These New Puritans • Hidden (2010)

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Ci sarebbe da discuterne sin dal titolo e dalla copertina, perché al secondo tentativo i fratelli Barnett piazzano un colpo tanto affascinante quanto tutto da decifrare. Esce per la Domino, è co-prodotto dall’ex Bark Psychosis Graham Sutton, è stato registrato a Londra e a Praga – città magica per eccellenza – che a quanto ascoltiamo, deve aver proprio incuriosito i These New Puritans. Si chiama Hidden e segnala il ritorno dell’inclassificabile formazione dell’Essex, autrice di musica dove funambolismo è la parola d’ordine e a cui partecipano anche altri 29 (li abbiamo contati) strumentisti di due orchestre, appunto una inglese e l’altra ceca. Chi li catalogava come dance-punk stavolta avrà ben più difficoltà nel venirne a capo: qui si passa dai Liars ai Radiohead, da Steve Reich al Kubrick postumo di Eyes Wide Shut, tanto che non sarebbe una sorpresa il restarne straniati.
Un cerimoniale orfico-dadaista in cui non c’è un attore o un espediente tecnico veramente protagonista: battiti digitali e primitivismo squadrato, rumori disordinati, sciabolate al buio che tagliano l’aria, cori gregoriani, paganesimo spinto, fiati e archi a ricamare prima in sottofondo poi in prima linea… tutto converge a pari merito entro una visione artistica che se non si può definire avanguardistica, certo però recupera il concetto di sperimentazionismo nel rock. È ovvio che in questo senso i Barnett siano da considerare attuali oltre che credibili, senza bisogno di autoproclami a sostegno di una fasulla supremazia dell’Arte con la A maiuscola e contro la canzone popolare;  i These New Puritans fanno la loro musica senza coprirsi di ridicolo con annunci programmatici o col parlarsi addosso tanto caro a certi personaggi del revival progressive et psichedelia. L’ambizione è effettiva, anzi è chiaro che i ragazzi ci giochino un po’ sopra, ma i rischi sono reali, non plastici. In più, l’aura di mistero che li avvolge, il silenzio di cui si fanno portatori e l’immaginario visivo nel quale si fanno ritrarre, aiutano gli intenti del progetto, anziché svilirlo nella ricerca di attenzioni.
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Non è che Hidden si divida in due lati ideali, ma la seconda parte è come se fosse un lavoro intorno ad una stessa aria, che appare e ricompare frammentata o ancor più solenne lungo il flusso sonoro, omogeneo nonostante le varie fantasticherie. Lo spiritualismo della conclusiva “5” riprende il refrain di “Canticle” e prima ancora di “Orion” (ma senza le catene!), per un effetto che sa di purificazione più che di sacrificio agli dei: sembrano le Amiina che cantano nude, in una notte stellata, intorno ad un falò acceso in un campo di grano… “Inside the pyramid, deeper in it, hidden exit after Osiris. All the stars are swords, I’ve never been so sure”. 

In “Drum Courts – Where Corals Lie” i These New Puritans sono andati a togliere la polvere dal vinile di Islands dei King Crimson, per farlo a pezzi e metterlo dentro al frullatore assieme ai Liars di They Were Wrong, So We Drowned, ottenendo un amalgama tanto improbabile quanto evocativo. D’altronde già a primo impatto l’iconografia risulta fortemente accostabile a quella dei bugiardi, sebbene in Hidden non pare esserci traccia di stregoneria. Si tratta piuttosto di misticismo e divinazioni incomprensibili a noi comuni mortali, almeno per ora. L’ipnosi del singolo “We Want War” e poi la marcetta noir di “Three Thousand” preparano il terreno per il colpo di scena di “Hologram”, alla cui melodia è davvero impossibile resistere senza far cenni di consenso col capo. Una bozza di jazz improbabile, in cui i Sigur Ròs incontrano i Throbbing Gristle, tutto d’un tratto, senza paura.
altUn plauso però se lo merita anche la Domino, sempre attenta alle realtà emergenti del territorio britannico e prontissima nel distribuire il rock americano più innovativo e perché no, modaiolo. Anche se forse, più che Pitchfork o Fact, è la Domino stessa a creare le mode: i votoni delle riviste specializzate non piovono abbondanti per caso. La squadra di artisti sotto contratto, le scelte di marketing, in generale il modo in cui viene trattata la musica, la cura del cliente che riceve velocissimamente le ordinazioni effettuate nello store del sito ufficiale, tutto è integrato in funzione di uno spirito che ti fa davvero venir voglia di essere un abbonato col posto in prima fila. Forse solo la Warp riesce in egual modo a vendere un prodotto musica che non è solo materiale, ma anche modo di essere e pensare il rock. Che poi si tratti di art pop, piuttosto che di ambient electronica, idm o new wave dei 2000, non cambia molto (purché ci sia alta qualità). Ecco infatti che chi ha iniziato con i Franz Ferdinand o gli Arctic Monkeys – in termini di vendite, probabilmente quelli che con stile permettono di mandare avanti la baracca senza sputtanarla, alla faccia del filesharing – si ritrova invogliato a provare gli applauditissimi Animal Collective, le stramberie intellectual-pop dei Dirty Projectors, e adesso i These New Puritans che con questo secondo album – e tour europeo di spalla agli xx – stanno già riscontrando numerosi consensi. Il tutto mentre la Domino ti ristampa vere chicche andate disperse ma non dimenticate come i Feelies e presto pare anche i Galaxie 500. Che dire, complimenti a Laurence Bell che l’ha fondata.
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These New Puritans (2010) Hidden

These New Puritans

Hidden

2010 • hidden exit after Osiris

82
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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo