Oasis: Definitely Over

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Noel Gallagher ha lasciato il gruppo. Gli Oasis si sono sciolti. O forse no?


In fondo basterebbe un po’ di logica: quando il compositore del 90% – cifra approssimata per difetto – delle canzoni di un gruppo rock sceglie di chiamarsi fuori dal circo, il gruppo si scioglie.

A forza di gridare “al lupo, al lupo!” nessuno sembrava crederci. D’altronde quante volte è già successo? Ricordo che già nel 1996, nel bel mezzo di un tour americano, doveva essere finita. Poi ci sono stati cambi di formazione, il tribolato parto di album dai sempre più alterni risultati artistici, il tutto senza contare le solite zuffe tra i fratelli coltelli. altMa questa volta fanno sul serio, soprattutto Noel, che a questo punto aspettiamo alla prova del disco solista, a dar seguito alla recente pubblicazione in formato digitale del suo concerto semiacustico alla Royal Albert Hall. Proprio la volontà del fratello maggiore di voler tentare la strada solitaria, lasciando gli Oasis a covare un lungo iato di riflessione pare non essere andata a giù a Liam, che invece vorrebbe il prima possibile un nuovo disco della band che lui stesso ha fondato e che proprio ultimamente risultava rinvigorita da un album – Dig Out Your Soul – che non solo lo vedeva protagonista anche in fase compositiva, ma che soprattutto rappresenta – e qui usiamo il presente storico – il miglior capitolo degli Oasis in oltre dieci anni di carriera, vale a dire il disco più riuscito da Morning Glory (1995). Dig Out Your Soul mostra una band finalmente di nuovo coesa, un gruppo vero e non un progetto di sfogo di beceri luoghi comuni del rock che pur allontanando molti potenziali ammiratori, non erano riusciti a uccidere la musica dei fratelli Gallagher. Ora le cose stanno diversamente però, e Noel – a fronte di un prevedibile successo piuttosto facile da ottenere per un hit-makercome lui – potrebbe anche non tornare a casa. Liam, di contro, sarebbe in grado di commettere un errore imperdonabile, ovvero quello di non sciogliere gli Oasis, facendo finta che “Live Forever” e “Wonderwall” le abbia scritte lui e non il fratello maggiore.

Oppure potrebbe mettere in piedi una nuova band capace di sopportare le sue bizze: d’altronde come sono tante le inimicizie che ha scatenato nei suoi e nei confronti degli Oasis, negli anni sono tanti anche gli amici incontrati per strada: Chris Squire, Johnny Marr, Liam Howlett, i Death in Vegas, lo stesso Andy Bell… sarebbero tutti pronti a rilanciarsi come songwriter sapendo di poter contare su un vocalist di sicura presa sul pubblico.

altDicevamo, stando alla logica, che finisce qui la storia di uno dei gruppi con la maggiore quantità di canzoni della precedente generazione, quella dei Novanta, in cui Nirvana e Smashing Pumpkins l’hanno fatta da padroni negli Stati Uniti, mentre Blur e Oasis si sono giocati il titolo della Premier League anno dopo anno, singolo dopo singolo, gossip dopo gossip, insidiati al massimo dai Suede e dal genio di Jarvis Cocker, prima che i Radiohead entrassero in gioco per davvero e facessero piazza pulita, almeno superficialmente, perlomeno presso quelli che arrivatici in ritardo, non avevano capito di cosa si stesse parlando, magari perché giunti alla band di Thom Yorke provenienti dal grunge o peggio ancora dal Nu Metal, e quindi privi delle basi che avevano fondato il brip pop, misconoscendo perfino gli Smiths e gli Stone Roses. E allora sì, gli Oasis facevano schifo a chi era convintissimo che Ten dei Pearl Jam fosse il massimo della vita, o che il rock quello vero fosse solo quello discendente dai miti degli anni Settanta: se una band non aveva nel pedigree una qualche reminiscenza di Led Zeppelin, Pink Floyd o Black Sabbath, allora non valeva niente. Balle.

L’atteggiamento strafottente non ha aiutato, ma sono bastati il taglio di capelli e le note di piano di introduzione a “Don’t Look Back in Anger” (in realtà un evidente, breve e forzato omaggio), nonché il look totalmente mod che semmai avrebbe dovuto accostarli più agli Who, a far passare gli Oasis come una volgare imitazione dei Beatles. Anche fosse… come se i Pearl Jam avessero mai inventato qualcosa. Intendiamoci, le influenze di “quei quattro ragazzi di Liverpool” sono forti ed evidenti, palesate per altro dalle continue performance live di “I Am the Walrus” o “Helter Skelter”, nonché dalle citazioni di titoli di canzoni a firma Lennon/McCartney nei versi di Noel Gallagher. Liam è arrivato a chiamare Lennon il suo primogenito. La copertina del singolo di “Live Forever” raffigura la casa dove è nato John. E si potrebbe continuare per almeno altre venti battute. Il punto è che come sono pieni zeppi di riferimenti ai Beatles, l’immaginario e la poetica degli Oasis sono anche molto altro, e nascono nello specifico dalla lezione dei concittadini Smiths, sia per quanto riguarda la ritmica delle canzoni, sia rispetto al tema della fuga verso qualcosa di diverso, qualunque cosa fosse, non raro in Morrissey e divenuto un’ossessione nei primi Oasis, i migliori, quelli per cui oggi siamo ancora qui a parlare della musica e delle loro disavventure. Ci sono ovviamente gli Stone Roses dei primi singoli e dell’album omonimo, capolavoro irrepetibile di una stagione del rock inglese che riusciva finalmente a superare la new-wave e il post-punk, e ad aprire le porte al nuovo decennio. Le rose di pietra le hanno colte in tanti, Noel Gallagher certamente. Ma questi è cresciuto con la musica dei Jam di Paul Weller, e per dirla citando Guy Ritchie – che per altro ha reso famoso un pezzo degli Oasis nel suo The Snatch – non è mai stato un vero rocknrolla, piuttosto un figlio della seconda ondata mod, parallela ai Sex Pistols e ai Buzzcocks, e figlia dell’illuminazione di Who, Kinks e Rolling Stones londinesi. In fondo quanto veramente c’è di Beatles in Definitely Maybe, il primo album, quello che li ha fatti diventare famosi e sicuramente il più genuino, per quanto già carico della sua buona dose di ingenue banalità rock? E quanto invece c’è di Rolling Stones, non solo nel primo disco, ma anche lungo tutto l’arco della loro discografia, passando per dichiarazioni del tipo: “il nostro sound negli anni assomiglierà sempre di più a quello dei Rolling Stones e meno a quello dei Beatles”, per una splendida cover di “Street Fighting Man” e sopraggiungendo agli ultimi due album, davvero il culmine di una passione, quella per le pietre rotolanti e per l’immaginario del gran finale dei Sessanta, che ha davvero trasformato gli Oasis in una band affascinata da tutto quel periodo e non solo dai baronetti di Liverpool.
altNon sono mancati gli esperimenti lungo il percorso, le collaborazioni con altri artisti della stessa o di altre scene, che in parte hanno inciso nel suono di dischi meno riusciti come Be Here Now (1997) e Standing on the Shoulder of Giants (2000), entrambi diseguali nella scaletta, che lasciava fuori buonissime canzoni tenute per i lati B dei singoli – come da copione negli Oasis – ed entrambi tentativi di osare qualcosa in più negli arrangiamenti, fra manie di grandezza che hanno debilitato un songwriting altrimenti pressoché ancora impeccabile (Be Here Now) e suoni ben calibrati che non sono stati in grado di accendere una manciata di brani troppo stanchi per essere usciti dal plettro di Noel Gallagher (il successore). Chi c’era ricorderà tuttavia quella che può essere l’epifania della parabola degli Oasis, il punto di non ritorno o meglio l’apice di una carriera, il momento in cui tutto il popolo del rock non aspettava altro che loro, vale a dire l’uscita del singolo con relativo video di “D’You Know What I Mean?”. Ecco, in quel momento gli Oasis erano più in alto di chiunque altro al mondo, più su degli U2 che pure li avevano chiamati ad aprire i concerti della prima fase del Pop Mart Tour. Solo Dig Out Your Soul (2008) – prima di qualche altro singolo innegabilmente azzeccato, su tutti “Sunday Morning Call”, b side incluse – è stato in grado di far risalire alcuni gradini ai fratelli Gallagher. Ma quel che c’è stato fino a quel momento, ovvero prima della minacciosa uscita di Be Here Now, è qualcosa che proprio il popolo del rock non può e non deve fingere di dimenticare perché magari oggi inflazionato, perché appannaggio di un pubblico spesso afono ed indifferente rispetto a cose altrettanto interessanti di quel periodo. I fan possono facilmente avere il paraorecchie, lo si sa per postulato. Negare però che canzoni quali “Whatever” o “Wonderwall” siano momenti importanti del pop dei Novanta, che Definitely Maybe, Morning Glory e gran parte delle relative b side raccolte poi nella compilation The Masterplan siano dei capolavori del rock britannico, sarebbe altrettanto grave e biasimevole. E assurdo perdipiù, visto che in patria sono coscienza popolare e immuni da possibili critiche: sono parte della storia, e se permettete, gli Inglesi su queste cose non possono temere obiezioni da noi Italiani. Lo sanno loro – più che noi – che cosa è buono e cosa non lo è, ed è già stato deciso che Definitely Maybe e (What’s the Story) Morning Glory? sono due classici, nei Novanta non inferiori per importanza storica ad un Ok Computer o ad un Dif
ferent Class, quindi pregherei di farsene una ragione. E’ così e basta.

Non c’è – e non ci può essere neanche volendo – in Gallagher quell’atteggiamento intellettualoide presente nei gruppi brit-pop di Londra, né tantomeno alcun gusto glam. Gli Oasis sono di Manchester e rispecchiano icasticamente la loro gente, quella della classe sociale più bassa, che vive di calcio, “Cigarettes & Alcohol” e sogni di “Rock ‘N’ Roll Star”. Stereotipi su cui i Gallagher indugeranno fin troppo nel corso degli anni. Eppure all’epoca di Definitely Maybe risultavano in qualche modo sinceri, in quanto cliché che la band osservava da un punto di vista esterno: “In my mind my dreams are real”.
Definitely Maybe non può che avere successo in un contesto a cui si affaccia come contraltare all’inglesissimo Parklife dei Blur o all’elegante ma complesso e per la critica involuto Dog Man Star dei Suede. Ecco dunque che un brano alquanto demagogico e con una cospicua dose di retorica rock n roll come “Supersonic” diventa un inno più negli States che in patria. Gli Oasis si accorgono che il pubblico è dalla loro parte, e rilanciano con il singolo natalizio – questo sì profondamente beatlesiano era Abbey Road – “Whatever”, che viene annesso alla ristampa di Definitely Maybe, prima della cacciata del batterista Tony McCarroll, invero se non il migliore che abbiano mai avuto, certamente il più funzionale al loro suono più autentico. Lo sostituisce Alain White, che standosene silenziosamente al suo posto partecipa al periodo di maggiore popolarità, e anche al disco più venduto della band.
altSe in Inghilterra e nel mondo anglosassone è bastato l’esordio a fare il botto, nel resto del vecchio continente c’è voluto un secondo e forse anche più grande capolavoro, quel Morning Glory che all’epoca sembrava una vera boccata d’ossigeno giunta alle masse che non si erano riconosciute nelle urla provenienti da Seattle. Dieci canzoni straordinarie, l’una dietro l’altra, che ascoltate oggi paiono ben più ruvide e meno levigate di quanto erano apparse allora. D’altronde gli Oasis, per non parlare dei Verve, nascono anche dalle ceneri dello shoegaze e della scena twee pop scozzese: incidono per la Creation, l’etichetta di Alan McGee, formidabile nel compiere il trasporto del rock indipendente inglese verso lidi e riconoscimenti mainstream. E c’è chi ancora si domanda perché aver tenuto fuori dai primi due album pezzi come “Fade Away”, “Half the World Away”,alt “Acquiesce” o la stessa “The Masterplan”. La risposta è in realtà più semplice di quel che la logica suggerirebbe: non si è quasi mai trattato di errori di valutazione, di brani ritenuti minori o non sufficientemente trattati in studio, quanto piuttosto di una esplicita volontà di rendere l’appuntamento quadrimestrale col nuovo singolo come qualcosa di elettrizzante al pari dell’uscita di un nuovo album, così come erano soliti fare gli Who, i Rolling Stones o i Beatles. Con il suo arrangiamento orchestrale, la sua retorica un po’ già sentita, una splendida canzone come “The Masterplan” non avrebbe calzato a pennello nella scaletta di Morning Glory. Invece, a chiusura del superclassico “Wonderwall”, è davvero al suo posto. Non si può dire lo stesso delle canzoni lasciate per strada nei singoli di Be Here Now, che probabilmente avrebbero reso quel disco più snello e avvincente. E allora pezzi come “Stay Young” e “Flashbax” avrebbero potuto tranquillamente prendere il posto di almeno un paio delle pastorali tirate per le lunghissime di quel disco così mal ideato. Sarebbe potuto essere un altro capolavoro, perché si sono fatti questo? Per non parlare di come sarebbe bastato davvero poco per trasformare la storia di Standing on the Shoulder of Giants, penalizzato dal primo tentativo di scrittura di Liam (la banalissima “Little James”) e dai primi segni di cedimento del talento innato di Noel (in particolare “Put Your Money Where Your Mouth Is”) e quindi dal mancato utilizzo di brani poi inseriti nei flipside dei singoli, come la splendida, splendida “Let’s All Make Believe” o la sottovalutatissima “Carry Us All”.

altIl punto più basso, la collezione di brani dove solo i singoli hanno funzionato – e a pensarci bene neanche quelli hanno davvero lasciato il segno – è Heathen Chemistry (2002), autoprodotto e frutto della prima performance in studio con la nuova band. Già perché nel frattempo Guigsy e Bonehead, i gregari che a suo tempo avevano fondato la band assieme a Liam, hanno alzato bandiera bianca, convinti ancora oggi che la scelta di scendere dalla giostra autodistruttiva fosse l’unica soluzione per avere salva la pelle. Ma i nuovi Gem Archer e Andy Bell (ex chitarrista degli shoegazer Ride, quelli di Nowhere per intenderci, negli Oasis al basso) riescono a rimettere insieme i pezzi sparsi in giro dai fratelli, e a far rinascere ancora l’alchimia della band. Ci vorranno tre album e tre tour, la sostituzione di White con l’ottimo Zak Starkey (già alla batteria nella reincarnazione degli Who) per arrivare a altDig Out Your Soul, il disco migliore dai tempi di Morning Glory – e comunque non certo un capolavoro – dopo essere passati per l’anonimo Don’t Believe the Truth (2005), in cui pur trovato il suono giusto, mancano completamente le grandi canzoni (non invece gli episodi imbarazzanti). Dig Out Your Soul indugia nelle atmosfere protopsichedeliche e retrò del suo predecessore, ma con una vena compositiva finalmente ritrovata, che vede lo stesso Liam clamoroso protagonista, autore in particolare della ballata “I’m Outta Time” e della marcetta conclusiva “Soldier On”. C’è spazio per la finto-orientaleggiante “To Be Where There’s Life”, firmata da Gem Archer e reminiscente non solo di “Who Feels Love?” (da Standing on the Shoulder of Giants), ma anche della lezione di Madchester e delle ambientazioni dei Primal Scream di Screamadelica, mentre Andy Bell che firma un solo pezzo si era fatto maggiormente stimare per il suo contributo in Don’t Believe the Truth. E Noel? Il fratellone ormai entrato mestamente nel circolo degli –anta, è così ispirato che riesce anche a piazzare – tra le altre – una delle migliori dieci canzoni della discografia della band (le altre nove sono tutte del biennio 1994/’95). Si tratta di “Falling Down”, un brano solo superficialmente psichedelico, in realtà introspettivo come poco altro nella discografia della band, tanto da meritare il trattamento di vari remix che pure non riescono a cogliere l’essenza dell’originale.

Come andrà a finire, se non è già finita, non ci è dato di sapere. Proviamo tuttavia a fare delle scommesse con voi. Vediamo se da qui a cinque anni non si parlerà insist
entemente di un possibile ritorno degli Oasis (ammesso che Andy e Gem siano ancora lì ad aspettare), se non ci sarà nessuna riedizione in versione deluxe di Definitely Maybe e Morning Glory, se non arriveranno dei live e dvd che immortalano determinati concerti come quello storico a Knebworth del ’96, o al Madison Square Garden l’anno dopo. E ancora vedremo se non ci saranno nuove raccolte di b side o di inediti lasciati per strada… Figuriamoci! Alla fine però, e con tutta l’ingenuità giovanile che ha nobilitato la melodia di quella progressione di accordi, una cosa è certa: le canzoni degli Oasis are gonna live forever. Mentre noi siamo tutti un po’ più vecchi.

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Definitely Maybe (1994) DISCO CHIAVE
(What’s the Story) Morning Glory? (1995) 92/100
Be Here Now (1997) 62/100
The Masterplan (1998) 65/100
Standing on the Shoulder of Giants (2000) 62/100
Familiar to Millions (2000) 50/100
Heathen Chemistry (2002) 50/100
Don’t Believe the Truth (2005) 55/100
Dig Out Your Soul (2008) 75/100
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