Pulp: F.E.E.L.I.N.G.C.A.L.L.E.D.P.U.L.P.

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Le riedizioni dei primi album e il ritorno dal vivo in Italia forniscono l’occasione di una retrospettiva sui Pulp, una band di classe differente


Al momento è l’unica data entro i confini italiani, e a quanto pare dobbiamo essere già contenti così, perché non ce ne saranno altre: venerdì 13 Luglio presso la Fiera della Musica di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, i Pulp torneranno ad esibirsi nel nostro Paese. Ad un certo punto sembrava che l’Italia non facesse parte dei programmi estivi della band di Sheffield, ma alla fine un piccolo contentino l’hanno dovuto dare anche a noi, anche se la destinazione non è delle più facilmente raggiungibili per molti fan che pure sono intenzionati a non mancare a quello che potrebbe essere l’evento live della stagione. A riunirsi non è un gruppo qualsiasi, uno di quelli di cui si poteva tranquillamente fare a meno: gli album, le canzoni, l’immagine di Jarvis e compagni stanno mantenendo intatti il loro valore e anzi, nel tempo sembra sempre più clamoroso quanto prodotto negli anni Novanta. Si parla molto degli Stone Roses che tornano assieme dopo diciotto anni, dei Blur che potrebbero fare capolino d’un tratto tra un progetto di Albarn e l’altro, dei superstiti e dei redivivi dell’era brit pop, ma forse quest’anno il titolo più grande lo meritano proprio loro, quelli di Different Class. Non mancate quindi, do something soon, or it’s curtains.
Mentre scriviamo seduti di fronte al cancello che darà accesso al concerto di Azzano Decimo, segnaliamo che la Fire – la loro vecchia etichetta degli anni ’80 – ha da poco ripubblicato i primi tre dischi della band con delle edizioni ben curate sotto ogni punto di vista, rendendo un favore a quanti hanno ormai squaiato le loro copie dei tre capolavori dei Novanta e che fino ad oggi non avevano avuto l’opportunità di acquistare a prezzi ragionevoli gli album in parola. Cartonato ecologico e cd rimasterizzati, It, Freaks e Separations sono accompagnati da booklet in cui giornalisti dell’epoca raccontano il contesto e recensiscono nuovamente i tre album, canzone per canzone. La retrospettiva che segue non tradisce la verità: si tratta di album imperfetti, acerbi e che sono idealmente rivolti ai tanti fan che la band ha mantenuto o acquistato negli anni, anche dopo lo scioglimento, e non ad un pubblico trasversale o che si sta appena iniziando al culto. E’ materiale destinato a chi vuole saperla tutta, eppure non è questione di completismo. Per chi ha adorato i classici His ‘n’ Hers, Different Class e This Is Hardcore, è davvero doveroso possedere un disco come Freaks e comprendere le vie che hanno portato ai successi. Molte band partono col botto per poi ridimensionarsi nel mestiere. I Pulp hanno invece ottenuto il successo oltre dieci anni dopo il loro esordio, e più volte sono stati lì lì per sciogliersi. A pensare che senza il pur minimo successo di alcuni singoli – in realtà apprezzati più dalla critica che dal pubblico indie – non avremmo avuto i capolavori che sono finiti nella nostra Top 100 degli anni Novanta, c’è davvero da tirare un sospiro di sollievo. Tutto è bene quel che finisce bene, si dirà. Sta di fatto che gli spunti più interessanti di questi tre lavori – e ce ne sono eccome – rappresentano i germogli di una delle migliori formazioni che il pop britannico ha mai conosciuto nella sua storia. Ma dunque è davvero finita? A quanto pare il party hard ricomincia quest’estate. The rave is on. Leave your wheelchair outside.

 

It (1983). Il debutto può apparire talmente lontano da non avere nulla in comune con la band che tutti conosciamo. A ben vedere, al di là dei chiari riferimenti alle ballate teatrali di Scott Walker, ai soliloqui folk di Leonard Cohen, e a qualche assonanza con Mark E. Smith dei Fall, It offre canzoni soft rock acustiche di facile memorizzazione, spontanee ed essenziali il giusto per essere uscite in piena era post punk, e che – pur nella sua palese imprecisione – lasciano intravedere alcune delle vie che Jarvis e soci seguiranno anni dopo. A sorpresa e con grande romanticismo, It troverà il suo compimento solo raggiunta la maggiore età, ovvero alla fine del percorso dei Pulp, con l’uscita di We Love Life. 69/100
Freaks (1986). Il pop grottesco dei migliori Pulp inizia a mostrarsi con Freaks. Il secondo LP della band di Sheffield raccoglie dieci canzoni oblique e per lunghi tratti claustrofobiche, arrangiate con una strumentazione più ricercata rispetto agli scheletrici esordi, e in cui Cocker scende finalmente a patti col suo spirito comico-drammatico: se It mancava di coraggio oltre che di ingegno nel songwriting, Freaks ha invece personalità da vendere. Alla riedizione della Fire è annesso un secondo cd che include altri undici brani dello stesso periodo, fra cui “Dogs Are Everywhere” – all’epoca nominato single of the week da Melody Maker – e soprattutto “Little Girl (With Blue Eyes)”, antico tesoro sepolto della discografia pulpiana. Seppur suoni un po’ artefatto rispetto all’ingenuità degli esordi e decisamente datato, il tutto si rivela oggi come un passaggio necessario per comprendere il genio di Jarvis. 74/100
Separations (1992). Registrato nel 1989 ma pubblicato solo tre anni più tardi – giusto in tempo per riposizionarsi in vista dell’esplosione del fenomeno Suede – Separations è il disco in cui i Pulp indossano la camicetta di bri-nylon e iniziano a frequentare i rave. Ne esce fuori un pugno di canzoni a mezza via fra il dark pop d’autore degli esordi (“Down by the River”) e le pulsazioni french disco di “Countdown” e “My Legendary Girlfriend”, entrambe pubblicate anche separatamente. Ed è grazie al successo della seconda, nominata singolo della settimana dal NME, che la band riesce finalmente a svoltare, in direzione di un nuovo northern glamour presto chiamato brit pop. “Le nostre canzoni riguardano il lato mondano delle piccole cose che facciamo tutti i giorni”, dichiara Jarvis al Melody Maker. Cose che, almeno nelle intenzioni, assumono status di arte nella vita di ciascuno. Non è ancora del tutto perfezionata la poetica e mancano ancora le chitarre, ma le idee si fanno definitivamente più chiare con Separations. 70/100
His ‘n’ Hers (1994). Uno dei maggiori capolavori della stagione brit pop dei Novanta è stato presto oscurato dal colossale successo del disco che lo ha succeduto, ovvero quel Different Class che può ben essere definito come uno dei dieci migliori album pop usciti dal territorio britannico negli ultimi venti, trenta, quarant’anni. Stiamo parlando di His ‘n’ Hers, una raccolta di canzoni che se non ci fossero stati i due stupendi capitoli successivi, avrebbe comunque dovuto far guadagnare ai Pulp una posizione di spicco nel rock made in UK dei Novanta. Punto di incontro fra i Cure di metà anni Ottanta – quelli di The Head on the Door per intenderci – la new wave protodigitale degli Human League di Reproduction, il disco pop dei St. Etienne e la sperimentazione dei contemporanei Stereolab, il suono di Jarvis e compagni risulta dinamico, ruvido e al contempo perfettamente integrato con quanto professano i primi Suede. In His ‘n’ Hers compaiono diversi dei momenti migliori della storia della band di Sheffield: il singolo “Babies” è quanto di più spassoso prodotto dall’intera scena in quegli anni, “Lipgloss” introduce ai nuovi Pulp nel migliore dei modi – perché chi veniva da Separations certo non si poteva aspettare un’opera di questa fattura – mentre “Pink Glove” è un altro dei brani che meritava di avere anche un video, così come la sofferta “Have You Seen Her Lately?”. Infine c’è “Do You Remember the First Time”, che potrebbe giocarsi anche la palma di miglior canzone rock del decennio, addirittura. 91/100
Different Class (1995). Different Class ha qualcosa in più. E’ un melodramma pop di rara maturità, da parte di una formazione che ha saputo tenersi il grande colpo per il momento giusto, con pazienza e crescita intellettuale, liberando dodici canzoni tra cui si fatica a trovarne una non adatta ad essere pubblicata anche separatamente. E’ un lavoro carico di sottilissimo british humour, destinato alla sensibilità di ascoltatori raffinati e pronti a recepirlo, e perché no, nei casi dei due maggiori singoli “Common People” e “Disco 2000”, a una massa che non per forza deve riflettervi sopra, sebbene anche quelle due canzoni ormai parte della coscienza popolare inglese e mitteleuropea fossero più che canzoncine pop usa & getta. Il disco brit pop per eccellenza, quello definitivo, che ha saputo oscurare gli stupendi LP che l’hanno preceduto e succeduto, il classico dei classici di un’intera stagione del rock britannico, è dunque Different Class. Il resto segue a distanza ragguardevole. Disco Chiave.
This Is Hardcore (1998). Il problematico This Is Hardcore dei Pulp è l’ultimo albo di grande valore proveniente dalla scena brit-pop, che si evolverà o verso nuovi territori del rock (Blur, Radiohead) o rimarrà ferma al palo soffrendo di gravi crisi di ispirazione (Anderson, Ashcroft, Gallagher). L’ironia amara di questo disco fotografa in fondo un’altra crisi, quella dell’uomo della sua generazione, che ha ormai preso le decisioni importanti della sua vita e non è felice perché si aspettava che questa fosse tutt’altro dopo i trenta. Il gioco sembra finito e si fa giusto in tempo a rendersene conto. This Is Hardcore è un disco maturo, forse anche troppo per i giovani fan che avevano conosciuto la band con i singoli di His & Hers, se non addirittura con “Common People”. I Pulp coniano con queste canzoni un nuovo significato per l’abusatissima parola “dark”, proseguendo la via aperta qualche anno prima da Dog Man Star dei Suede. Essendo definitivamente adulto, This Is Hardcore non può che essere l’ultimo album della sua scena. 86/100
We Love Life (2001). Iniziate le registrazioni di quello che sin da subito ha l’aria di essere l’ultimo disco dei Pulp, Jarvis si accorge che la band dei grandi successi dei Novanta non esiste più. Prevalgono infatti la nostalgia per i tempi andati e l’agognata maturità dei sentimenti, e quindi la volontà di lasciare ai fan un messaggio finale, dopo tante romantiche acrobazie, prima di unirsi alla Natura madre di tutte le cose, cui molte canzoni fanno in qualche modo riferimento. Curiosamente, We Love Life si riallaccia in più di un’occasione ai lontanissimi esordi, tanto che viene chiamato proprio Scott Walker a produrre, come a voler chiudere il cerchio iniziato da It. Per il resto nell’album si alternano ballate soft rock e suite più complesse ormai caratteristiche della band di Sheffield: si tratta di un pop d’autore calmo e vissuto, spesso in versione reading, che mostra un Cocker in versione quasi zen rispetto alle notti brave di “Joyriders” o “Party Hard”, e che conclude la vicenda pulpiana con l’invito della splendida “Sunrise”: “you’ve been awake all night, so why should you crash out at dawn?”. 72/100
p.s. It’s OK to grow up – just as long as you don’t grow old. Face it… you are young.
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