Detachments • Detachments (2010)

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Negli ultimi dieci anni krautrock, new e dark wave, post punk e shoegaze sono chiaramente stati tra le influenze più gettonate dalle band emergenti, o almeno da quelle che non si sono fatte coinvolgere dai manifesti di propaganda del novecentesco rock duro e puro. “Rock. Sudore. Flanella.” – “I Television non bastano a seppellire la mia impavida chioma” – “Vogliamo e dobbiamo rockeggiare” – “Un bacio a papà Jimmy e via!” – “L’elettronica è la morte della musica e non prevarrà” – infine il più disturbante fra tutti: “Silenzio! Giorgio Moroder vi ascolta”. In trincea, con tanto di uniformi d’epoca, si aggiungono nel 2010 i londinesi Detachments, cioè Sebastien Marshal e la sua truppa. Durante gli ultimi mesi il gruppo ha incontrato il favore e la benedizione di Andrew Weatherall e Peter Hook (nel caso in cui questo nome non vi suggerisca niente, andate a farvi un esame di coscienza e tornate su questa pagina fra qualche mese), e per produrre l’omonimo disco d’esordio, finalmente pubblicato dalla ThisIsNotAnExit, la scelta è ricaduta su James Ford. Ford sarebbe quel tizio che ha messo le mani su Humbug e Favourite Worst Nightmare degli Arctic Monkeys, poi Last Shadow Puppets, Klaxons e Florence and the Machine. Tempo fa circolava il singolo “The Flowers That Fell”, una canzone molto efficace ma anche molto – forse troppo – aderente allo standard post punk, il che fa pensare che se i Detachments avessero deciso di perseverare su quella strada il loro disco non avrebbe suscitato tutto questo interesse. Non volevano essere etichettati come gli ennesimi cloni dei Joy Division, per cui hanno dato un’intelligente rimescolata alle carte.
Il paragone più immediato potrebbe essere quello con gli Horrors di Primary Colours, ma la formula del nuovo Distaccamento bilancia gli elementi in modo completamente diverso, dando molto più risalto a sintetizzatori e tastiere, e in generale a una atmosfera decisamente europea. In questo senso perfetto è il singolo “Holiday Romance”: inglesi loro e l’ambientazione, testo riproposto in Francese durante il video tramite dei sottotitoli sovrapposti a riprese in stile nouvelle vague, richiami musicali agli Human League (tra i loro preferitissimi) e di tipo audio-video ai Kraftwerk di Trans-Europe Express e The Man-Machine. “Holiday Romance” è immediatamente memorizzabile, ma la sua diretta concorrente “I Don’t Want to Play” non ha proprio niente da invidiarle sotto questo punto di vista. Insieme questi due pezzi formano una coppia killer: o si odiano loro e di riflesso il genere, scadendo magari nelle soliti sterili polemiche sul concetto revival (dimenticandosi come sempre che ragionando così allora dovrebbero chiudere baracca quasi tutti, compresi i grandi eroi dei nemici giurati dei wavers con camicia e cravattino… più onesto sarebbe ammettere la poca confidenza con questi suoni), o si cade in trappola iniziando a fischiettare i rispettivi giri di tastiere. Quando invece il ritmo rallenta si scende nella dark wave (soprattutto “Tread Along” che diventa uno dei vertici del disco, ma anche “You Never Knew Me”) o in uno spettacolare shoegaze primordiale (“Sometimes”). Alle passate successive emergono “Art of Viewing” (e c’è tanta sapienza pop in questa canzone) e “Circles”, mentre sorprende il cambiamento di approccio del drumming in “H.A.L.”. Il pezzo più particolare invece è “Fear No Fear”, che inizialmente sembra promettere un delirio industriale sullo stile di “Discipline” dei Throbbing Gristle, invece si raddrizza sempre più in direzione del club. A questo punto, la bella “Words Alone” posta sul finale presenta una certa parentela con “Sea Within a Sea” degli Horrors, pur priva dei caratteristici elementi visionari e psichedelici.
Andando oltre la musica si inizia ad indagare un po’ sui personaggi. Citare Napoleone Bonaparte come curiosa influenza e l’andarsene in giro indifferentemente con maglie a righe e ballerina in tutù in allegato o indossando cappottoni e guanti militari potrebbe sembrare un po’ una posa. Ma ci sta, non c’è niente di male nel volersi creare un’immagine particolare nel mondo del rock, fa parte del gioco, e oltretutto nel loro modo di fare si avverte comunque la giusta dose di ironia. E poi c’è ‘Bastien, da buon inglese grande fan di Morrissey e ascoltatore molto attento, tant’è che non gli sono sfuggiti i Salem, tanto per dirne una. Chiaramente tutto ciò non basta affatto per ottenere un bel disco, né è sufficiente creare un miscuglio delle precedentemente nominate correnti musicali, ma i Detachments ci sono riusciti, e qualcosa ci dice che potremmo ben sperare per il futuro. Anzi, qui non si tratta soltanto di un bell’album, forse nel suo settore è quanto di meglio sia stato pubblicato negli ultimi anni, assieme allo stesso Primary Colours. “Forse”, perché un’affermazione del genere maturata nel giro di poco tempo dovrà essere necessariamente confermata o smentita fra qualche mese o qualche anno, ma la sensazione è quella. E se anche voleste considerare un lavoro del genere come pura riproposizione di qualcosa di già sentito, che ammettiate almeno la bravura di questi ragazzi; non avranno spostato dalle fondamenta le coordinate del genere, ma il loro è un esordio col botto e perciò meritano un premio.
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2010 • new dark wavers approaching

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo