16 Horsepower: christian folk per peccatori

articolo di

Siamo cresciuti nella Legge. Non si giocava a carte, non si andava al cinema, non si beveva, non si fumava, non si ballava. Le donne non si truccavano e non vestivano di rosso. Se facevi una qualsiasi di queste cose ti veniva detto che saresti finito dritto all’inferno” – David Eugene Edwards

 

Secondo qualcuno, il genere di rock cristiano prodotto dai 16 Horsepower può essere amato anche dai peccatori. L’affermazione è più che condivisibile. Eppure, l’eccentrica miscela proposta dal gruppo, una potente e oscura combinazione di folk, country, blues e bluegrass suonata con intensità rock (nonché con strumenti rigorosamente d’epoca) affonda le proprie ZZZ006092-PPradici morali e poetiche in un universo religioso ed esistenziale profondamente southern, in cui, come nella miglior tradizione del gotico americano, peccato, redenzione, violenza e sesso si mescolano e si confondono. Il responsabile di questa mirabile sintesi è David Eugene Edwards, figlio di un predicatore della Chiesa del Nazareno che a 17 anni decide di abbandonare la natia Englewood per girovagare in lungo e in largo per gli States. Milita dapprima negli RMC (Restless Middle Class) e in seguito nei Blood Flower. Nel ’92 si stabilisce a Denver e, di lì a poco, forma i 16 Horsepower insieme al bassista Pascal Humbert. Poco dopo, ai due si aggiunge il batterista francese Jean-Yves Tola, di formazione accademica jazz. All’inizio il loro moniker era semplicemente Horsepower, ma ad Edwards non piaceva che il nome della sua band venisse associato all’eroina, così prese ispirazione da una vecchia canzone folk in cui 16 cavalli trainano un carro funebre fino al cimitero. Questa formazione tiene un solo concerto al Cafè Largo di Los Angeles, in seguito al quale Humbert decide di restare nella Città degli Angeli mentre Edwards e Tola fanno ritorno a Denver. A questo punto subentra al basso Keven Soll, liutaio di professione. Inizia così una delle saghe più originali e, purtroppo, sottovalutate degli anni ’90.

 

I testi di Edwards, non senza ironia e con un pizzico di black humour, si riallacciano ad alcuni degli aspetti più cupi e meno encomiabili del passato della nazione americana. Essi gravitano in una dimensione in cui confluiscono i soprusi perpetrati a danno dei nativi americani, lo squallore morale del West e la spietatà celerità di una giustizia che si riconosceva pienamente nella Parola di Dio, non certo quello benevolo e generoso del Nuovo Testamento; il Dio di Edwards è piuttosto il tirannico e irascibile padre padrone veterotestamentario, pronto a fulminare chiunque smarrisca la retta via. Dal punto di vista musicale, possiamo rintracciare alcune influenze: Nick Cave (altro autore ossessionato dal lato più torbido della cosiddetta “Bible Belt”) Gun Club, Joy Division e, senza alcun dubbio, Violent Femmes, sebbene venga a mancare nei 16 HP l’enfasi febbrilmente adolescenziale dei testi di Gordon Gano. Edwards e soci, inoltre, condividono una spiccata predilezione per le tradizioni musicali di tutto il mondo, dal folk degli Appalachi a quello irlandese, passando per la musica popolare Cajun. Edwards è stato un assiduo frequentatore della Library of Congress e ha individuato fra questi generi una naturale affinità. L’arte dei 16 Horsepower, tuttavia, non si rifà pedissequamente a nessun modello e brilla sempre di luce propria.

 

I 16 Horsepower si sciolgono nel 2005 per ragioni “principalmente politiche e religiose”. Sia detto senza ironia: un vero peccato. In seguito allo split Edwards ha varato l’eccentrico e originale progetto Wovenhand e Pascal Humbert ha messo in piedi, insieme a Bruno Green e in seguito con l’apporto di Jean-Yves Tola e di un ampio cast di collaboratori, i Lilium, dediti ad un sound che approfondisce in senso “cinematografico” le sfumature più marcatamente “desertiche” e desolate del sound dei 16 HP.

retrospettiva di Domingo Forte

 

220px-16hp_hp16 HORSEPOWER EP (Ricochet, 1995) Sebbene nessuno dei brani che compongono questo EP possa dirsi particolarmente memorabile, il primo atto dell’esperienza 16 Horsepower pone subito in evidenza le caratteristiche fondamentali dell’arte del gruppo: melodie rustiche e ombrose, strumentazione tradizionale (oltre alla chitarra, Edwards si cimenta anche al banjo ed al bandoneòn) e liriche che confidano pienamente nel potere redentivo di Gesù Cristo senza rinunciare a sporcarsi le mani con violenza e degrado morale. Il valzer apparentemente scanzonato di “Straight Mouth-Stomp” è in realtà pregno di insicurezza e fallimento, mentre la saltellante e brevissima “I Gotta Gal” è un puro e semplice divertissement alcolico. Il brano migliore del lotto è probabilmente “Shametown”, un bluegrass tribale che si chiude in un solenne ritornello blues (“Some through the water/Some through the flood/Some by the bullet/But all through His blood”). 73/100

 

UnknownSACKCLOTH ‘N’ ASHES (A&M, 1996) Dopo qualche ascolto, risulta evidente che Sackcloth ‘n’ Ashes, primo vero e proprio full-lenght della band di Denver, mantiene pienamente le promesse fatte dall’EP preparatorio dell’anno precedente. Nell’arco di questi 13 brani si mescolano grida di dolore, sentenze irrevocabili ed accorate preghiere, talvolta nello spazio di una singola traccia. I testi invasati di Edwards, infatti, possono essere interpretati come criptici racconti in cui il non detto è altrettanto importante rispetto a ciò che viene enunciato con forza e solennità. Peccato, violenza e desolazione affliggono i protagonisti di “Horse Head” (un lento e febbrile blues il cui ritornello strumentale fa crescere la tensione senza mai oltrepassare il livello di guardia) “American Wheeze” (una curiosa danza guidata da fiddle e bandoneon, con vaghi accenti tzigani) e “I Seen What I Saw” (un rabbioso sermone a passo marziale, fra l’epico ed il patetico) mentre è il bandoneon a condurre la melodia “thriller” della cupissima “Harm’s Way” e “Prison Shoe Romp” avanza su una sorta di bizzarro funk rallentato sovrastato dalla declamazione filtrata di Edwards. Ad un versante più “leggero” e solare appartengono “Ruthie Lingle” (nella quale sembrano prevalere le tentazioni della carne; non a caso l’unico brano non composto da Edwards) e lo scatenato “Red Neck Reel”, a tutto banjo. Edwards, tuttavia, ha le idee ben chiare: nell’adrenalinico country rock di “Black Soul Choir” dichiara “every man is evil, every man’s a liar” e nella conclusiva “Strong Man”, in cui il lamento folk della chitarra fa da contraltare ad una tuonante arringa sul peccato e la punizione, si insinua lentamente l’ipnotico mantra che chiude l’album: “There is power, wonder workin’ power, in the blood of the Lamb”. Ospite d’onore al fiddle è Gordon Gano dei Violent Femmes. 87/100

 

61WlXHGb6hL._SL500_AA300_LOW ESTATE (A&M, 1997) A voler esprimere un giudizio sintetico sul terzo capitolo della saga spirituale ed artistica dei 16 Horsepower, potremmo affermare che tutto cambia per non cambiare. Più precisamente, si potrebbe parlare di rinnovamento nella tradizione: Edwards e e compagni scrivono ancora brani cupi e drammatici, saldamente radicati nella tradizione classica del Profondo Sud; in quest’occasione, tuttavia, il pathos che attraversava gran parte dell’album precedente viene declinato in una più ampia gamma di sfumature. Coadiuvati dal produttore John Parish e dal polistrumentista Jeffrey-Paul Norlander, i 16 Horsepower si muovono con decisione verso territori “noir”: gli arrangiamenti si avvalgono di archi, organo e vibrafono, le distorsioni si fanno sentire con maggior intensità e la produzione secca e smagliante restituisce ogni suono con agghiacciante chiarezza. Low Estate è un album di contrasti ed eccessi, nonché cronaca puntuale di un tormento interiore che nasce dallo scontro di pulsioni umane, troppe umane e solenni aneliti di catarsi e redenzione. Brani come l’allucinata processione waitsiana della title-track (“Y’all got nothin’ on me, but I’ll take that there crown of scorn“), la scorata preghiera folk di “The Denver Grab” (“Hold me up, will you, will you be my doll?“) e la delirante discesa agli inferi (a passo pachidermico) di “Pure Clob Road” (“I will not walk if You did not walk, I will not breathe if You did not breathe”) tratteggiano disperati scenari di solitudine e supplizio spirituale, mentre la furia non manca a “For Heaven’s Sake” (un curioso, e orecchiabilissimo, brano alt-rock, con tanto di ritmo funky) e alla rapida scorribanda punkeggiante di “Dead Run”. Non mancano brani in apparenza più vivaci e rilassati, come “My Narrow Mind” e “Ditch Digger”; l’ombra del peccato e del castigo, tuttavia, non smette mai di opprimere l’orizzonte di questi racconti enigmatici e terribili. A mo’ di conclusivo colpo di scena, i 16 HP ci salutano, per il momento, con il comico e scollacciato valzerone di “Hang My Teeth On Your Door”, brano che è valso alla band l’esclusione da alcuni circuiti di distribuzione “Christian”. 85/100

 


Unknown-1SECRET SOUTH
(Razor & Tie; Glitterhouse, 2000) Dopo tre anni passati on the road, liberi dall’improbabile sodalizio commerciale con la A&M, i 16 Horsepower si rinchiudono in uno studio di fortuna insieme al produttore Bob Ferbrach e sfornano quello che probabilmente è il loro album più “classico” e meno “alt”. Buona parte delle quattordici tracce che compongono Secret South, infatti, rifugge tanto le sanguigne cavalcate quanto le solenni prediche ed il bizzarro, talvolta colorito humour che permeavano i solchi di Sackcloth ‘N’ Ashes e Low Estate, optando invece per un sound e un’attitudine più austeri e riflessivi. La ventata di novità interessa anche testi ed arrangiamenti: i primi assumono un taglio lievemente più narrativo e classicamente letterario, i secondi privilegiano chitarre (acustiche ed elettriche) e pianoforte, mentre archi e vibrafoni vengono dosati con accortezza. L’inizio è fuorviante: in “Clogger” la batteria pesta con foga, il basso è distorto, le chitarre fremono ed Edwards riveste con convinzione i panni del penitente disperato (“Come an’ take our crowns, Lord/Give our conscience a poundin’/Come an’ shake our ground, Lord/With the sound of Heaven’s houndin’”) e sebbene brani come la lenta e vibrante “Cinder Alley”, la tesissima “Splinters” e la più vivace (si fa per dire) “Praying Arm Lane” mettano in chiaro che il fuoco continua a vibrare oltre la nebbia, il nocciolo dell’album è in brani “atmosferici” che sembrano coniare una sorta di sound da cocktail lounge d’oltretomba: “Just Like Birds” (leggermente jazzata), “Silver Saddle” (dagli accenti curiosamente orientali) e “Burning Bush”, forse la migliore del lotto. Impreziosiscono il tutto due riuscitissime cover: il traditional “Wayfaring Stranger” è immerso in un clima rustico e campagnolo subdolamente deturpato da ombrose incursioni semi-ambient, mentre la dylaniana “Nobody ‘Cept You” prende in prestito qualcosa del tribalismo e dell’epicità degli U2 metà anni ’80. 88/100

 

61aVtzU4ixLHOARSE (Glitterhouse, 2000;2001, Alternative Tentacles, 2006) La pubblicazione di questo breve ma splendido live ha attraversato più fasi: uscito prima in digipak presso Glitterhouse nel 2000, è stato poi ripubblicato in jewel case nel 2001 e infine ristampato dalla Alternative Tentacles di Jello Biafra nel 2006. In prevalenza registrato presso il Bluebird Theatre di Denver il 5 marzo 1998 (ad esclusione di “Horse Head”, registrata il giorno prima, e “Fire Spirit”, tratta dall’esibizione al Bataclan di Parigi del 21 ottobre dello stesso anno) “Hoarse” funge da punto d’incontro per le varie sfaccettature che rendono unico ed attraente il sound dei 16 HP: c’è il country elettrificato e “deviato”, l’afflato cupo e maledetto di Nick Cave, il circo della follia di Tom Waits e qualche accenno alle tradizioni blues e folk; il tutto condito da asprezze chitarristiche al limite del noise. La scaletta, come si può immaginare, pesca a piene mani da Sackcloth ‘n’ Ashes e Low Estate; fra le interpretazioni più riuscite vanno certamente annoverate una incattivita e bluesy “American Wheeze”, “Black Lung”, introdotta da un lungo e giocoso prologo strumentale dominato dalle melodie briose del banjo, e “Horse Head”, spogliata della sua drammatica grandeur e riproposta in una versione semi-acustica resa più intensa e al contempo più malinconica dall’apporto ben calibrato degli archi. Impossibile, poi, non citare le tre cover che rimpolpano il già ricco platter: una versione onirica e “appesantita” di “Bad Moon Risin'” dei Creedence Clearwater Revival, investita di tutto il pathos che l’originale nasconde dietro la spigliatezza dell’esecuzione; “Fire Spirit” dei Gun Club del compianto Jeffrey Lee Pierce, inasprita dalla vocalità ispida e sgraziata di Bertrand Cantat (già fondatore dei Noir Dèsir, oggi nei Dètroit insieme a Pascal Humbert) e “Day Of The Lords” dei Joy Division, trasformata in un urlo di dolore che trascende la gelida nevrosi della versione apparsa su “Unknown Pleasures”. In ultima analisi, Hoarse è un’ottima scelta per chiunque sia curioso di scoprire come la curiosa e personalissima miscela di stili ed atmosfere che contraddistingue il lavoro in studio della band di Denver si trasponga in un contesto live. Non solo per fan.  83/100

 

Unknown-1FOLKLORE (Jetset, 2002) L’ultimo parto della gloriosa esperienza 16 Horsepower è uno strano animale: solo quattro dei dieci brani che compongono la tracklist sono farina del sacco di Edwards e soci, il resto è riconducibile ad un lavoro di recupero quasi antropologico di tradizioni musicali e poetiche d’altri tempi, riviste e trasfigurate in una cupa e severa ottica country folk che prosciuga ulteriormente il sound ultraterreno di Secret South; mentre dal punto di vista lirico, Edwards si esprime per immagini e allusioni, accrescendo l’opprimente senso di mistero e angoscia che permea gran parte del disco. Ben rappresentato da una copertina che più umbratile e spartana non potrebbe essere, Folklore si pone come l’ideale colonna sonora di un ipotetico e suggestivo thriller rurale, in cui violenza, peccato e solitudine contribuiscono a creare l’immagine di un mondo rassegnato alla schiacciante futilità dell’esistenza. Gli arrangiamenti comprendono organi, archi, mandolini e buzouki ed esprimono appieno il proprio potenziale “visivo” e atmosferico, come nell’iniziale “Hutterite Mile”, cullata da un ritmo tanto marziale quanto discreto che lascia abbondante spazio alle pennellate dense e sobrie degli archi e dell’organo, e in “Horse Head Fiddle”, traditional della Repubblica di Tuva, dove gli strumenti si limitano a comporre un tremulo e febbrile sfondo amelodico, completamente asservito all’onirico racconto di Edwards. La centralità dell’arrangiamento è confermata dal passo militaresco e dalle melodie ossessive di “Blessed Persistence”, mentre nella scorata preghiera di “Alone and Forsaken” (originale di Hank Williams Sr.) la band recupera, seppur con parsimonia, qualcosa dell’orecchiabilità degli esordi, operazione che si ripete con maggior convinzione nella gioviale e spigliata “Single Girl” (Carter Family). Ed è proprio con una nota di allegria e spensieratezza che, inaspettatamente, i 16 Horsepower scelgono di chiudere la pratica Folklore: la festosa mazurka cajun di “La Robe à Parasol” (cantata interamente in francese) è quanto di più distante possa esserci dall’abissale oscurità che l’ha preceduta. 67/100

 

Unknown-2OLDEN (Glitterhouse/Jetset, 2003) Il canto del cigno dei 16 Horsepower giunge nel luglio 2003 e si materializza in una raccolta di brani composti e registrati prima che l’EP omonimo del ’95 vedesse la luce, la maggior parte dei quali apparsi in seguito in versione definitiva. Vale la pena di ascoltare Olden, quindi, anche solo per rendersi conto di quanto ben affinato e incredibilmente potente fosse già il loro country rock deviato, le loro agghiaccianti storie di peccato e punizione, l’invidiabile affiatamento che contraddistingue non solo i due demo qui proposti (il primo registrato durante le cosiddette “Night Owl Sessions” a Denver nel 1993 e il secondo immortalato ai Kerry Macy Studios l’anno successivo) ma anche l’infernale performance live (registrata nell’ottobre ’94 al Mercury Cafè) che chiude il platter. Condiscono il tutto tre interviste a David Eugene Edwards, filmate, come si conviene, in un rustico ed evocativo seppia. Da citare: una versione di “American Wheeze” arricchita da uno scacciapensieri tanto atmosferico quanto minaccioso, una “Pure Clob Road” trasformata in un marziale valzer che allevia leggermente l’asfittica disperazione dell’originale; un’ipercinetica, quasi nevrotica “Sac of Religion” e una conclusiva “Dead Run” che supera l’originale per urgenza ed intensità. 74/100

Social