Cat Power: Once I Wanted to Be the Greatest

A cura di Francesca Scozzarro, Paolo Busetto e Daniele Sassi.

Dear Sir (1995) Quando Chan arriva appena ventenne a New York, porta sulle spalle il peso dei rapporti conflittuali con i genitori e le morti di un caro amico e del fidanzato. Ha nelle orecchie la musica blues e nelle mani l’esperienza di svariate jam session. Nella Grande Mela incontra il chitarrista Tim Foljahn e il batterista dei Sonic Youth Steve Shelley, e con loro si chiude in un piccolo studio a suonare. Le registrazioni sono frenetiche e ansiose, un attacco di bulimia sonora dal quale escono fuori una ventina di brani melodicamente scarni e puri, cupi e intrisi di una tristezza lucida e brutale. Il suono è viscerale, istintivo, la qualità è quella di un demo-tape, la maggior parte dei pezzi sono first take. Cat Power è un diamante grezzo con una voce di cenere e fuoco non addomesticata, terribilmente bisognosa di farsi ascoltare e così piena di personalità che è impossibile non farlo. 67/100
Myra Lee (1996) È il gemello di Dear Sir: dentro i brani rimasti fuori dalla precedente pubblicazione, registrati nella stessa sessione del dicembre 1994. L’impronta è identica così come gli stati d’animo evocati. La Marshall dà ancora sfogo ai suoi flussi di coscienza, srotola parole sopra accompagnamenti monocorde e incalzanti. Alcune ritmiche vorticose evocano spettri ossessivi, la circolarità di un dolore che non trova la via per estinguersi (“We All Die”). Nel complesso però, passati i due brani iniziali, questo lavoro rispetto al precedente racchiude un’atmosfera più intimista e man mano che scorrono le tracce si stempera parzialmente quella foga impetuosa e rabbiosa della quale il disco d’esordio era completamente dominato. “Enough”, “Top Expert”, “Ice Water”, “Rockets” (già presente in Dear Sir), sono brani da conoscere assolutamente per comprendere l’evoluzione dell’artista. 69/100
What Would the Community Think (1996) È con il terzo capitolo che Cat Power compie un passo avanti e comincia a raffinarsi. Risulta evidente già dalle note di pianoforte che aprono la prima traccia, “In This Hole”. La basicità dell’accompagnamento batteria più chitarre resta in molti brani, ma viene anche sovvertita: evolve in sciami di arpeggi di chitarre distorte (“What Would the Community Think”), si scioglie in una nuova morbidezza blues (“They Tell Me”), si contagia di influenze country (“Taking People”). L’approccio vagamente naïve lascia spazio a una crescente consapevolezza artistica. Anche la voce perde ingenuità, è sporcata da molte sigarette fumate, ma più elegante e dosata. Non cambia la sostanza dei testi, nei quali la Marshall continua a descrivere con efficacia storie malinconiche e senza speranza, arrivando anche a parlare di aborto (“Nude as the News”), esperienza vissuta dalla cantante in prima persona qualche anno prima. 73/100
Moon Pix (1998) Il miglior ritratto possibile di Chan Marshall – oltre a quello della copertina di Moon Pix – è probabilmente immortalato nel film di Mark Borthwick Speaking for Trees, in cui Cat Power esegue le sue canzoni in solitaria, per un pubblico di soli alberi di un bosco. L’essenza del suo personaggio è tutta lì. Scostante, lunatica, introversa, Chan è in grado di ammaliare con i suoi frammenti folk concepiti grazie ad una sensibilità del tutto indie, come in Moon Pix. La sua carta vincente però, più che melodie o scelte sonore, risulta la sua ormai inconfondibile voce, a tratti così soffocante ed espressiva da rendere secondario il significato dei testi. Moon Pix è il miglior lavoro del suo primo periodo, e quello che meglio rivela le virtù della giovane cantautrice, attraverso un lo-fi assoluto con cui libera l’essenza della sua pura sensibilità. Le ingarbugliate vicende personali, la morte del fidanzato di Atlanta e del suo migliore amico per AIDS, i tradimenti, l’alcol, la droga non sono alle spalle, ma sono sempre lì, pronti a tormentarla. Per sempre. 83/100
The Covers Record (2000) Pochi artisti riescono a coverizzare brani donandogli una nuova significativa vita: in ambito femminile Cat Power è una delle migliori e non a caso nei suoi dischi ha sempre inserito convincenti rivisitazioni di brani altrui, già a partire da “Yestarday Is Here” di Tom Waits in Dear Sir. Nel 2000, pressata dalle aspettative su un suo nuovo disco di inediti a seguito del successo di Moon Pix, decide di dedicare un intero album ad una selezione di cover. Gli arrangiamenti sono essenziali, solo la sua bellissima voce e la chitarra. Il carattere della cantautrice si percepisce vibrante e inconfondibile, nudo e puro. Ogni pezzo potrebbe essere un suo brano, a partire dalla interessante versione di “(I Can’t Get No) Satisfaction” – una delle canzoni più reinterpretate della storia – qui quasi irriconoscibile, e continuando con una serie di pezzi folk, rock e blues tutti di cantautori uomini, la maggior parte americani, che fa risplendere con l’aggiunta della sua non convenzionale grazia. 70/100
You Are Free (2003) Dopo il successo ottenuto da Moonpix (1998), con You Are Free la sempre più bella Chan giunge alla sua definitiva e perentoria consacrazione. La ragazza del Sud-Est affina ulteriormente lo stile fondendo le sue peculiarità con elementi della migliore tradizione cantautorale americana. Ad arricchire l’opera concorrono illustri collaborazioni che, più che comparsate, si rivelano influenze tangibili sul risultato finale, quanto mai vario e sfaccettato: da Eddie Vedder, con cui Chan duetta in “Evolution”, brano di chiusura, a Dave Grohl, dietro alle pelli negli episodi più grintosi e movimentati (come “Speak for Me” e “He War”), senza dimenticare Warren Ellis, violinista dei Dirty Three, che impreziosisce la splendida “Good Woman”. Colpisce la versatilità con la quale l’autrice si destreggia tra pezzi rock e altri più delicati come “Shaking Paper” e “Maybe Not”, accompagnando ora al piano ora alla chitarra la sua voce timida ma suadente. You Are Free raccoglie quattordici canzoni che alternano combattività e malinconia, sempre cercando di non guardare indietro… 86/100
The Greatest (2006) Qualcosa sembra cambiato nella vita di Chan, almeno in apparenza. Lo si percepisce soprattutto dai concerti in cui si mostra meno lunatica di come la si è conosciuta finora, e più matura, o in realtà rassegnata. La stessa impressione che si ha nello stacco fra l’instant classic del rock al femminile You Are Free e il nuovo The Greatest. Trattato con una produzione un po’ troppo mielosa e appassita, il sesto album di inediti della gatta di Atlanta riflette una malinconia vestita in abito da sera, lontana dall’eremitaggio nei boschi di West Kill Mountain, e solo schermo per una instabilità mentale che sfocierà nella cancellazione di un intero tour già programmato. Restano le canzoni, alcune delle meglio manifatturate del suo catalogo (in particolare la titletrack, “Lived in Bars”, e la scheletrica “Where Is My Love”). 76/100
Jukebox (2008) Il secondo LP di reintepretazioni arriva ad inizio 2008 e non rilascia grandi motivi di interesse, se non la conferma delle radici folk e soul blues americane della Marshall, fra cui non passano inosservate le santissime Janis e Joni. In questo e nel senso più utilmente didattico, il parallelo che viene in mente è quello con I’ll Take Care of You di Mark Lanegan, fondamentalmente mosso dalle stesse convinzioni rock e capace di istruire i più giovani. In caso, l’edizione da recuperare è quella con un bonus disc che include altre cinque cover di classici più o meno minori. 62/100
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