Weezer: Why Bother?

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00602498645444_640x480_01“Sono arrivato al punto in cui avevo 10 ragazze in albergo, sul mio letto, ed ero incapace di fare una mossa. Finalmente una sera riuscii a dire: “Le persone che vogliono fare sesso con me rimangano, le altre possono lasciare la camera”. Restarono solo in tre, ma fu un sollievo perchè ci ero riuscito.”

Tanto più personale l’opera, quanto più pericolose possono risultare le eventuali critiche. I Weezer, usciti all’attenzione mondiale negli anni ’90, oggi rischiano di vedere dimenticati i primi capitoli di una carriera stravolta al primo intoppo, alla prima difficoltà, che si rivelò momentanea quando era ormai troppo tardi. Una vicenda particolare, dagli sviluppi inspiegabili se guardati solo in superficie, senza conoscere la volubilità del loro leader.

Le coordinate generali del gruppo vedono distorsioni e melodie pop figlie dei Beach Boys, autentico mito e ossessione per Rivers Cuomo. Quest’ultimo è un altro appartenente alla razza di dittatori capitanata da Reznor e Corgan: scrittura ed esecuzione negli album principali totalmente ad opera sua, con il resto della band nel ruolo di riluttanti comprimari. Formato in ambito metal è un carattere tanto schivo, silenzioso e impacciato nelle relazioni con l’altro sesso quanto recitato: si tratta in realtà di un abile manipolatore e lucido songwriter, capace di raggiungere giovani alienati e pubblico delle radio nell’ arco di pochi anni e album. Una volta che la definizione geek rock spopolò negli Stati Uniti, Rivers seppe giocare con la sua immagine annunciando un parziale ritiro ad Harvard per continuare il college. Dopo appena un semestre era fuori con il personalissimo Pinkerton. Oggi considerata fondamentale, la discesa nel cuore e nella mente del leader venne accolta freddamente e quest’ultimo, indispettito, si alienò dalle scene. Dopo qualche anno il ritorno riportò il successo commerciale, con un cambio di stile destinato però a spostare per sempre le coordinate del gruppo.

20101215weezer08Tanto incostante quanto talentuoso, Cuomo oggi vive di rendita grazie a due album che hanno portato il gruppo a uno status tale da poter ripetere per due volte una costosissima crociera a tema Weezer, imbarcando fan e gruppi spalla tra cui Dinosaur Jr. e DIIV per una settimana di concerti salpando l’oceano.
Pacchianate del genere, però, te le puoi permettere solo se prima hai prodotto qualcosa di davvero buono. La carriera dei Weezer si divide in due parti: la prima, fatta di sincerità e amore per la musica, ha prodotto almeno due dischi di qualità elevatissima. La seconda vede il posizionamento del gruppo su lidi fatti di contratti commerciali e produzione in serie di pop radiofonico, ed è la tonnellata di terra (a essere buoni) che ha ricoperto un tesoro ora da riportare alla luce.
Per quanto riguarda il futuro è previsto un nuovo album entro la fine di quest’anno, ma nessuno ormai crede alla redenzione di un gruppo passato dall’essere definito “i nuovi Nirvana” a una raccolta fondi di dieci milioni di dollari per farli sciogliere nel 2010. Comprendere il motivo del comportamento di fan tanto simili a quelli di altre vecchie glorie anni ’90, però, non è difficile: lo scarto qualitativo dopo Pinkerton è talmente enorme da far sperare che si tratti solo di un’ unica grande vendetta di Rivers verso i fan frettolosi, che si lasciarono sfuggire un album oggi fonte d’ ispirazione per ogni gruppo alla ricerca della tanto agognata melodia vincente. Mai contraddire le star, giusto?

220px-Weezer_-_Blue_AlbumBlue Album (1994) Chitarre pesanti, il sole della California e una voce in primo piano a disegnare melodie perfette, tanto a presa rapida quanto scolpite nella storia degli anni ’90. Non ci sono cali e il lavoro alla sei corde è tanto preciso quanto incisivo. “Say It Ain’t So” rimarrà il loro vertice, “The World Has Turned and Left Me Here” è il trionfo di distorsioni che preannuncia l’ estate e “My Name Is Jonas” il valzer elettrico che apre un pilastro del rock made in USA. Noi, forse, conosciamo quel video coi personaggi di Happy Days. Colmiamo il ritardo. 84/100
220px-Pinkerton_coverPinkerton (1996) Atmosfera diametralmente opposta: Rivers nel suo dormitorio, chitarra acustica e due ragazze in mente: una compagna di corso e una lontana fan giapponese che gli scrisse una lettera sentita. Le canzoni sono altri dieci pezzi di gloria pop stavolta più brevi e sofferenti, inizialmente ostili in quanto circondate da chitarre abrasive intrecciate guardando ai Pixies. I testi? Frammenti di vita ad Harvard, abitudini della ragazza osservata e tracce di parole della piccola seguace asiatica (“Across the Sea”). Se poi la persona che immagini possa diventare tua moglie è essa stessa amante delle donne (“Pink Triangle”) non puoi che buttare fuori tutte le parole che ogni innamorato ha dentro di sè (“El Scorcho”) e sperare di non pentirtene poco dopo. 86/100
220px-Weezer_-_Green_AlbumGreen Album (2001) L’album del ritorno va a recuperare gli umori del Blue Album: quel qualcosa in più ormai è andato, ma le strutture più semplici riportano il successo commerciale: la tesa “Hash Pipe” e gli animali del famigerato video di “Island In the Sun” potrebbero far pensare a un altro prodotto clamoroso. Si tratta in realtà di un album pop rock fin troppo lineare, sprovvisto della longevità dei suoi predecessori ma in grado di regalare viaggi spensierati e singalong ogni volta che la bella stagione farà capolino. 76/100
220px-MaladroitweezerMaladroit (2002) Il cambiamento è quasi completo: due singoli, un video con i Muppets e un album dal suono più alto e sporco che tutto sommato a tratti ancora strappa la sufficienza: “Keep Fishin’ ” della collaborazione coi pupazzi, l’ingenua “Love Explosion” e “Fall Together”, nella quale riaffiora qualche radice metal, ma lo sguardo è ormai rivolto alle radio. 64/100
220px-MakeBelieveMake Believe (2005) Beverly Hills, that’s where I want to be. Le conigliette di Playboy, il ritmo di “We Will Rock You”, l’assolo in talkbox,  l’orrore dei fan. Per molti i Weezer sono morti. “Beverly Hills” risulterà comunque il loro singolo di maggior successo, un guilty pleasure dannatamente orecchiabile. “Perfect Situation” risale almeno in parte ai tempi di Pinkerton, il resto è di improponibile banalità. 50/100
220px-Weezerred2Red Album (2008) Si corregge il tiro, torna un minimo di buon gusto e quello che ne risulta è un album leggermente più sperimentale nelle strutture: il lavoro alla scrittura si sente, mancano canzoni memorabili. Il singolo “Pork and Beans” fece bene, “Automatic” è più che accettabile e il tutto è almeno nettamente superiore a ciò che è venuto prima e che seguirà. 58/100
220px-Weezer-RaditudeRaditude (2009) Pop punk, cori e un esperimento casalingo trasformato in collaborazione con Lil’ Wayne (“Can’t Stop Partying”). Tutto tanto orecchiabile quanto generico, è pericoloso anche definirlo un album per fan. Meglio giudicare dalla copertina per una volta. 52/100
220px-Weezer-hurley-finalHurley (2010) Per canzonette pop radiofoniche telefonare Rivers Cuomo, ormai è chiaro. Ritornelli, qualche spunto godibile ma dopo il primo impatto la sua collocazione nella discografia rimane la stessa dei precedenti. “Where’s My Sex?” per chi ancora crede al genio del denaro nascosto nel leader occhialuto. 54/100
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