The Charlatans: Some Friendly Madchester

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I Charlatans di Tim Burgess sono senza dubbio uno dei tesori più preziosi e meno chiacchierati presenti all’interno di quella ricchissima scena pop rock nata e sviluppatasi in Inghilterra dalle ceneri della new wave.

La città chiave intorno alla quale ruota tutta la storia è Manchester.
E’ qua che, sulla fine degli anni ’80, il destino ha voluto si incrociassero le carriere di alcuni musicisti di talento, che per primi ebbero il coraggio di tentare quello che nessuno prima aveva osato: fondere il pop chitarristico e decadente degli Smiths con la musica “da discoteca” della nascente scena rave, che in quel periodo tanto successo stava raccogliendo tra i giovani della città, in un tripudio di luci psichedeliche, ritmiche ballabili e droghe sintetiche.
“Madchester”, commistione tra il nome della città e il termine “Mad”, pazzo, è il modo con cui comunemente viene indicato l’intero movimento.
Esponenti di maggior spicco della scena furono, senza dubbio, gli Stone Roses e gli Happy Mondays, gruppi che, come spesso accade in questi casi, sebbene assimilabili per background ed intenti, possedevano stili molto diversi e facilmente distinguibili: tanto i primi partivano dalle strutture del pop-rock più tradizionale, fondendole con ritmiche funky e rock psichedelico di matrice sixties, quanto i secondi avevano sviluppato uno sound che univa synth pop e musica dance, mantenendo un’impronta più vicina a certa musica elettronica tipicamente anni ’80.

Se si vuole capire appieno gli eventi di quegli anni, tuttavia, non si può ignorare che, prima ancora che uno stile musicale, il “Madchester” è stato un autentico fenomeno di costume: in quel periodo, infatti, passeggiando per le strade del centro cittadino era assolutamente normale imbattersi in gruppi di ragazzi dall’aspetto volutamente trasandato e con un’attitudine, tipicamente punk, per lo sballo, l’ecstasy e le altre droghe di ultima generazione.
Quasi inutile sottolineare che la musica e lo stile di vita dei giovani artisti di Manchester hanno influenzato tantissimo le formazioni “britpop” esplose in tutto il Regno Unito da lì a pochi anni. Penso agli Suede, ai Pulp, ai Blur.
I Charlatans balzarono agli onori delle cronache giusto in tempo per strappare ai veterani locali lo scettro della scena rave.
Malgrado non siano mai riusciti ad avvicinare il successo planetario dei loro illustri concittadini, è doveroso sottolineare come i Nostri siano stati l’unica formazione della scena a sopravvivere a quel periodo di eccessi, tanto da essere ancora oggi in piena attività.
Nel corso di quasi venti anni di carriera, infatti, i Charlatans hanno pubblicato ben undici dischi di inediti, l’ultimo dei quali, “You Cross My Path” (Cooking Vynil, 2008) ha visto la luce lo scorso anno.
In tutto questo, Tim Burgess e soci sono stati capaci di passare indenni attraverso grunge, britpop, indie rock assortito, post rock e quant’altro mantenendo una propria identità musicale ben definita, nonché un livello qualitativo della propria proposta quasi sempre più che apprezzabile.

Il gruppo vide ufficialmente la luce nel 1989 per iniziativa di Rob Collins (tastiere), Jon Baker (chitarra), Martin Blunt (basso) e Jon Brookes (batteria). Dopo aver cambiato diversi frontman nell’arco di pochi mesi, i quattro conobbero il carismatico Tim Burgess e la formazione acquistò finalmente una sua precisa fisionomia.
Come molti altri giovani dell’epoca, i Charlatans trascorrevano interi pomeriggi a provare nella cantina di casa e a bussare, ovviamente senza successo, alle porte delle case discografiche locali. Alla fine, di fronte all’ennesimo rifiuto, Burgess e compagni pensarono bene di risolvere il problema in modo drastico, creando dal nulla una propria label, quella Dead Dead Good con cui, nel gennaio del 1990, pubblicarono il loro primo singolo, “Indian Rope”.
Il discreto successo ottenuto dall’esordio consentì ai ragazzi di far uscire, a distanza di pochi mesi, un secondo brano, la trascinante “The Only One I Know”, pezzo capace di diventare in brevissimo tempo un mega hit, al punto da balzare alla numero uno della Top Ten UK Chart ed essere ancora oggi considerato uno dei più rappresentativi all’interno della loro discografia.

Tanto clamore, ovviamente, attirò ben presto l’attenzione di numerose etichette indipendenti e permise ai Charlatans di ottenere finalmente un buon contratto discografico con la Beggars Banquet.

I Nostri fecero quindi in tempo a pubblicare un terzo singolo, “Then”, prima di debuttare sulla lunga distanza con “Some Friendly” (Beggars Banquet, 1990), album che volò direttamente ai primi posti in classifica.
Il disco in parola, sicuramente uno dei più rappresentativi dell’intera scena di Manchester, oltre a “The Only One I Know” e “Then”, contiene molti altri pezzi eccellenti, tra i quali è impossibile non ricordare almeno “You’re Not Very Well”, brano dalle irresistibili ritmiche funky, “Polar Bear”, ipnotica ballata psichedelica, e “Believe You Me”, con le sue bordate di chitarra e l’organo Hammond scatenato in assoli viscerali.
Proprio il costante utilizzo di questo particolare strumento, splendidamente suonato da Rob Collins, fin da subito contribuì a differenziare nettamente il sound dei Charlatans da quello delle altre formazioni cittadine, risultando un elemento decisivo per le fortune della band.
Con il successivo “Between 10th And 11th” (Beggars Banquet, 1992), i ragazzi tentarono di dare più spazio al rock ed alle chitarre, autentiche protagoniste in pezzi di valore assoluto come “Page One”, “Tremelo” e, soprattutto, “Weirdo”, brano impreziosito dall’ennesimo capolavoro di Collins all’organo Hammond.
Il disco, tuttavia, penalizzato da una produzione non sempre all’altezza, dal punto di vista delle vendite si rivelò un mezzo passo falso e non riuscì ad entrare nella classifica settimanale dei venti dei dischi più venduti in Inghilterra.
Quell’annata, iniziata male, proseguì per la band in modo, se possibile, peggiore, con Rob Collins che venne arrestato nel corso di una rapina a mano armata: verosimilmente si trattò solo di un enorme malinteso, ma il Nostro non riuscì comunque ad evitare una condanna ad otto mesi di reclusione.
Prima di ritrovarsi dietro le sbarre, tuttavia, il tastierista riuscì a buttare giù idee sufficienti per il terzo album in studio dei Charlatans, che vide la luce non appena uscì di prigione e fu in grado di completare le registrazioni.
“Up To Our Hips” (Beggars Banquet, 1994), sebbene inferiore ai predecessori, venne accolto abbastanza bene dalla critica specializzata e, anche grazie al discreto successo del singolo “Can’t Get Out Of Bed”, rappresentò un nuovo trampolino di lancio per la band.
Tuttavia, fu solamente con il successivo “The Charlatans” (Beggars Banquet, 1995) e la sua verve dance che i ragazzi riuscirono a tornare nuovamente al primo posto delle charts britanniche. Merito soprattutto della convincente prova di Tim Burgess nel brano “Life Is Sweet” dei Chemical Brothers, che permise ai Charlatans di trovare nuovi, inaspettati, estimatori anche all’interno dei circoli dell’elettronica più spinta.
Pezzi dancerecci come “Nine Acre Court” e “Thank You” sono senza dubbio lo specchio della ritrovata vena rave della band, anche se, al solito, nel disco è possibile rinvenire pure delicate ballate pop (“Just Lookin’”) ed elettrici brani rock di stampo più classico (“Crashin’in”, “Toothache”).
All’ennesimo picco della loro carriera, tuttavia, seguì una nuova, drammatica, caduta: proprio mentre i ragazzi stavano registrando il loro quinto album, infatti, Rob Collins trovò la morte in un tragico incidente automobilistico.
I rimanenti membri della formazione, sebbene sconvolti dall’accaduto, decisero di portare a termine il lavoro già iniziato, trovando in Martin Duffy dei Primal Scream un temporaneo sostituto del tastierista prematuramente scomparso. “Tellin’ Stories” (Beggars Banquet, 1997), nonostante tutto, si rivelò l’ennesimo buon disco dei Charlatans ed ottenne un discreto successo di vendite.
La scomparsa di Collins, tuttavia, inevitabilmente influenzò tantissimo i successivi dischi della band, ritrovatasi all’improvviso senza il proprio musicista più preparato.
In quest’ottica, “Us And Us Only” (Beggars Banquet, 1999), rappresentò un tentativo, purtroppo non riuscito, di distaccarsi totalmente da quanto fatto fino a quel momento. Tim Burgess e il nuovo tastierista Tony Rogers, infatti, cercarono di virare il sound della formazione verso un pop più acustico e intimista, con risultati, tuttavia, assai deludenti.
Con il successivo “Wonderland” (MCA, 2001), per fortuna, i Nostri riuscirono a riscattarsi prontamente, pubblicando quello che, a tutti gli effetti, può essere considerato l’album più riuscito della seconda parte della loro carriera.
Disco senza dubbio di alto livello, in cui i Charlatans si divertono a rivaleggiare con gli amici Chemical Brothers (“You’re So Pretty, We’re So Pretty”, “Judas”, “I Just Can’t Get Over Losing You”), danno vita a deliziose parentesi pop (“And If I Fall”, “Right On”) e condiscono il tutto macinando ritmiche funky degne del miglior Sly Stone, sulle quali Burgess, novità assoluta, il più delle volte canta in falsetto, con risultati a volte un po’ spiazzanti.
Per chi scrive, l’ultimo album autenticamente degno di nota di una formazione, che, tra alti e bassi, nel corso di questi ultimi anni ha comunque continuato a pubblicare dischi più che dignitosi e a divertire il proprio pubblico con esibizioni live sempre degne del proprio glorioso passato.
15 BRANI DA PROVARE:

01. The Only One I Know
02. You’re Not Very Well
03. Polar Bear
04. Believe You Me
05. Page One

06. Tremelo
07. Weirdo
08. Can’t Get Out Of Bed
09. Nine Acre Court
10. Just Lookin’
11. Crashin’in
12. Toothache
13. You’re So Pretty, We’re So Pretty
14. Judas
15. I Just Can’t Get Over Losing You
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