Animal Collective: 4 Walls and Adobe Slabs

Animal Collective: 4 Walls and Adobe Slabs

Gli Animal Collective, se osservati dal punto di vista da cui vogliono essere osservati, sono come un’ideologia politica, un manifesto (contro)culturale, o addirittura una religione. Proprio così. Si può non condividerne i dettami, ma il loro è un modo di porsi con dei valori ormai ben definiti, rintracciabili via via sempre più negli album e nel loro contorno. Non a caso il quotidiano francese Libération ha dedicato loro la prima pagina dell’edizione dello scorso 30 agosto: nei testi e nel loro modo di comportarsi c’è del materiale politico, nel senso più nobile del termine, magari. Avey, Noah – che tra l’altro è laureato in teologia alla Boston University – e gli altri rappresentano qualcosa di ben distante sia dal prototipo da tempo deceduto della rockstar, sia dai contemporanei volti dell’indie che muovono le masse più e meno freak verso i megafestival e le aggiornano puntualmente su Twitter. E, udite udite, i ragazzi hanno dei contenuti da elaborare! Sai quando senti dire agli artisti “io queste canzoni le ho scritte prima per me stesso e poi eventualmente per il pubblico”. Ecco, quasi mai è vero. Nel loro caso invece sì. È musica prima per lo spirito (il loro, semmai il nostro) e poi per la mente. Arriva al cuore dall’anima, non dalla mente o dalla razionalità. E per entrarci, devi fare come dicono loro. Devi essere nel loro quadro, devi pensarla un po’ come loro. Che si senta più Avey o più il Panda non vuol dire che la band è dell’uno piuttosto che dell’altro. Il loro considerarsi Collettivo e non band è segno proprio di questa spiritualità: questa musica non è un prodotto musicale, ma la loro Weltanschauung. Ascoltandoli intensamente non ti viene da fare i soliti paragoni “si sentono i Black Dice”, “si sentono i Beach Boys”, etc. Ti viene da dire quello che provi e che ci senti in relazione al tuo vissuto. Dunque gli Animal Collective non fanno musica rivolta a qualcuno di preciso. Non fanno musica di genere. E non è per niente comodo quello che fanno, visto che ogni disco è molto diverso dal precedente. È musica da lasciar correre e da subire per poi avere una reazione emotiva. Non è il caso di farla più profonda e umanistica di quello che è, ma crediamo che il più delle volte sia musica totalmente spirituale.

 


Spirit They’re Gone, Spirit They’ve Vanished (2000) Dai puristi considerato il vero capolavoro assoluto dell’intera discografia,Spirit They’re Gone, Spirit They’ve Vanished è un LP originariamente pubblicato nell’estate del 2000, e poi ristampato a nome Animal Collective nel 2003. Protagonisti della storia sono Avey Tare e Panda Bear, compagni di viaggio nel sogno, come le due anime-libellule raffigurate nella splendida copertina originale del disco, che così tanto dice del contenuto delle canzoni. Il drumming scoordinato e proveniente dal cuore di Lennox, lontano dallo spartito che non c’è, e il romanticismo strambo e colorato di Portner: due amici che suonano da un ondeggiante paese delle meraviglie in cui non è piombata un’Alice in miniatura, ma chi ha spinto il tasto play. Come sempre sarà con i personaggi in questione, la musica non va presa solo per le note scritte sul pentagramma, ma soprattutto per lo spirito indipendente che queste riescono a muovere. Poesia, romanticismo strambo, tintinnii estatici e premonizioni commoventi: Spirit è il vero rivale di Ágætis Birjun dei Sigur Rós, e uno dei massimi capolavori del decennio. 95/100
Danse Manatee (2001) / Hollinndagain (2002) Rispetto all’esperienza di Spirit, ad Avey Tare e Panda Bear si aggiunge anche Brian Ross Weitz, per gli amici Geologist. Inizia così una sperimentazione ermetica che appare in vesti ancora grezze e che prende forma solo con il successivo Here Comes the Indian. Danse Manatee tra i due risulta essere più omogeneo e sicuramente meno istintivo di Hollinndagain, registrato dal vivo. Se nel primo a farla da padrone sono le registrazioni con il mini-disc e i giochi ai synth di Geologist, nel secondo il suono è tutto incentrato sulle percussioni che diventano tribali e ossessive. Insomma per i detrattori un ammasso di suoni informe e fastidioso, per i fan due esperimenti necessari nel percorso che porterà alla costituzione del marchio di fabbrica degli Animal Collective. 64/100  /  61/100
Here Comes the Indian (2003) Spesso dai testi della band arrivano chiavi di lettura per penetrare nel loro mondo. Da “Two Sails on a Sound” ecco allora il lascia passare per Here Comes the Indian, disco considerato tra i più ostici all’ascolto del combo di Baltimora: “Feeling like the city/Is feeling like a sound”. Versi, grida, rumori, distorsioni sono la città, la realtà, il quotidiano che diventano musica scontrandosi con chitarre ai limiti della psichedelia, batterie assillanti, sampler e synth a fare da intelaiatura psicotica. Here Comes the Indian porta alle estreme conseguenze questo processo compositivo anche perché registrato in presa diretta in soli tre giorni, ne diventa espressione istintiva e nevrotica. 75/100
Campfire Songs (2003) Inciso da Geologist con dei mini-disc nella veranda di una casetta del Maryland, Campfire Songs è stato per anni l’album fantasma degli Animal Collective. Non solo perché inizialmente pubblicato anonimamente, ma soprattutto per via della sua natura mai del tutto afferrabile. Rappresenta il puro spirituale, l’istinto che muove la band e – aprendo il periodo acustico – nei fatti una palestra per i successivi Sung Tongs, Feels e il secondo solista di Panda Bear Young Prayer. Si tratta di un LP rivolto a nessun altro pubblico rispetto a chi l’ha suonato e c’era e ricorda. Noi spettatori non potremo mai capirlo veramente, ma solo immaginarne l’atmosfera. Non soltanto delle sperimentazioni intorno e al di fuori della canzone pop, quindi: sono dischi di concetto quelli del Panda e di Avey Tare, e se non avete voglia di sognare ad occhi aperti, lasciate perdere in partenza: questa è musica per indie-sognatori. 72/100
Sung Tongs (2004) La creatività di Tare e compagni è spudorata anche quando si tratta di materia prima folk. Sung Tongs è innovativo, vivace, ed entra e esce dal canone con chitarre acustiche che interpretando parti diverse creano un unisono di accordi a cascata, canti e armonie naïve e gioiose, percussioni inconsuete, e personalità da vendere. Si sarebbe potuto concludere già con “Visiting Friends”, che riprende il meglio dell’esperienza Campfire Songs, ma in fondo non importa che perda qualche colpo nella seconda metà: quel che succede nella prima mezzora sarebbe bastato ad eleggerli come una delle band di culto dell’indie dei 2000. Se “Leaf House” è un flusso continuo di accordi e versi-boccacce, “Who Could Win a Rabbit” è la filastrocca polifonica di un gruppo di compagni di scuola, mentre “Winters Love” – costruita su un giro di 8 cambi a cui si accorda struggente il canto di una persona sola – poteva essere un coro maestoso, e invece è una solitaria storia d’amore da Cantico delle Creature. 83/100
Prospect Hummer (2005) Come abbondantemente risaputo, le strade del folk sono infinite. Vashti Bunyan non si fa viva dall’iconografico Just Another Diamond Day, datato 1970, e solo a seguito dell’incontro con gli Animal Collective trova la forza di pubblicare un nuovo album. Prima, però, i quindici minuti di Prospect Hummer, che rappresentano una sorta di ripresa delle intuizioni sonore di Sung Tongs. Estetica essenziale, cori a metà tra il giocoso e l’ancestrale, e la sensazione di essere in cerchio, di fronte al falò, da qualche parte in un campo estivo. Che sia in quell’America in miniatura che è il Maryland o magari sulle nostre montagne non importa. Poesia allo stato brado. 77/100
Feels (2005) Feels più di tutti è un disco con una storia a sé nel repertorio della band. Alla lavorazione dell’album si aggiunge anche Doctess, nome d’arte di Krìa Brekkan dei Mùm, all’epoca dei fatti moglie di Avey Tare. La presenza dell’islandese non è banale. Krìa suona in tutte le canzoni e cambia letteralmente le geometrie fin qui portate avanti. Infatti a farla da padrone sono spesso i duetti tra la chitarra di Avey Tare e il piano di Krìa. L’inizio è un’esplosione d’energia con “Grass” e “The Purple Bottle”, poi un’improvvisa virata verso sonorità notturne conducono al climax dell’album, ovvero alla sua seconda metà, più spoglia, notturna e trasognata. Se “Loch Raven” è la risposta ad altri noti islandesi, “Banshee Beat” rappresenta l’ultimo apice della prima parte della discografia. Non è il disco migliore degli Animal Collective, ma è comprensibile che qualcuno sia arrivato a crederlo. 85/100
People (2006) Funeral degli Arcade Fire ha fatto furore. Anzi, qualcosa di più. È il disco indie di riferimento del periodo. Quel sentimento di comunione, se non addirittura di parentela, presente nella poetica della band canadese si ritrova tale e quale nella titletrack di questa che dovrebbe essere la vera appendice di Feels. Il suono è rock e live, tanto che entrambe le versioni di “People”, anche quella registrata in studio, sembrano suonate dal vivo. Più vicina all’ormai prossimo Strawberry Jam è invece “Tikwid”. Per radical fan. 70/100
Strawberry Jam (2007) Se qualcuno aveva immaginato un futuro convenzionale per gli Animal Collective, Strawberry Jam spazza via ogni dubbio. Fin dai primi secondi, “Peacebone” mette in chiaro che la psichedelica psicotica e dissociata non è stata messa in soffitta. Anzi, in questo nuovo capitolo della saga tutto si arricchisce di due ingredienti che lo stesso Avey Tare considera fondamentali per il processo creativo della band: magia e infanzia. Elementi questi che per tutto il disco incontrano prima melodie angeliche, poi urla folli e ancora folk posseduto dal demonio. Avendo da poco pubblicato il clamorosissimo Person Pitch, Noah Lennox guadagna il microfono in tre dei brani del nuovo album. Ne risulta un insieme ancor più variegato e imprevedibile – forse anche fin troppo a primo impatto – di cui il rumorismo screamo-pop di “Reverend Green”, il flipper floydiano impazzito di “#1” e il motivetto da passeggio in bici di “Fireworks” rappresentano i momenti più avvincenti. 80/100
Water Curses (2008) Il nuovo EP orbita intorno al pianeta di suoni Strawberry Jam come suo naturale satellite espressivo. L’opener che porta lo stesso nome dell’EP porta alla memoria subito l’onda d’urto pop di “Fireworks”, l’effetto in questo caso è più edulcorato ma non meno efficace. Segue “Street Flash” che vede Avey Tare incarnare Brian Wilson travestito da cosmonauta tra effetti lunari e psichedelia ridotta all’osso. Chiudono “Cobwebs” e “Seal Eyeing”, due nenie subacquee che rimandano alle atmosfere languide e malinconiche del secondo lato di Feels. Pur non essendo mai scontato, Water Curses è una piacevole appendice per chi ormai è entrato nell’ottica dei nuovi AC. 77/100
Merriweather Post Pavilion (2009) Troppo presto ci si è lasciati persuadere che Merriweather Post Pavilion fosse un album epocale, un capolavoro istantaneo, il disco dell’anno e di fine decennio. Abbiamo tutti provato a metterlo in dubbio. Probabilmente, però, è stato davvero tutto questo. Soprattutto perché il combo di Baltimora si è rivelato non solo pioniere, ma anche capobanda di una schiera di formazioni americane rivelatasi moda prima e corrente artistica poi, con caratteristiche ben definite. La nuova psichedelia ha abbracciato principalmente la East Coast e ha già piazzato un pugno di album di ottima fattura: negare che sia, assieme al dubstep, la vera novità dell’ultimo lustro del primo decennio del nuovo secolo significherebbe non esserci con la capa. In questo contesto, gli Animal Collective sono il modello e la sua variante, il prototipo e la replica canonizzata, in una parola il manifesto concreto di un movimento tanto attuale quanto fuori dal mondo e dunque chiacchierato. Noah, David, Brian e Josh disegnano la vera arte del sogno con un pastrocchio di colori che sa di infiorata primaverile e di vita nei paesaggi fauvisti: una vera rinascita del colore in musica, senza prospettiva e senza chiaroscuri. Sintetizzatori, cori al gusto di riverbero, percussioni improbabili, gingilli e bassi pulsanti… tutto concorre alla messa in opera di un disegno dai molteplici possibili significati che spetta sempre al fruitore – vero proprietario della musica – discernere, in cui però vi è un senso di serenità finale, anche nelle situazioni critiche… “are you / also / frightened?”. Non è una visione per forza allucinata e spinta, anzi si respira a pieni polmoni un romanticismo kitsch che trova nei battimano di “My Girls” come nel fluttuare notturno di “Bluish” e “No More Runnin” l’immagine migliore di quel paese delle meraviglie di cui fantasticava un uomo chiamato Charles Lutwidge Dodgson. Non è troppo tardi per tuffarsi e nuotare sospinti dalla calda corrente neopsichedelica. I benefici si vedono sulla pelle. 96/100
Fall Be Kind (2009) Dopo le allucinazioni colorate di Merriweather, i ragazzi hanno ancora materiale da dare in pasto a fan e hater. Nasce così l’idea di pubblicare nello stesso anno Fall Be Kind, ovvero un EP con un’anima completamente diversa dal chiacchierato predecessore. D’altronde in “Graze” Avey Tare canta “I’m in the dark unknown”, razionalizzando un po’ la natura del mini. Infatti, Fall Be Kind ha un’identità dark che pervade tutto il disco e disegna paesaggi notturni che danzano tra il dream folk languido della stessa “Graze” e la nenia oscura dal sapore asciugato di “Bleed”. Ancora fondamentale il contributo di Panda Bear, che continua a vivere uno stato di grazia assoluta. Viene presto da rammaricarsi al pensiero che Fall Be Kind, con le sue sonorità eteree e fiabesche, sia solo un EP. 86/100
Social