Black Rebel Motorcycle Club: Ain’t No Easy Way

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Diffidenti. Loro nei confronti del grande pubblico, il grande pubblico nei loro confronti: gli shoegazer dal cuore dark iniziano a insospettirsi solo leggendo il nome, i seguaci del rock più tirato e meno dedito alle contaminazioni perdono l’orientamento tra il feedback e l’atmosfera mai davvero serena che costella l’album omonimo. Fan guadagnati dopo una manciata di singoli radiofonici non sembra potranno mai arrivarne: nonostante un timido (e fallito) tentativo nel momento decisivo di carriera, i tre californiani non sono mai stati in grado di replicare un percorso simile ai colleghi Black Keys. Integralismo e onestà hanno permesso alla band di suscitare interesse artistico anche a quindici anni dai primi passi, sacrificando quella popolarità trasversale che li avrebbe portati, se non a suonare nei palazzetti, almeno in acque finanziarie decisamente più tranquille.

Non disperano loro, non disperiamo noi: la discografia targata BRMC è ampia, anche grazie all’aggiunta di EP tutt’altro che accessori e contenenti canzoni imprescindibili. Cover e Live, poi, completano un quadro di uscite mai sotto un certo livello soglia relativo alla qualità della musica. Muri di suono, aperture folk e country, violente scariche e delicate ballate con sguardo verso l’Assoluto: lo spettro di umori e stili coperti dai tre è stato sempre assecondato con coraggio, sincerità e voglia di fare. Lo sguardo dato alle loro spalle vuole celebrare il meglio di questo grande blocco di carriera, dalla prima uscita di successo alla più oscura (in tutti i sensi) delle b-side.

 

Black Rebel Motorcycle Club (2001) Dopo più di un decennio, il valore del debutto resta notevole: dalla diretta “Love Burns” all’impatto di “Awake” passando per la doppietta “As Sure as the Sun” – “Rifles”, primo vertice di un revival shoegaze che dovrà ancora arrivare, l’omonimo è l’album che presenta il gruppo e le sue due anime al mondo: da un lato movimentati e schiacciasassi, dall’altro riflessivi e cupi. Una realtà che sembra potersi ergere insieme a Strokes e White Stripes come la terza faccia del nuovo movimento rock anni 2000, una decina di canzoni che uniscono cuori tormentati e chi con le atmosfere nebbiose crede di non avere nulla a che fare, conquistati entrambi dal blues distorto di “Spread Your Love” e “Whatever Happened to my Rock n’ Roll”, primo e ultimo singolone del gruppo. 84/100
Take Them on, on Your Own (2003) L’album con il quale hanno consolidato il loro suono, secondo molti. La realtà è ben diversa: anticipato da un singolo discreto ma nulla più come “Stop”, il secondo lavoro si rivelerà alla lunga un passaggio a vuoto del quale pochissimo rimane oggi. Scomparso ogni contorno sonico, il gruppo si concentra sulla scrittura di canzoni tirate e trascinate da chitarre tanto acide quanto moderne nella resa. Gli episodi si riveleranno deboli e di scarso interesse al di fuori della dimensione live, nella quale le bordate di “Six Barrel Shotgun” ancora rappresentano un pilone insostituibile. La ricerca di più di un ritornello fa credere che le mire radiofoniche fossero uno degli obiettivi principali pur non rinunciando a “Suddenly”, buon rimando al debutto ma lontano dal poter dare la spinta decisiva verso i grandi palchi. 64/100
Howl (2005) Con un’attenzione mondiale in rapido calo, esce il disco che rasenta il capolavoro. Chitarre acustiche, armonica, pianoforte e una collezione di gemme folk sporche, tormentate ma in desiderio di redenzione: il mondo osservato da alberi altissimi in “Fault Line”, la speranza che scompare nella title-track e risorge in “Promise”, disarmante mano sulla spalla da parte di un Robert Levon Been qui al suo apice assoluto. C’è spazio anche per il singolo “Weight of the World”, accessibile ma viscerale e sorretto da una melodia difficile da dimenticare, contrapposto alla piccola scheggia catartica “Complicated Situation”. “The Line” chiude, evocativa e in tensione preparandoci a riaffrontare le tenebre, per l’ennesima volta. Una ghost-track porrà qualche dubbio sul futuro della band, che avverte un senso di incertezza troppo forte per non mettere in guardia anche l’ascoltatore. And we may never be here again si rivelerà una paura non realizzata, permettendo a questa meravigliosa manciata di canzoni di venire riproposte ancora oggi. 84/100
Baby 81 (2007) Quarto album e tre strade possibili da scegliere: la decisione cade su un Take Them On parte 2, vendetta straight-rock animata dalla vena artistica ritrovata in Howl. Il risultato è decisamente all’altezza con la piccola hit “Weapon of Choice”, il trip melodico “666 Conducer” e la diretta “Berlin”, tutte e tre ancora oggi quasi insostituibili live. I toni scuri non vengono abbandonati, anzi, “Need Some Air” è la scarica per animi inquieti che sembrava in procinto di arrivare cinque anni prima. Fiducia e rinnovata autostima permettono anche la nascita di “American X”, 9 minuti di certo eccessivi ma portati in fondo con carattere e quella sana arroganza ritornata quando sembrava ormai perduta. 80/100
The Effects of 333 (2008) Un esperimento, una terapia contro l’insonnia di Robert, di certo non un album convenzionale nel suo muro impenetrabile di droni e white noise. Uniche eccezioni: “And With This Comes”, struggente squarcio di chitarre, e gli arpeggi di “A Twisted State”. Frammenti. Il resto non è musica ma rumorismo, di uno stile quasi apprezzabile se non esistessero anche i Godspeed You! Black Emperor e la loro capacità (qui assente) di modellare ogni tempesta sonica. s.v.
Beat the Devil’s Tattoo (2010) Le carte, qui, vengono nuovamente mescolate. L’alt country di una title-track dannatamente orecchiabile, la mattonata blues “War Machine” annegata nelle distorsioni, il salto al primo album di “Evol” (che vive giusto di questo, a dire il vero) e la tempesta nella quale si svolge “Shadows Keeper”, ascoltabile in versione completa solo dal vivo grazie a una coda micidiale. Il disco è un sufficiente proseguo di carriera che proietta i tre (esce Nick Jago, entra alla batteria Leah Shapiro) verso il nuovo decennio nel moderato interesse generale. Niente male neanche “Bad Blood”, si trova un po’ di tutto pur non raggiungendo mai vette davvero considerevoli. 69/100
Spectre at the Feast (2013) L’attuale ultimo episodio della discografia parte col botto: “Fire Walker” è coraggiosa, cupa, sorretta da una delle migliori melodie mai scritte dalla band. Resterà però l’episodio migliore. La direzione presa è doppia: Peter Hayes firma canzoni ora sì da Motorcycle Club con Robert Levon Been a occuparsi invece degli episodi crepuscolari e sognanti, separando come mai prima d’ora i due stili: al primo mancano testi che non siano imbarazzanti, l’altro se la cava già meglio confermandosi l’elemento rassicurante (ed esorcizzante) della band. Elementi per il riascolto presenti, solo in numero insufficiente per far decollare di nuovo un’intera carriera. Vale la pena aspettare ancora. 71/100
Screaming Gun (EP) (2001) Affascinante nel replicare le prime atmosfere sia rialzando i muri di suono (“Failsafe”) che imbracciando una chitarra acustica (“Down Here”), Screaming Gun è un EP a primo ascolto meno immediato dei suoi successori. Come in ogni uscita di valore, la superiorità in melodie e sensibilità si rivelerà in un tempo molto breve, avvolgendo e straniando come solo i primi mesi di carriera per Been e Hayes hanno saputo fare. 78/100
Howl Sessions (EP) (2005) L’appendice di Howl vede una band più rilassata e meno attenta ad arrangiamenti già piuttosto sobri nel disco principale. “Mercy” e “Feel It Now” rubano la scena: due ballate rassicuranti, nostalgiche, tanto semplici nelle melodie quanto destinate a diventare due delle più ricercate (e richieste) b-side. Gli umori si alternano tra blues (“Grind My Bones”) feste country (“Wishing Well”) e la conclusiva “Pretend” che chiude, al rallentatore, un insieme di episodi dalle qualità alterne ma capaci di alte vette melodiche. 76/100
American X: Baby 81 Sessions (EP) (2007) La seconda fase elettrica del gruppo lascia le tracce più dark in un EP da un lato seducente e aggressivo (“The Likes of You”, “The Show’s About to Begin”), dall’altro riflessivo e introverso, con “Vision” ad arricchire il repertorio delle grandi ballate firmate Robert Levon Been. Gli umori prevalenti incontrano una sola pausa in “Whenever You’re Ready”, blues a bassa fedeltà che spezza la coltre scura prima di un’inevitabile opprimenza. “Last Chance for Love” è la chiusura strumentale, delicata, in bilico tra droni e accordi semiacustici come solo i BRMC e pochi altri hanno dimostrato di saper fare. 73/100

brmc-live-in-paris-artworkLa dimensione live non delude: faccia a faccia o ascoltati su disco, siamo davanti a tre musicisti abili sia nei rispettivi strumenti che nel controllo della perenne nube di feedback che viene sprigionata. Versioni spesso fedeli lasciano spazio a tentativi più muscolari e dalla resa clamorosa (“Rifles” di Live in Paris) mentre i singoli dal carattere pop soffrono l’approccio più viscerale rispetto allo studio (“Weight of the World”) non venendo spesso riproposti. Ognuna delle tre uscite possiede una qualità intrinseca notevole, rendendole adatte sia alla proiezione casalinga che a quella di cornice in pub e locali. Le due anime dei Black Rebel Motorcycle Club si manifestano anche in questo modo.

 

 

Retrospettiva a cura di Simone Verlezza

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