Motorpsycho: A Box Full of Demons, Monsters and Fluffy Dreams

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Non è facile scrivere la retrospettiva di uno dei gruppi più sottovalutati e prolifici – parliamo di oltre 50 pubblicazioni in 26 anni di carriera! – della musica rock. Forse non avranno davvero inventato nulla, ma il combo di Trondheim è riuscito, come pochissimi altri, a far convolvere in un unico, inimitabile, stile le più svariate influenze – grunge, metal, hard rock, pop, psych rock, folk, country, e chi più ne ha, più ne metta – per renderle proprie creando un sound unico nel panorama della musica rock e farci delle canzoni meravigliose che puntano dritto al cuore di chi li ascolta. Quello che è unico nei Motorpsycho è il modo di vivere la musica, con passione sconfinata, sangue, sudore, emozione, perfino ingenuità amatoriale di registrazioni casalinghe dei più svariati strumenti musicali. Il tutto crea un’alchimia che esula da fattori meramente oggettivi e non può che coinvolgere. Da non trascurare anche la dimensione live, in cui i nostri non si risparmiano mai e da cui viene fuori tutto il loro essere rock fino al midollo. Ultimamente sono apparsi quanto meno confusionari, meno ispirati e più pasticcioni, ma mai può essere messa in dubbio la loro sincerità musicale.

Chi segue i Motorpsycho sa bene che molte chicche dei tre norvegesi sono nascoste nei numerosissimi EP e ivi scegliamo di annoverare quelli più significativi e ignorare raccolte e/o singoli che raccolgono brani già presenti negli album in studio pubblicati. Alcuni EP saranno lasciati senza voto o raggruppati in un’unica sezione, sperando di non far un torto a nessuno. Chi invece si approccia per la prima volta alla scoperta di questo universo non possiamo far altro che consigliare di seguire l’ordine cronologico dei principali album in studio da Demon Box in poi per trovare, tra i molteplici stili motorpsychotici, quello che parla di più al vostro cuore. Siatene consapevoli: creano dipendenza e vi verrà voglia di recuperare ogni loro uscita, anche quelle non menzionate qui, fino allo spasmo. E magari anche voglia di suonare in vecchie camere al lume di candela con un paio di chitarre acustiche, un banjo e qualche calzino di contorno.

(Alessandro Romeo)

 

Lobotomizer (1991) In principio furono l’hard rock e il grunge. Il debutto dei Motorpsycho è composto da otto tracce che si muovono tra hard rock americano di scuola Dinosaur Jr, stoner à la Monster Magnet, divagazioni settantiane in pieno stile Hawkwind e sfuriate noise piene di richiami ai Sonic Youth. Infine aggiungeteci tanto grunge/sludge marziale di matrice Melvinsiana. La maggior parte delle composizioni mostra un songwriting non perfettamente a fuoco e prolisso, ma qualche bagliore dei tempi migliori è visibile in tracce come “Hogwash“ o “TFC”. Tutto risulta però troppo annebbiato ed è palese che i nostri non sappiano ancora bene quale via intraprendere, nonostante il suono sia perfetto per chi cerca musica viva, rock senza fronzoli e garage. Da riscoprire dopo aver ascoltato tutto il resto, ma Lobotomizer è un episodio comunque godibile, soprattutto per chi è abituato a sonorità più che heavy. 64/100
8 Soothing Songs for Ruth (1992) Formato dall’unione di due EP, questo mini evolve i concetti espressi in Lobotomizer, migliorando il songwriting in modo sensibile. Le melodie, vero punto di forza dei Motorpsycho, cominciano a essere vincenti e le atmosfere si fanno ancora più psichedeliche e romantiche, mostrando i germogli di quel che saranno i punti forti dei norvegesi. In particolare modo “Sister Confusion”, “Lighthouse Girl” e “Step Inside” lasciano il segno, rimanendo impresse nonostante non si tratti sicuramente della proposta più originale di quegli anni, ancora troppo debitrice di sonorità ispirate non troppo velatamente a Soundgarden e Dinosaur Jr. 69/100
Demon Box (1993) Demon Box è una commistione unica e personale di hardcore, folk, heavy metal, lo-fi, industrial e rock psichedelico. Demon Box è un album discontinuo ma non disunito: questa sua duplice natura è la sua forza principale, contrapposizione di oppressione e spensieratezza. Demon Box è un monolite fatto da canzoni che fanno sognare, sanguinare e coinvolgere. Demon Box è il primo, brillantissimo, diamante della sterminata discografia dei Motorpsycho, punto d’incontro perfetto per chi ha sognato di far convivere sotto lo stesso tetto gente come Pavement, Dinosaur Jr, Neil Young, Pixies, The Who, Helmet, Melvins e anche un pizzico di Throbbing Gristle. Aldilà di una mera riproposizione, tutte queste influenze sono riassemblate per formare un sound inconfondibile fatto da un basso granitico e distortissimo, una chitarra tagliente, una batteria trascinata e una voce sguaiata e indomita che urla il disagio e i sogni di una generazione intera. E anche di quella successiva. 80/100
Mountain EP / Another Ugly EP (1993) I mini album del periodo Demon Box contengono principalmente outtakes, qualche cover e altre canzoni comunque degne di nota che sono riascoltabili nella deluxe edition (2014). Tra tutte segnaliamo le imprenscindibili “Mountain”, cavalcata prog-psichedelica di stampo seventies di indubbia qualità rimasta fuori da Demon Box solo per motivi di spazio, la sofferta “She Used to Be a Twin” e la lo-fi “Blueberry Daydream”. Ah, andate a ascoltare la versione elettrica di “Come On In” e domandatevi anche voi come sia stato possibile non far vedere la luce per 20 anni a tale composizione. s.v.
Timothy’s Monster (1994) Timothy’s Monster è il lavoro che consacra i Motorpsycho ai posteri, il disco dove tutte le numerosissime influenze del gruppo confluiscono in un arcobaleno emozionale composto da gradazioni di colore nitidissime: c’è la trasandaggine dei Dinosaur Jr, c’è il romanticismo dei Pavement, c’è la psichedelia dei Jefferson Airplane. Tutto viene reinterpretato in maniera personalissima e passionale, creando un’intersezione musicale senza eguali, usando i più svariati strumenti musicali (theremin, mellotron, marimbe, sarmples, rhodes piano, banjo, solo per citarne alcuni) e un’attitudine garage rock poliedrica all’insegna della ricerca musicale che segna la fine della fase grunge ultra-granitica e l’ingresso nell’olimpo dell’indie rock anni 90 in cui le distorsioni si fanno meno potenti ma più taglienti. Le dilatazioni e i viaggi sensoriali di “The Golden Core”, “Giftland”, “Watersound”, “The Wheel” sono leggendarie, mentre la leggerezza e la spensieratezza di “Feel”, “Now it’s Time to Skate”, “Trapdoor”, “Kill Some Day”, “Sungravy” lasciano una malinconia di fondo delle melodie vocali che da qui in poi diventerà il segno distintivo dei Motorpsycho. L’unico momento di furia incontrollata e devastante viene lasciata alla compulsiva “Grindstone”, unico collegamento col passato recente dei norvegesi. È questo il suono delle cose che non tornano più, della giovinezza passata, della passione amorosa impetuosa che lascia un’ombra indelebile nel nostro cuore. È il suono dei nostri mostri, delle nostre paure e delle nostre speranze. 88/100
Wearing Yr Smell EP (1994) Menzioniamo qui solo questo EP per segnalare un gran numero di B-side (tutti disponibili nella deluxe edition di Timothy’s Monster (2010), per i più curiosi), ulteriore testimonianza di quanto abbiano prodotto i Motorpsycho in questi anni. In pratica c’è a disposizione una mole tale di canzoni che farebbe impallidire chiunque. E, seppur la natura prettamente amatoriale di molte di esse, non si tratta di composizioni sotto tono, anzi: ci sono interi gruppi che baratterebbero la loro discografia per una “Innersfree” o per una “On the Toad Again”. s.v.
The Tussler (1994) In tutto questo stato di grazia prolifico dal punto di vista compositivo, sia per quantità che per qualità, i tre norvegesi e i loro amici trovano anche il tempo di comporre una colonna sonora per uno spaghetti western immaginario diretto da un fantomatico regista dal nome improbabile. Il risultato è una rivisitazione in stile american-country di alcuni pezzi già conosciuti e altri pezzi composti ex-novo in cui è palese l’amore e la passione per la musica di questi ragazzi. Infatti vengono usati i più svariati strumenti – Gebhardt nel frattempo ha anche imparato a suonare il banjo – tra cui steel guitars, mandolini e altre trovate contadine, per comporre tracce che fanno sorridere e, perché no, passare una piacevole quarantina di minuti. 62/100
Blissard (1996) Con Blissard il suono sporco di Timothy’s Monster si fa più curato, più indie e si spinge la ricercatezza delle melodie in direzioni più pop, mantenendo comunque sempre fede ai loro dogmi musicali imposti dalla psichedelia e dai riverberi. I Motorpsycho esplorano la forma canzone in modo sintetico, mischiando per l’ennesima volta le carte in tavola e abbandonando in parte la forte componente lo-fi amatoriale fino a questo punto parte integrante del loro essere. I dettagli divengono più curati per formare una malinconia di fondo romantica e precisa. I norvegesi appaiono a proprio agio mentre si muovono deformando il muro sonico dei Sonic Youth e facendolo scontrare con eteree realtà shoegaze e dream pop, accompagnati da un’ispirazione che sembra senza fine. Il lotto è composto anche stavolta da tracce destinate a essere degli instant classics per tutti gli amanti del gruppo e non solo. Mostruosi. 83/100
Nerve Tattoo EP / Manmower EP (1996) Questo rappresenta il principio del periodo in cui una serie di chicche di inestimabile valore faranno comparsa nella miriade di EP che vedranno la luce tra il 1996 e il 1999, come per altro testimoniato dalla deluxe edition di Blissard (2012). In particolar modo risalgono a questo periodo “Flick of the Wrist”, “Mad Sun”, “The Matter with Her”, “Sterling Says” e la versione originale di “Stalemate”: canzoni semplici, coinvolgenti, ma che lasciano una voragine nel cuore. Brani che suonano sempre attuali anche dopo quasi 20 anni. s.v.
Angels and Daemons at Play (1997) Altro giro, altra corsa. Le atmosfere pop di Blissard virano con decisione verso un altro lato del sound unico dei norvegesi, stavolta denso e granitico. Angels and Daemons at Play è più cupo e chirurgico del suo predecessore e sprizza anni 90 da ogni suo poro. La ricerca nelle melodie si muove verso una romantica caduta negli abissi distorti dell’animo umano (“Heartattack Mac”, “Timothy’s Monster”, “Sideway Spiral”), mentre viene espressa tutta la malinconia di fondo delle composizioni anche nelle tracce più easy-listening del lotto (“Starmelt\Lovelight”) o in quelle più catchy (“Like Always”, “Walking on the Water”, “Like Always”) le quali suonano precise e pesanti come mazzate sulle gengive. C’è spazio anche per momenti più introspettivi ed emotivi (“Pills, Powders and Passionplays”, “Stalemate”), ma la maturità artistica dei Motorpsycho viene fuori dalla monumentale “Un Chien d’Espace”, in cui l’ossessiva melodia portante viene deframmentata, accelerata, esplosa, ricomposta in un mare di theremin e sarmples lievi, ma alienanti nel loro crescendo. Questo è il disco della maturità, in cui tutte le lezioni imparate dai Motorpsycho in questi anni confluiscono in una forma canzone alternative ben incastonata tra sperimentazione e immediatezza. 80/100
Have Spacesuit, Will Travel EP / Starmelt EP (1997) Degli EP che formano Angels and Daemons menzioniamo soltanto Have Spacesuit Will Travel, che contiene l’omonima traccia esclusa dal disco del 1997 solo per motivi di spazio: una cavalcata space acid-rock in cui l’improvvisazione confluisce in un free-jazz noise da pensare come contrapposto alla delicatezza eterea della monumentale “Un Chien d’Espace”. Altro discorso invece per Starmelt EP, che meriterebbe di essere considerato un vero e proprio mini album, forse il miglior EP di questi anni. Il lotto che compone questa uscita non ha una canzone trascurabile, risultando compatto e trascinante. E poi fa la sua comparsa una certa “Wishing Well”… s.v.
Trust Us (1998) Difficile trovare un altro gruppo capace di inanellare una tale sequenza di dischi ispiratissimi come quelli pubblicati dal 1993 al 1998 dai tre norvegesi. Passa solo un anno dal precedente AADAP, e i Motorpsycho ci consegnano un altro capolavoro, quel Trust Us che rimarrà un picco ineguagliato nella discografia dei ragazzi di Trondheim. Ancora una volta lo spettro emotivo delle composizioni è notevole: oltre a mature composizioni più pop (“Ozone”, “Hey Jane”, “Mantrck Muffin Stomp”), si dà più spazio a un certo groove fatto di psichedelie in crescendo evolute lungo estese piece strumentali (“Taifun”, “Radiance Freq.”, “577”) secondo gli stilemi indicati decenni prima da Grateful Dead o Led Zeppelin. Ma non è solo una mera riproposizione: il tutto viene letteralmente psychonautizzato e intensificato dalle noti naturali dei norvegesi, sempre più padroni dei loro mezzi e della loro maturità. Il gigantesco muro sonoro viene eretto tramite composizioni space-rock a volte potenti (“Evernine”) a volte noisy/caotiche (“Psychonaut”, “Superstooge”), ma in ogni caso eruzioni d’improvvisazione vorticosa. In questo contesto le armonie melodiche sono sempre memorabili, come nell’inno generazionale “Vortex Surfer” – canzone sempre capace di donare chili di pelle d’oca – o nella trama variopinta e malinconica vissuta in “The Ocean in Her Eye”. È l’improvvisazione che la fa da padrone in Trust Us, la quale viene vissuta con passione e sincera personalità, senza momenti di stanca o pedissequi. Ogni nota suonata in questo doppio disco rappresenta la vera natura del rock. Pathos, groove e tanto sudore. 87/100
Hey Jane EP / Ozone EP (1998) Gli EP della fase Trust Us contengono più episodi di divertissement e sperimentazione pura (in cui è Gebhardt il padrone incontrastato) di quanto fatto in precedenza, e confermano la prolifica qualità senza eguali dei Motorpsycho, sempre più in stato di grazia. Canzoni come “Back to Source” o “Young Man Blues” mostrano il lato più seventies dei nostri, come già mostrato in Trust Us, tra hard rock, blues e noise psichedelico. s.v.
Roadwork Vol.1 – Heavy Metall Iz a Poze, Hardt Rock Iz a Laifschteil (1999) Dopo anni di onorata carriera è anche tempo di rendere il giusto onore ad un’altra dimensione in cui i Motorpsycho danno il meglio di sé, la sede live in cui mai i nostri si sono risparmiati, mostrando un’intensità, un dinamismo e una coesione invidiabili. Tra le tracce si registrano una versione da 30 minuti di un’assurda e delirante “Chien d’Espace”, una “Black to Comm” presa in prestito dai MC5 trascinante e spudoratamente rock’n’roll e poi il picco emozionale ineguagliato rappresentato da una “Vortex Surfer” catturata in tutta la sua straziante bellezza. A detta di molti, troppi, un live dei Motorpsycho di quegli anni non era solo un semplice concerto, ma un’esperienza di musica passionale che un disco audio può solo parzialmente riprodurre. 85/100
Let Them Eat Cake (2000) Ormai capita l’antifona, era lecito aspettarsi un ennesimo cambio di direzione dopo il superlativo Trust Us, ma mai nessuno si sarebbe aspettato una virata decisa verso il pop rock dai sapori Sixties condito delle consuete psichedelie, loro marchio di fabbrica, e da sprazzi di acid jazz aventi i fiati dei Jaga Jazzist come grandi protagonisti. Infatti, dopo il grunge, l’hard rock, l’indie, il pop, il garage rock, il country e il folk, questa volta il processo di psychonautizzazione coinvolge il summer-rock dalle sembianze hippie. E il risultato è più che discreto e di classe. Il tutto suona vintage e allegro, con in più il consueto gusto melodico tipico di Bent & soci che lascia ancora stupefatti. Troppo evidenti i richiami a Beatles, The Byrds, Beach Boys, Pink Floyd e The Kinks per dare un voto più alto, ma le canzoni ci sono, gli arrangiamenti pure – seppur un po’ troppo barocchi o anacronistici a volte – e di veri strafalcioni non vi è traccia. 70/100
Roadwork vol. 2 – The MotorSourceMassacre (2001) Successore di Roadwork vol.1, ma registrato nel 1995, qui i Motorpsycho collaborano con il loro amico di vecchia data Deathprod – fondamentale, assieme a Lars Lien, per le produzioni del periodo pre-LTEC – e The Source. Si tratta di un lotto sperimentale in cui sprazzi di psichedelia psychonautica vengono annegati in un tripudio di fiati free jazz che non può non spiazzare. L’ascolto risulta abbastanza ostico, ma interessante, e testimonia una collaborazione tra musicisti di caratura indiscutibile, capaci di ricreare dal vivo uno stile inconfondibile ma forse a tratti troppo caotico e straniante. 63/100
Barracuda (2001) In contrapposizione alla svolta pop tutta sorrisi e fiorellini intrapresa in LTEC, viene pubblicato nel 2001 Barracuda, un mini album contenente sette tracce di puro rock’n’roll composto e suonato senza fronzoli. Nulla di eclatante o originalissimo, anzi, da un punto di vista oggettivo si tratta di semplice e stereotipatissimo rock’n’roll. Ma il risultato coinvolge e si fatica a trovare un momento davvero sottotono, con un Bent come sempre sugli scudi, grazie anche a delle melodie che si stampano in testa per non uscirne più. D’altronde il lotto non ha la pretese di essere nient’altro che una collezione di canzoni di puro divertissement hard rock che hanno lo scopo di far muovere i nostri fondoschiena ai loro concerti e, per quanto ci riguarda, riesce benissimo nel proprio intento. 70/100
Phanerothyme (2001) LTEC aveva lasciato insoddisfatti per i troppi richiami, ma la qualità delle composizioni compensava i difetti del disco permettendo all’estro del combo di Trondheim di emergere. Il seguente Phanerothyme invece segnala il primo vero calo d’ispirazione dei tre, in cui le influenze si fanno più Doorsiane e si abusa, anche ai limiti del plagio – “Go To California” ne rappresenta l’apice in negativo – delle idee de i Love, i Jefferson Airplane e i Grateful Dead. Le melodie e gli arrangiamenti sono sempre molto curati (“For Free”, “BS”, “Landslide”) e vi sono grandi momenti di pathos (su tutte le tracce migliori sono “Painting the Night Unreal” e la surreale “When You’re Dead”), ma in generale Phanerothyme sembra una pallida copia del suo predecessore ed è composto da tracce che non osano: il tutto suona impalpabile e stanco, per la prima volta senza fervore. 60/100
It’s a Love Cult (2002) Sulla stessa falsa riga del precedente, se non in modo peggiore, si sviluppa anche It’s a Love Cult. Tra momenti più kraut e altri più hard rock, i rimandi alle ispirazioni dei ragazzi di Trondheim sono troppi e non mascherano un’ispirazione carente. Alcune tracce sono semplicemente inutili, anche se qua e là la classe e il gusto cristallino dei norvegesi viene fuori. Basti pensare alla dolcissima “Circles”, il picco rappresentato da “The Otherness”, o alla scatenata “Neverland”. Ma in generale It’s a Love Cult ci consegna un gruppo in piena crisi di identità, impegnata più a dare sfoggio al proprio colto manierismo che a esprimere sé stessa in modo genuino. Impantanati. 59/100
The Other Fool EP (2000) / Walkin’ with J EP(2000) / Serpentine EP (2003) Paradossalmente molte canzoni contenute nei mini album del periodo della trilogia pop dei Motorpsycho avrebbero ben figurato nei dischi sopra citati, al posto magari dei momenti più deboli che compongono le varie tracklist. Nulla di eclatante o paragonabile agli EP passati, ma siamo ancora su livelli più che accettabili. Livelli che, purtroppo, non troveremo più negli EP/singoli che usciranno negli anni successivi. In pratica la grande stagione dei mini ispirati si chiude qui e i tutto sommato divertenti momenti di sperimentazione quasi ludica (firmati sempre Håkon Gebhardt in primis) saranno praticamente cancellati o spogliati di ogni curiosità primordiale di Pascoliana memoria. s.v.
In the Fishtank – with Jaga Jazzist Horns (2003) Memori dell’esperienza registrata in Roadworks vol.2 e della collaborazione con i Jaga Jazzist negli ultimi anni, i Motorpsycho continuano l’audace commistione psych acid jazz, tra sfumature kraut e tribali – come nella delirante e nervosa “Tristano” – in cui l’improvvisazione la fa da padrona evolvendosi in pattern selvaggi e inestricabili. Alcune soluzioni risultano forse troppo audaci, ma il lotto presenta passaggi più che interessanti, tra momenti à la Mingus/Coltrane e psych-folk alienante come nella memorabile versione di “Pills, Powders and Passionplays”. Un albo destinato purtroppo a rimanere isolato e quasi inespresso nella discografia dei nostri, i quali decideranno di virare per l’ennesima volta verso altri lidi colmi di (auto)citazionismo. 76/100
Motorpsycho presents “The International Tussler Society” (2004) Dopo una decina d’anni torna anche il progetto The Tussler, ormai un collettivo di musicisti che si diverte a suonare musica country e folk. Il risultato è un lotto di canzoni ancora più tradizionali di quanto sentito nel primo The Tussler, in cui la peculiarità era data dalle influenze rock comunque presenti sotto pelle. Qui abbiamo solo una manciata di canzoni puramente country che annoiano subito senza lasciar traccia. Innocuo. 50/100
Black Hole / Blank Canvas (2006) Dopo la controversa e quasi stagnante svolta pop conclusasi con It’s a Love Cult e con l’abbandono di Gebhardt dietro le pelli, il duo Sæther-Snah riscopre le proprie origini indie rock dando alle stampe Black Hole/Blank Canvas, un doppio disco di canzoni che rappresentano un sunto di quanto già sentito da Blissard a Trust Us condito da una produzione garage volutamente grezza. Si tratta della prima volta in cui i nostri non tentano un passo laterale, ma ripropongono una formula già esplorata. Molte tracce appaiono non così fresche come vorrebbero essere, seppure i pezzi memorabili di alta qualità compositiva siano decisamente presenti (“No Evil”, “In Our Tree”, “Coalmine Pony”, “Hyena”, “The 29h Bullettin”, “Kill Devil Hills”). Almeno un disco poteva essere evitabile, se non rivisitato o lasciato a qualche altro EP. La scelta di pubblicare un doppio disco appare infatti quantomeno discutibile, considerando che i tempi di grazia sono finiti da un po’. BH/BC appare più come un album di B-sides che un vero disco, figlio della proverbiale logorrea dei Motorpsycho, vera croce e delizia di un’intera discografia. Peccato, perché avremmo potuto scrivere di un ritorno alle scene col botto, dopo un momento di sperimentazione coraggiosa ma anacronistica e fine a sé stessa. 68/100
Little Lucid Moments (2008) Little Lucid Moments è il disco più prog composto sino a questo momento dai Motorpsycho, orfani dell’imprevedibile Gebhardt, ma con un talentoso Kenneth Kapstad dietro le pelli. È l’albo che inaugura il nuovo corso dei nostri che non possiamo non promuovere, nonostante rappresenti, col senno di poi, l’inizio di un calo d’ispirazione durato più di un lustro. Dopo lo stallo nostalgico di BH/BC si torna a cambiare direzione, virando decisamente verso l’hard rock/prog di settantiana memoria in pieno stile Hawkwind. Le lunghe quattro suite sono dei saggi di prog-psych rock ispirato senza particolari cali di tensione e senza inutili digressioni (che tenderanno a diventare il nefasto marchio di fabbrica dei Motorpsycho da qui in poi), su cui svetta incontrastata la meravigliosa “Year Zero”, epica e toccante composizione in cui Snah e Bent intrecciano le loro melodie e sensibilità come nelle migliori tracce eteree composte dal duo. Lezioni di dinamica e musica forse retrograda, ma suonata con onesta passione. 75/100
Child of the Future (2009) La principale influenza di Child of the Future, album puramente celebrativo – e tale deve essere considerato – viene dai Led Zeppelin, ma il risultato è fuori tempo massimo e soprattutto non troppo psychonautizzato e assorbito dai nostri. Tanto ritmo, qualche buon ritornello alternato ad altri completamente insapori, inodori e incolori, delirio chitarristico retrò e stereotipi vari che fanno tanto rock’n’roll. Tutto estremamente già sentito, oltre la soglia del normalmente accettabile persino per i fanatici della rievocazione del passato. Only for fans. 55/100
Heavy Metal Fruit (2010) Con Heavy Metal Fruit il trio costruisce un immaginario space-nostalgico – e si intuisce già dall’artwork di ambiguo gusto – che porta l’ascoltatore in un mondo fatto di voli interstellari, pieno di jam sterminate e riffoni sabbathiani. Le digressioni spesso superano però i limiti consentiti, annoiando e rendendo gli spunti poco interessati incollati un po’ a casaccio. Aggiungete deliri noise e riempitivi costruiti e poco coinvolgenti che mai ci saremmo aspettati dai Motorpsycho di Trust Us e la frittata spaziale è fatta. Il tempo della ricerca creativa sensata sembra morto con Little Lucid Moments (se non con Black Hole/ Black Canvas o addirittura prima) e ormai i norvegesi sembrano a proprio agio in una formula che però a noi lascia quantomeno perplessi. 53/100
Roadwork Vol. 4 – Intrepid Skronk (2011) Nonostante gli ultimi strafalcioni, i Motorpsycho rimangono un gruppo che dal vivo non delude mai le aspettative. Anche se la tracklist di questo live non ci soddisfa a pieno, le versioni qui proposte di “All Is Loneliness” e – soprattutto – “Wishing Well” sono da pelle d’oca e non fanno altro che alimentare la consapevolezza che dietro la voglia di mostrare (musicalmente parlando) i muscoli, la passione e il gusto musicale non siano svaniti. s.v.
The Death Defying Unicorn – A Fanciful and Fairly Far-Out Musical Fable (2012) Composto in compartecipazione con Ståle Storløkken, l’Unicorno è il peggior episodio della discografia dei norvegesi. L’intero LP è pervaso da un’atmosfera volutamente fiabesca che presenta trovate acid/prog rock mal amalgamate e anacronistiche. La confusione di fondo sembra lasciata deliberatamente annegare nelle stantie composizioni orchestrali. Insomma, tutto fumo e niente arrosto. Il tutto è scandito da cavalcate strumentali, barocche e pedisseque, che fanno storcere il naso (e non solo). Bent, Snah, Kenneth, che demonio avete combinato?45/100
Still Life with Eggplant (2013) Poco più di un EP di divagazioni space rock e composizioni poco ispirate, che non si distaccano per nulla da quanto già presente da tre album a questa parte e già proposto da decadi di hard e prog rock (e purtroppo il ramo più discutibile di questi generi). Senza la presenza di neanche una canzone che rimanga memorabile, Still Life with Eggplant conferma la situazione di stallo e confusione che pervade gli attuali Motorpsycho ai quali si aggiunge anche Reine Friske, il quale non riesce a smuovere le acque. Tanto mestiere e poco cuore. Trascurabilissimo.50/100
Behind the Sun (2014) Behind the Sun non è un lavoro da bocciare: è un albo discontinuo e confusionario, che tuttavia risulta sufficiente e, per certi versi, rincuorante. Oltre le solite canzoni alle quali ci hanno abituato gli scandinavi fatte di riff Hendrixiani e giri ai limiti dell’autoplagio, vi sono dei momenti fatti da vere melodie psychonautiche che mancavano da tempo. “Ghost”, “Entropy”, “Cloudwalker” e “Hell pt. 4-6” sono tracce da non trascurare e in generale i nostri mostrano maggiori doti di sintesi e moderazione. Segnali di ripresa. 62/100
The Motorpnakotic Fragments (2014) Si tratta di un altro album celebrativo donato ai fan più sfegatati, composto da brevi composizioni di matrice hard rock. Anche in questo disco si fatica ad arrivare alla fine, tale è la quantità di momenti noiosi e/o confusionari, alcuni dei quali ai limiti del grottesco. Ma d’altronde non si tratta di una vera e propria uscita, e in quanto tale, soprassediamo. Certo è che risulta ancora meno a fuoco del precedente regalino Child of the Future, facendoci quasi presagire il peggio per la prossima release in programma. Skip. 50/100
Here Be Monsters (2016) Here Be Monsters rappresenta l’episodio più riuscito nella discografia dei Motorpsycho degli ultimi otto anni e risulta il lavoro più maturo e consapevole del “nuovo” corso dei Motorpsycho, i quali, (quasi) senza inutili divagazioni di mestiere tornano a coinvolgere come non avveniva da tempo immemore, grazie a delle buone composizioni non confusionarie e convincenti. Su tutte “Big Black Dog” e “Lacuna/Sunrise” sono canzoni degne di nota e che possono essere inserite tra le migliori composte dai ragazzi di Trondheim. È sempre un piacere tornare ad essere avvolti dai quei sinceri mostri che ci hanno cresciuto, in quei piccoli momenti di lucidità in cui i Motorpsycho fanno ciò che gli riesce meglio: essere i Motorpsycho. 73/100
Here Be Monsters Vol. 2 (2016) Vinile composto da tre tracce che in pratica sono una lunga composizione di circa 28 minuti. Il pezzo risulta tutto sommato riuscito, molto atmosferico, toccante e colmo di richiami ai deliri seventies à la Tangerine Dream e di melodie mellotroniche dei King Crimson, Fosse stato presente al posto della traccia più trascurabile, questa suite avrebbe contribuito a far levitare di un bel po’ le quotazioni di HBM vol.1. Peccato. s.v.

Retrospettiva a cura di Alessandro Romeo

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