The Horrors • Primary Colours (2009)

articolo di
Nel 2007, gli Horrors erano stati la classica Next Big Thing inglese, una tra le tante. Strange House infiammava gli animi di una parte di gioventù – quella portata a dimenticare tutto alla prossima fermata – e contemporaneamente respingeva i più snob, secondo un copione ormai ben rodato. Acconciature e trucco al limite dell’improponibile, pantaloni attillati, scarpe a punta, immaginario oscuro, teatrale ed orrorifico, nomi d’arte che erano tutto un programma (dal bassista/tastierista Spider Webb al batterista Coffin Joe), giovane età e la brutta impressione che si trattasse soltanto di pose. Tanti piccoli fattori che di solito finiscono per contribuire pesantemente alla formazione di pregiudizi poi difficili da estirpare. Diciamoci la verità, tutto ciò potrebbe non invogliare all’ascolto di un nuovo album composto da personaggi del genere.

Proviamo invece ad osservare le cose da un altro punto di vista: Primary Colours è prodotto da Geoff Barrow dei Portishead; i video sono diretti da Chris Cunningham, lo stesso che ha collaborato, tra gli altri, con Björk, Aphex Twin e Autechre. Voci di corridoio parlano anche di un cambiamento di direzione dai risvolti molto interessanti, la perfetta transizione tra i toni dark della copertina di Strange House e i volti più caldi ma sfocati ed irriconoscibili, stile Pornography, di quella che identifica Primary Colours. Diamo un’occhiata al video del singolo “Sea Within a Sea”, lasciamoci affascinare dai giochi di luce che rimandano ai primi show dei Pink Floyd più genuini, quelli dell’ombra di Syd Barrett proiettata a braccia larghe sullo sfondo. Notiamo il minutaggio della canzone, le nuove derive e la sua evoluzione. Vuoi vedere che vale la pena dare una chance a questi strani ragazzi dell’Essex? Cos’è successo?

Torniamo solo per un attimo a Strange House. Come anticipato, il debutto su disco e le esibizioni live – stando alle impressioni di chi era presente – molto convincenti, avevano aperto loro la strada. La loro proposta consisteva di un garage/horror punk ispirato a Sonics e Cramps, con tanto di tastiere da vecchio film horror e teatralità presa in prestito dai Bauhaus, mantello di Peter Murphy compreso. Adesso abbiamo per le mani un lavoro in perfetto equilibrio tra la darkwave e lo shoegaze, che cattura quel fondamentale periodo tra l’uscita dagli anni ’70 e la transizione verso i ’90. L’approccio chitarristico di Joshua Third risulta essere erede di quello dei My Bloody Valentine, e nel dire “My Bloody Valentine” non si vuole intendere il solito shoegaze sognante che al giorno d’oggi sono tutti ormai in grado di propinarci. La corrente darkwave è diventata meno selvaggia e più intima; meno Bauhaus, più Joy Division e Cure, citando i Sound, i Chameleons, i Japan e l’umore dei Jesus & Mary Chain. Lo scambio di ruoli tra Webb e il bassista del primo album, Furse, stavolta addetto proprio a synth e tastiere, è stato un passo fondamentale in questa metamorfosi: non più omaggi agli anni ’60 ma atmosfera completamente diversa, dilatata, in grado di sfocare i contorni della musica e creare, assieme agli effetti di chitarra, un substrato sonoro saturo e avvolgente come non si sentiva da tempo. In più, ecco affacciarsi arrangiamenti e textures vicini al synth pop e al Krautrock, che a dire il vero si fa sentire un po’ più spesso di quanto possa sembrare. Che dire poi dell’ottima interpretazione di Badwan? Tra tutti gli imitatori dello stile vocale di Ian Curtis forse è proprio nell’ombra di Faris che riusciamo ad intravedere, molto più vivido del solito, il suo fantasma. Il frontman dimostra chiaramente di saper fare anche altro in canzoni come “New Ice Age”, facendo capire che la scelta del timbro è esclusivamente funzionale alla proposta musicale. Fermi tutti, sono già stati citati fin troppi termini oggigiorno eccessivamente ricorrenti. E’ vero, ma bisogna necessariamente ricordare che tali elementi hanno un impatto più o meno positivo ed efficace esclusivamente in base al contesto e alle modalità d’impiego, e qui ogni cosa trova la sua giusta collocazione, in canzoni veramente ispirate anche dal punto di vista melodico, colme di finezze che le orecchie più attente non faranno fatica a cogliere. Il talento nel miscelare tutti questi scontatissimi ingredienti con questa personalità, questo livello di raffinatezza e questo gusto, non dovrebbe far parte del DNA di un gruppo tutto fumo e mantenuto in vita soltanto dall’hype.

 

Onestamente, oggi non avremmo potuto chiedere di più a dei ragazzi partiti da una base come la loro. Si sono evoluti in modo intelligente, riuscendo a prendere le distanze dall’immagine che li aveva portati al successo e a muoversi su un terreno molto difficile. L’ispirazione, il talento e l’alchimia degli elementi hanno fatto il resto. Vedremo se in futuro riusciranno a rimanere su questi livelli proponendo qualcosa di ancora diverso, e se Primary Colours risulterà davvero essere uno dei migliori ibridi usciti in un decennio come questo, in cui il fatto di ispirarsi al passato ha attirato infinite polemiche e fin troppo facili critiche.


“Their dreams stay firmly rooted in the shallows
See the scraping sky
See my destination
See my destination there tonight”

Social
Info
The Horrors (2009) Primary Colours

The Horrors

Primary Colours

2009 • sea within a sea

87
/100

Archivio:

Links
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo