (anzi, Samhain) nell’anno della famosa eclisse totale di fine millennio, quella che aveva inutilmente gettato nel panico la gente che attendeva fiduciosa l’Armageddon. Un’uscita gradevole per i fan, intrisa di fantascienza, ma di fatto di transizione per Balance e Christopherson, liberi di fare esperimenti con i loro nuovi sintetizzatori ed entrare in sintonia con il nuovo membro aggiunto, Thighpaulsandra.
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“Are you shivering? Are you cold?
Are you bathed in silver or drowned in gold?
[…]
Our life has grown weary, the stars have grown old

Are you still shivering? Are you still cold?”

 

altQuesto nuovo approccio musicale prende il nome di “Moon Music(k)” quando finisce per assumere connotazioni ancora più notturne. “In the oceans of the moon, swimming squidlike and squalid. This bright moon is a liquid, the dark earth is a solid. This is moon music in the light of the moon” recita su un insolito tappeto glitch “Are You Shivering?”, all’inizio del nuovo lavoro dei Coil, Musick to Play in the Dark (1999), punto focale di una fase molto produttiva che li aveva addirittura riportati ad esibirsi dal vivo dopo le poche esperienze dei primissimi anni. “Red Birds Will Fly Out of the East and Destroy Paris in a Night” è sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti della loro carriera: tastiere siderali ed esplosioni di rumori sintetici, mai fuori posto sul sintetizzatore arpeggiante che regge l’intera traccia, a scandire un ritmo ipnotico come non mai. Fondamentale, in questa occasione, l’apporto di Thighpaulsandra: l’alchimia tra lui, Balance, Christopherson e Drew McDowall iniziava a funzionare alla perfezione. altTuttavia la vera gemma del disco è stata lasciata per ultima, quella “The Dreamer Is Still Asleep” che è uno degli apici della carriera dei Coil e rappresenta il punto di raccordo con le future produzioni. Un album più vario di quanto possa sembrare, amato forse più di quanto realmente meriti, ma lasciarlo da parte come preferiscono fare alcuni tirando in ballo la pretenziosità dei testi, è un comportamento colpevole. Musick to Play in the Dark Vol. 2 (2000) è il passo successivo: l’aura mistica è sempre presente, ma le differenze sono evidenti e i brani meno d’impatto, dove nel volume precedente avevamo composizioni in grado di stamparsi con più facilità nella mente dell’ascoltatore. E’ notturno in modo diverso, tutto sembra più desolato, freddo e silenzioso. Non manca l’occasione, tra una cosa e l’altra, di omaggiare anche il Krautrock. Si può dichiarare un po’ meno riuscito del precedente, per quanto possano sostenere il contrario gli appassionati di Musick to Play in the Dark inteso come coppia di dischi non separabili e non prescindibili. Del fantomatico e previsto terzo episodio della saga non si è saputo più nulla di concreto.

“He said, “I dream of colour music,

And the intricacies of the machines that make it possible”
I said, “You are nothing if not inconsistent”
He said, “I rely upon being insistent
I’m almost never forever
I’m almost never for now

I implore you, explore all the people you meet””

 

altPosto che il delirio elettronico distorto di Constant Shallowness Leads to Evil (2000) è un’esperienza che chi vorrebbe mantenere una mente sana non dovrebbe mai fare, la prossima uscita interessante in ordine di tempo è The Remote Viewer (2002): due tracce frutto di improvvisazione con i membri della formazione del loro contemporaneo tour, raccordate da un terzo brano di collegamento. Molto ben riuscito, musica ancora nuova e sempre più affascinante, sospesa tra tempi passati e futuri lontanissimi, che acquista ancor più valore se si considera il fatto che si tratta comunque di improvvisazioni. E dire che, dall’inizio della loro carriera e per circa 15 anni, i Coil non volevano esibirsi dal vivo perché non pensavano che qualcuno avrebbe potuto trovare interessante osservarli su un palco mentre creavano musica, altpensiero dettato dal fatto che loro stessi non amavano andare ai concerti anche da semplici spettatori. Per fortuna poi cambiarono idea, e da questa spinta nacquero quattro album live (semplicemente numerati in ordine inverso, Four, Three, Two e One), Megalithomania! e poi Black Antlers (2004) che per come è stato concepito sprigiona quelle sensazioni di intimità e di assistere a qualcosa di speciale, qualcosa che solo un concerto per pochi eletti, in un piccolo locale, può avere. Contiene di fatto due delle migliori composizioni dei Coil dell’ultimo periodo: “Sex With Sun Ra (Part One: Saturnalia)”, “The Wraiths and Strays of Paris”, “Black Antlers (Where’s Your Child?)”, assieme alle tracce presenti sul cd bonus che accompagna la versione deluxe. Più che di musica si tratta di esperienze nel vero senso della parola. Spesso ci si lamenta del fatto che, se solo avessero speso più tempo in studio curandolo meglio, il disco sarebbe stato migliore. Come ulteriore testimonianza, il live Selvaggina Go Back into the Woods, registrato in Italia.

“Inside the wound I found my wings

And walked away from this human skin”

 

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Tristemente profetici alcuni versi di Balance. Persino il titolo del live che lui stesso aveva voluto chiamare …And the Ambulance Died in His Arms, pubblicato postumo e che, manco a dirlo, contiene delle perle ancora più apprezzabili dopo l’ascolto dell’ultimo vero album dei Coil, The Ape of Naples. “Most accidents occur at home”; il 13 Novembre 2004, John Balance moriva in seguito ad una caduta, a casa sua, per colpa di una banale sbronza (se si può definire banale quella di un uomo che soffriva di problemi di dipendenza dall’alcol). Christopherson non avrebbe potuto portare avanti da solo un progetto nato dalla mente di Balance, così i Coil finivano di esistere. Prima, però, il materiale su cui Peter e John stavano lavorando o che era rimasto in sospeso durante le sessioni di registrazione nei Nothing Studios, veniva pubblicato in The Ape of Naples, che qualitativamente tutto potrebbe sembrare tranne che un album composto da pezzi dalla diversa provenienza. Qualche rielaborazione abbinata a tracce completamente nuove, è un disco che sorprende per fascino ed intensità dalla prima canzone, “Fire of the Mind”, fino all’ultimo passo, “Going Up”. Lo spirito dei Coil dell’ultimo periodo si unisce alla perfezione con l’industrial degli esordi, creando un suono aggiornato che è risultato essere molto vicino al gusto del fruitore di musica rock ed elettronica degli anni 2000.
altUna lunga carriera, quella dei Coil, il cui spettro ha assunto negli anni i colori più diversi, dall’industrial più puro a canzoni più classiche, dalla techno ballabile alla dark ambient più meditativa. Non tutto bello, non tutto di livello, le uscite trascurabili ci sono ma la bilancia pende decisa dall’altro lato. Sleazy non poteva rinunciare a comporre musica, e di lì a pochi anni – dopo aver stabilito la sua nuova base operativa in Thailandia già poco prima della fine dei Coil – lo avremmo rivisto tornare sulle scene assieme ai suoi vecchi compagni dei Throbbing Gristle, assenti da quasi trent’anni. Part Two: The Endless Not è senza ombra di dubbio il loro album più vicino a quello che erano stati i Coil, che grazie a questo ancora una volta si rivelavano esser stati un’esperienza preziosissima sia per i protagonisti, sia a tutto il mondo che ruotava attorno a loro. In più, oltre al suo progetto denominato “Threshold HouseBoys Choir”, ha creato una collaborazione con Ivan Pavlov (CoH), SoiSong, che dopo un ottimo EP di esordio ci ha lasciato con qualche dubbio a causa dell’album xAj3z, sebbene lui sia convinto della qualità del suo lavoro. E’ un personaggio da tenere sempre d’occhio, sempre pronto ad estrarre qualcosa di buono dal nulla, quando meno ce lo si aspetta. Perché gli anni passano per tutti, soprattutto nel mondo della musica si rischia di coprirsi di ridicolo ad una certa età; solo pochi grandi sono riusciti a condurre la propria integrità artistica nel corso dei decenni, e i Coil rimangono tra questi.
Discografia minima consigliata:
Scatology (1984)
Love’s Secret Domain (1991)
Musick to Play in the Dark (1999)
Black Antlers (2004)
Per approfondire:
How to Destroy Angels (Remixes and Re-Recordings) (1992)
Stolen and Contaminated Songs (1992)
Time Machines (1998)
Musick to Play in the Dark Vol. 2 (2000)
Moon’s Milk in Four Phases (2001)

The Remote Viewer (2002)

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