Beach House • Bloom (2012)

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Il 22 luglio 2011 è accaduto che moltissime persone abbiano provato una sensazione davvero particolare davanti alle news riguardanti il terribile attentato terroristico di stampo neofascista in Norvegia: proprio quella parola, Norvegia, è riecheggiata come in un sogno folle, dentro il vuoto lasciato da una tragedia assurda; e quel sentimento di spaesamento si è riversato nel bisogno, da parte di molti, di riandare con gli ascolti a quell’omonima canzone dei Beach House che, paradossalmente, si andava riproponendosi insistentemente come un bisogno da soddisfare con il tasto play. Ecco, nell’intensità di un evento vissuto attraverso il filtro forte dei media in una comunione globale, il segreto della musica del duo d’oltreoceano.
Se le note cariche di vita ed esplosive di “Norway” erano una barriera della vita dove ognuno cercava di schiantare gli attacchi della morte, una protezione e come un sorriso contro quanto di male c’è nell’uomo, la musica dei Beach House è sempre e comunque, anche e soprattutto, in quest’ultimo Bloom, un pizzo del pentagramma per ornare con una musica viva le tracce di un tono scuro dell’esistenza che non può essere rimosso ma soltanto preso in custodia nelle mani sapienti di artisti capaci.
Bloom è un album che rilancia il sound del duo al massimo livello di intensità sonora disponibile, offrendo un ventaglio di ricerca musicale sufficientemente ampio da strabordare perfettamente in una forma canzone solida ma dilatata e leggera. Dove gli XX colpiscono con la forza nera di un sogno minimo, i Beach House aggrediscono la tela sonora con un bianco visionario, in una notte dove le note vengono annacquate e diluite, fatte rimbombare nel cavo di una tecnica davvero al servizio dell’arte.Al primo ascolto di “Myth” si ha la sensazione istantanea di un brano che non può non colpire fin dal primo ascolto, di una traccia dal largo respiro (e infatti pare che i programmi radiofonici, anche italiani, se ne siano già accorti); è come se, dopo quel grande disco chiamato Teen Dream, i Beach House volessero colpire subito al centro della questione, rivelando fin dall’inizio gli elementi caldi e freddi che compongono la chimica ricercata del loro sound.
“Wild” richiama magistralmente un suono-goccia tipico del dream rock, ormai sdoganato internazionalmente anche grazie alle atmosfere musicali di un film come Drive di Nicolas Winding Refn, di cui Bloom spesso sembra proporsi come una possibile side-soundtrack. In effetti è proprio nel rapporto tra un impulso tragico e uno positivo che si crea quel legame assurdo che già Teen Dream e i primissimi lavori avevano già in nuce; è come se la nostalgia non inibisse ai sensi di inebriarsi di una luce acustica che è fatta di chitarre allungate e torte fin nel loro elemento ligneo, con un uso sapientissimo dei cori e delle sovrapposizioni vocali a tessere una texture a maglie strette, strettissime.
Soffermarsi su ogni singola traccia del disco è un esperimento che non crediamo sia il caso di affrontare, perché la pasta sonora dei Beach House ha la consistenza forte e multiforme tipica di un progetto che trova ancora i suoi spazi ideali nell’unità dell’album, mostrando ancora una volta un’attitudine da cacciatore e non da preda nei confronti delle rivoluzioni dei supporti audio degli ultimi anni. Proprio la densità della musica del duo e la sua declinazione ampia è dovuta a una carica compositiva che esplode con un moto centrifugo fino a ricoprire tutta la lunghezza del LP, colando in ogni secondo dell’ascolto con una gradazione di colori e una variazione di misura che pochi altri gruppi oggi possono vantare.
Sembra che ciclicamente una sorta di giovinezza artistica senza età tocchi le sorti di qualche ragazzo e ragazza e che questi ne siano in qualche modo trasportati, fino a raggiungere non tanto quella maturità che ancora stentiamo a chiamare tale per motivi anche solo pigramente biografici, quanto quella elasticità e modernità sempre in-avanti che lascia impresse le tracce palesi della classicità sulla pelle nera e scura dei vinili. Così non è difficile immaginare i Beach House toccati da quella grazia, per usare un termine ormai in disuso, se non già perso, che già si poteva ritrovare nei migliori (e che ormai furono) Arcade Fire, o nei più recenti The XX.Qui, davanti all’ascolto di Bloom, non vediamo il futuro di un genere, le fondamenta di un suono vintage o il presente della new best music: l’orizzonte dei classici è solo l’uomo, prima del tempo e del male a cui è legato.

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Beach House (2012) Bloom

Beach House

Bloom

2012 • spring is here again

85
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo