Holly Herndon • Platform (2015)

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Holly Herndon (2015) Platform

Tu sei troppo artistoide, Herr Case” è una delle prime frasi che vengono rivolte al protagonista di Neuromante, il noto romanzo di William Gibson. “Tu sei l’artista dalle trovate divertenti“, prosegue Ratz. La replica di Case è “Perché no? Qualcuno deve pur essere divertente, da queste parti. Tu non lo sei per un cazzo“. Sostituite ora l’aggettivo “divertente” con la prima cosa che vi viene in mente ascoltando Platform. Pretenzioso, coraggioso, ardito, impenetrabile, inascoltabile. O, più semplicemente, strano. Ci starebbero bene tutti. Ma fermi tutti, c’è di più: sostituite anche la figura di Ratz con la personificazione dell’ultima trovata di un qualunque idolo pop, rock o indie ormai decaduto e privo di idee. Non diventa una scenetta deliziosa?

Seppur immerso in un immaginario in cui avviene un intenso scambio di messaggi tra la realtà fisica e quella virtuale, l’approccio cyberpunk alla materia appare troppo sporco per adattarsi bene al suono di questo album. Pensate allora al film Her, “quello di Spike Jonze con Supersymmetry degli Arcade Fire“, ridecorate un po’ gli interni con mobilia e oggetti dal design ultramoderno pieno di buchi irregolari e ci siamo. Her, in questo caso, non ha la voce di Scarlett Johansson ma quella di Holly Herndon, della quale ad un certo punto si potrebbe anche iniziare a questionare l’umanità. Ha persino i capelli rossi, che sono scientificamente la prova della mancanza di un’anima… suvvia, tutti gli indizi convergono. Un androide non dichiarato (con buona pace della brava Janelle Monáe), l’incontro ideale e senza compromessi tra Björk e Laurel Halo.

Ogni anno capita di ascoltare qualcosa che faccia riconsiderare la definizione ideale di “pop del futuro”, Platform fa cadere per l’ennesima volta in tentazione, ma in verità non lo è. Il pop non rinuncerà mai alla sua caratteristica principale, che è la fruibilità (no shit, Sherlock), ed è quindi fin troppo ingenuo fantasticare a riguardo, immaginandoselo chissà quanto strambo e insolito. Platform è, piuttosto, il pop di un mondo parallelo in stile Black Mirror. Ci si muove in una vera e propria realtà aumentata, in cui l’hi-tech è parte integrante dell’ambiente. Il pezzo più facile è sicuramente “Morning Sun”, seguito da “Interference” e “Chorus” per i più smaliziati, ma la vera chiave di tutto è “An Exit”: ciò che accade attorno al minuto e mezzo ha un che di meraviglioso. Con la sua superficie ipertecnologica, frammenti sonori taglienti e aperture melodiche di pochi secondi ma da assoluta pace interiore, sintetizza tutti i motivi per cui vale la pena insistere su un album così storto e ostico. Non c’è il tempo di abituarsi a questa prospettiva che subito si viene brutalmente sbattuti al di fuori della comfort zone con “Lonely at the Top”, anche se in una maniera diversa rispetto al tossire malato di Pharmakon. Quella non è una canzone, forse neanche la riascolterete (davvero? in realtà già vi si vede) ma all’interno di un disco così concepito ricopre un suo ruolo, un po’ come la vecchia “Fitter Happier”. L’altro pezzo su cui conviene investire in caso di difficoltà è “Home”, non è poi così complicato abituarvi l’orecchio. È persino corredato di un video pieno di icone “gentilmente fornite” dalla NSA, giusto per ricordare a tutti che ciò che non si vede può essere comunque molto, molto vicino. L’unica altra raccomandazione è quella di andare alla ricerca di un contatto con le persone e la natura, una volta terminato l’ascolto. Lanciatevi in mezzo alla folla, rotolatevi nell’erba, abbracciate il tronco di un albero, coccolate il felide o il cucciolo di casa. L’effetto alienante della musica di Holly è veramente potente, ed è meglio non restarvi intrappolati.

Torniamo infine sul battibecco tra i nostri Case e Ratz. Non stiamo a lamentarci della banalità e della mancanza di scossoni nella musica alternativa contemporanea, se poi non si prova almeno ad interpretare Platform. Non ci prendiamo alcun rischio nell’assegnare un voto così alto, non stiamo premiando solo le intenzioni e la spavalderia di una stramboide dai capelli rossi, e in casi come il suo le mezze misure non hanno il minimo senso. I dischi da sette e mezzo non fanno un favore a nessuno. A fine anno non dite che non ve l’avevamo detto.

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Holly Herndon (2015) Platform

Holly Herndon

Platform

2015 • augmented reality pop

87
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo