My Bloody Valentine: il rumore più nobile

articolo di
“You can come down and join us
You’re more than welcome to
Even though it’s painful to the ears”
Aspettando il mitologico sequel dell’ormai pluricelebrato Loveless siamo invecchiati di ventuno anni. Sarebbe infatti un peccato (o forse una fortuna) che una band della caratura dei My Bloody Valentine dovesse ritirarsi dalle scene avendo lasciato solo due capolavori. Per ammazzare il tempo, molti hanno pensato di andare a rovistare nella discografia di Kevin Shields e soci, scoperchiando un vaso di pandora contenente una manciata di EP difficilissimi da reperire e con risultati qualitativi alterni: un compendio di lavori riusciti più o meno bene, con una frequenza minacciata da continui cambiamenti di etichetta che raccontano sia dal punto di vista della formazione musicale che da quello della travagliata quotidianità la biografia della band. Si parte dai trascurabilissimi lavori degli esordi – come il mini This Is Your Bloody Valentine o Geek! – caratterizzati da un’attitudine post punk a tinte fortemente gotiche, arrivando a veri e propri EP capolavoro come You Made Me Realise e Tremolo.

Se non siete tra i pochi fortunati che ne conservano le rarissime copie in circolazione, oggi potrete rifarvi: Kevin Shields in collaborazione con la Creation Records ha rilasciato i reissue non solo degli album Loveless e Isn’t Anything, ma anche degli EP della maturità. Un restyling digitale di cui soprattutto questi ultimi – divenuti ormai articoli da collezionisti – avevano particolare bisogno. Meno necessaria, ma certamente apprezzata dai puristi del suono, è la versione di Loveless in doppio disco, con l’aggiunta di un gemello contenente le tracce registrate su nastri che Shields decise di mettere da parte. Aggiunta che sposta poco o nulla in quella straordinaria esperienza che è tutt’oggi l’ascolto di Loveless, tanto che la ricerca delle differenze tra le due registrazioni è impresa davvero ardua per i comuni mortali.

A giovare della rinfrescata generale sono in particolare gli Extended Play, riuniti in una raccolta intitolata semplicemente EP’s 1988-1991 e contenente You Made Me Realise, Feed Me With Your Kiss, Glider e Tremolo, ovvero tutti lavori in cui troviamo in alcune delle sue espressioni meglio riuscite quello splendido ibrido a metà tra noise e dream pop che è il marchio di fabbrica dei My Bloody Valentine. Riuniti assieme questi costituiscono il vero album nascosto della band, con una collana di tracce che regge benissimo il confronto con i due più famosi LP. Volendo approfondire la conoscenza di una delle formazioni più influenti della sua epoca, è impossibile prescindere da questi lavori minori, che si presentano come quadretti impressionisti che rappresentano lo stesso paesaggio sotto una luce diversa, presentandocelo sotto diversi aspetti che messi insieme confluiscono nella perfezione dell’immagine principale.

 

You Made Me Realise (1988): Raccoglie l’eredità dei buoni Ecstasy e Strawberry Wine, evolvendo su un piano noise più ruvido a spese della spensieratezza dei predecessori, avvicinandosi ad esperienze come quelle dei Jesus and Mary Chain. Non a caso fu proprio l’ex bassista dei fratelli Reid Douglas Heart a dirigere il video promozionale della titletrack, incentrata su un singolo accordo che nei concerti veniva suonato fino allo sfinimento, tanto che la leggenda narra che talvolta Bilinda & Co. resistevano per più di mezz’ora con conseguenze poco piacevoli per i timpani degli astanti. Non è dunque difficile capire
da dove provenga il soprannome “Holocaust Section”, con cui i fan della prima ora si riferiscono alla “You Made Me Realise” in veste da concerto. “Thorn” riporta il discorso su un piano più accessibile, riavvicinandosi a lidi tipicamente dream pop e decisamente più easy-listening. A chiudere la splendida “Drive It All Over Me”, in cui è Bilinda a rubare il palcoscenico:“Time has come for me to really shine”.
Feed Me With Your Kiss (1988): uscito praticamente in contemporanea con Isn’t Anything, Feed Me With Your Kiss corre il rischio di essere assimilato come una raccolta degli scarti di quest’ultimo. Nulla di più falso, tanto che la title track fu rifusa nello stesso Isn’t Anything, album di cui costituisce a tutti gli effetti una integrazione. Esso ne incarna il lato disperato e a tratti violentemente cinico: in tutta la discografia non troverete un noise altrettanto inquieto.
Glider (1990): sono Glider e Tremolo a preparare il terreno per Loveless. I My Bloody Valentine sono ormai una band matura e sono nel bel mezzo delle faticosissime registrazioni del loro più grande capolavoro. Glider inizia proprio con i sette minuti di “Soon”, ma a farci scendere dalla ballabilità delle alte sfere ci pensa l’aliante di “Glider”, con una rapida transizione in un vero stupro sonoro perpetrato da una vacillante orchestra di rumori a metà tra un urlo femminile di dolore e un inquietante cigolìo metallico. A chiudere con la malinconica dolcezza raccontata perfettamente dalla copertina ci pensano “Don’t Ask Why” e “Off Your Face”, in una vera parodia del sentimento amoroso che farebbe impallidire anche lo stilnovista più convinto.
Tremolo (1990): se ad aprire è “To Here Knows When” non è difficile capire da dove provenga il titolo. Inizialmente Shields voleva inserirvi sette tracce, dovendo necessariamente uscire dal formato dell’Extended Play. Per risolvere il problema bastò unirle nelle quattro tracce che oggi conosciamo, facendo passare i pezzi nascosti per code strumentali, tant’è che la durata media delle tracce di Tremolo supera di gran lunga quella degli altri EP. Un suono simile a quello di un flauto ci incanta nel ritmo orientaleggiante di “Swallow”, per poi arrivare al rabbioso attacco di “Honey Power”, probabile resoconto di una serie di amplessi con una simbologia sessuale quasi pascoliana, per poi trasformarsi improvvisamente in quello che qualcuno ha definito il suono del paradiso. A riprova del trapasso della volta celeste arriva “Moon Song” a chiudere, con quel binomio amore e odio che è un po’ il leit motiv tematico e musicale dei My Bloody Valentine.

In aggiunta ai quattro EP capolavoro troviamo una mini raccolta di “rare or unreleased tracks”, a partire da due tracce strumentali di cui una prima letteralmente ambientale e al limite della drum n bass, e la seconda probabilmente sopravvissuta dell’immediato periodo pre-Isn’t Anything e che costituiscono senza dubbio la parte più debole della raccolta stessa. Una “Glider (Full Version)” da ben dieci minuti abbondanti è roba da feticisti noise dallo stato mentale alterato. Infine troviamo quattro tracce che potrebbero costituire un Unreleased EP, aperto dalla introvabile “Sugar” che precedentemente era comparsa solo come b-side nel singolo di “Only Shallow” e che potrebbe essere una sorella di “Swallow”. L’umore dream pop continua con “Angel”, prima vera unreleased del lotto riconducibile all’area Glider/Tremolo. “Good for You” irrompe riportando la ruvidezza di You Made Me Realise, con la traccia finale “How Do You Do It” a chiudere sulla stessa scia.
In conclusione, questa dei reissue è un’occasione d’oro per esplorare i lati meno conosciuti della discografia dei My Bloody Valentine, magari accorgendosi di come sia sbagliato fermarsi a Isn’t Anything e Loveless, assimilando gli EP a lavori di secondo piano o peggio a rimasugli di studio discografico.
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