Stephen Malkmus: Retrospettiva

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StephenmalkmusalbumStephen Malkmus (2001) Doveva essere soltanto “The Jicks” e invece l’ex Pavement, attesissimo, finisce per metterci il faccione. Come mai in precedenza. Fan vecchi e fan nuovi possono consolarsi: “Black Book” scalda i motori, cadenzata, “Phantasies” è il concentrato della natura indie-smile, “Jo Jo’s Jacket” il culmine insieme a “Discrection Grove” a “Jenny and the Ess-Dog” (che tiro!). Non è più tempo di diamanti grezzi. Addirittura SM prova la ballata capolavoro con “Trojan Curfew” (scritta pensando all’idolo Lou Reed) e addirittura un riuscitissimo pezzo autobiografico, il primo in assoluto, come “Church on White”. 80/100
PiglibPig Lib (2003) C’era il rischio di non avere ancora granché da scrivere dentro il cliché tipico dell’ex Silver Jews diventato il Piccolo Principe dell’indie lo-fi. Un rischio ben dribblato, anche se i temi tendono a ripetersi. Chi cerca rimasugli del passato si può aggrappare al trittico “Ramp of Death”-“(Do Not Feed the) Oyster”-“Vanessa from Queens”. I nuovi orizzonti sono le mezze digressioni in chiave cavalcata psichedelica tipo “Animal Midnight” e più ancora “1% of One”. La coerenza è comunque salva. Malkmus from Stockton vince ancora… .77/100
FacethetruthFace the Truth (2005) La terza fatica è per fedelissimi. La cerchia si stringe. Le uscite iniziano a passare inosservate. Gli anni passano e si sente anche nella composizione, divenuta meno sfacciata, più intima. Dev’esser stato un periodo così. Gli occhi non brillano e allora Malkmus prova a smarcarsi dalle etichette di sempre (solo “I’ve Hardly Been” avrebbe potuto stare in Crooked Rain, Crooked Rain per dire…). I primi fiati, che ritorneranno, sono qui. Il country fluidificato è ancora più mellifluo (“Freeze the Saints”). E’ una sensazione generale. Dopo, non a caso, ci saranno per la prima volta tre anni di silenzio.. 70/100
Real_emotional_trashReal Emotional Trash (2008) Il lavoro più individuale di tutti. Ovvero il momento in cui il nostro prova a metter da parte i classici colpi al cuore di matrice Pavement. Chitarra solista protagonista, un bridge dietro l’altro, reiterazioni, canzoni stirate e prolungate. Ballate. Tante. Un disco uniforme che cede però il fianco a qualche lungaggine di troppo rispetto alla quantità di colpi di genio irridenti che il pubblico si aspetta. Il meglio? “Hopscotch Willie”, “Out of Reaches” e “Cold Son” non a caso a tratti quasi inaspettatamente malinconiche. Decisamente minore il contributo dei pezzi dell’ipotetico Lato B. 71/100
600px-Stephen-Malkmus-And-The-Jicks-Mirror-TrafficMirror Traffic (2011) Altri tre anni per cambiare tutto e infine non cambiare niente. Il cantautorato prende sentieri più folk, ci si getta nella normalità pur suonando alla sua maniera. I brani tornano più corti. Sono tanti. Ma anche piuttosto confusionari. Una ricerca nella tradizione, forse. Pop come “Tigers”, blues come “Brain Gallop” e tanti abbozzi per smarcarsi definitivamente (ma magari non consapevolmente) dall’idea del Malkmus-quello-dei-Pavement. L’operazione nel complesso non riesce, anche se è sempre un discreto piacere… E i ripetuti ascolti possono anche in parte dargli ragione nonostante l’etichetta di “nuovo Jonathan Richman” è lì, dietro l’angolo. Appunto poi la reazione con “Wig Out At Jagbags” sarà un brillantissimo ritorno allo spirito primordiale. 66/100

 

Retrospettiva a cura di Luca Momblano

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