Quicksand: un tuffo nelle sabbie mobili

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Benvenuti nelle sabbie mobili.
Walter Schreifels, Tom Capone, Alan Cage e Sergio Vega, dopo aver retto le colonne portanti del movimento hardcore a cavallo fra gli Ottanta e i Novanta, con Gorilla Biscuits, Burn, Bold e qualche altra leggendaria furia newyorkese, si lanciarono con tuffo carpiato nel progetto che li consegnò alla storia. Erano anni di crossover o se vogliamo usare altri termini, tempi di ricette musicali sulla carta improbabili. Svariate volte ciò che ne usciva fuori era un guazzabuglio inascoltabile e nauseabondo, ma in altre avveniva il miracolo, come nel caso dei Quicksand, alchimia perfetta di quattro menti dedite alla destrutturazione e riformulazione del suono hardcore. Un qualcosa di mai sentito prima, un sound adrenalinico, contagioso, melodico e allo stesso tempo spigoloso e ostico. Come dei piccoli chimici, i quattro ragazzi giocavano con gli ingredienti a disposizione e col background consolidato in anni e anni di militanza sulla scena. Roba da far storcere il naso ai puristi dei generi punk/metal/hardcore. Prima dell’arrivo nei negozi di Slip (targato Polydor nel febbraio 1993) diedero alle stampe un EP contenente quattro tracce tramite la fida Revelation (casa discografica di riferimento per tutto il movimento hardcore e affini). Bastò questo per far drizzare le orecchie, tamburellare a tempo le dita e sgranare gli occhi.

In quei 10 minuti scarsi già si delineava il nuovo equilibrio creato: chitarre aperte, giri armonici, sezione ritmica tritasassi e vocalizzi melodici sanguinanti. Il magma hardcore punk dell’EP prese definitiva forma in Slip, dove il sound corposo e dinamitardo, le chitarre dissonanti, i crescendo adrenalinici e i solfeggi vocali ormai assoldati a veri e propri slogan squarciati da urlare in cima alla collina, toccarono vette di violenta perfezione. “Fazer”, “Dine Alone”, “Head to Wall”, “Omission”, ossia: l’Ave Maria, il Credo, l’Atto di Dolore e Il Padre Nostro dei quicksandiani. Manic Compression (secondo e ultimo parto discografico) vide la luce nel febbraio 1995, questa volta sotto l’ala protettrice della Island. Il sound si fece in alcuni casi ancor più metallizzato e pressato (“Backward”, “Brown Gargantual”) o più arioso, cadenzato e dilatato in altri (“Landmine Spring” e “Delusional”).
Anche qui, come nel precedente LP, avvenne il miracolo di San Gennaro e l’oleata mistura tellurica alimentata dai vocalizzi al vetriolo di Schreifels continuò a macinare riff inesorabili, singhiozzanti e dal groove inarrestabile. L’unica pecca di Manic Compression era da ricercare in una registrazione fin troppo ovattata (leggi: a stracazzo di cane pechinese) che ne attutiva gli adorati spigoli e smorzava il sound. La qualità cristallina di Slip e Manic Compression portò ad un minimo di ribalta internazionale i Quicksand, tanto da renderli partecipi di tour con Fugazi, Rage Against the Machine, Helmet, Deftones e altra robaccia rumorosa.

Lo Stivale Tricolore ebbe il privilegio di ospitarli a metà anni ’90 e noi sfigati dal terzo mondo musicale di godere dei loro live incendiari. Chi c’era sa, gli altri possono solo immaginare cosa cribbio accadde sopra e sotto quel palco: salti, sudore, stop & go, urlacchioni e stage diving a braccetto e in gruppi di tre: IL PARADISO del dio più benigno. Dopo il tour del ’95 si sciolsero (forse per diatribe interne, chi lo sa, cosa importa, ormai è successo), per poi dedicarsi a progetti più che decorosi e dalle alterne fortune (i Rival Schools che cominciarono benino, i Walking Concert, gli Handsome).
Siamo qui a parlarne perché non è possibile che ci si dimentichi così spesso di loro quando si raccontano storie dei gloriosi anni Novanta americani, che non furono solo Seattle e Los Angeles. Ricordiamo Kyuss, Shellac, Fugazi, Sonic Youth… ma anche i Quicksand ragazzi. Ognuna di queste band seminali ha creato una proposta personale che ha fatto scuola. La loro grandezza risiedeva proprio in questo.
Oggi l’essenza del suono Quicksand la ritrovi qua e là presso band quali Trail of Dead, Errortype 11, Stanford Prison Experiment, Orange 9mm, Fireside, Shift o Glassjaw. Tutti questi nomi non sono che una rappresentanza di chi in un modo o nell’altro ha cercato di ricalcare e render proprie le intuizioni del quartetto newyorkese. Nell’attesa di novità discografiche targate Quicksand (si vocifera di una reunion a tutti gli effetti che andrà oltre il tour nord-americano, dopo il live lampo del venticinquennale della Revelation), non possiamo far altro che consigliare in ginocchio e camminando sui ceci l’ascolto di Slip e Manic Compression. In altre parole, fatevi amorevolmente contagiare dal sound febbrile della più grande post-hardcore band degli anni ’90.

di Angelo Disabato, aka Snowfield
artwork di copertina di Antonio Pagano

Quicksand EP (1990) 72/100
Slip (1993) 91/100
Manic Compression (1995) 79/100

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