Viet Cong • Viet Cong (2015)

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Anticipato da Cassette, l’omonimo dei canadesi Viet Cong ha il solo difetto di essere poco trasversale. Ha il suono del post punk primordiale, ricreato con fedeltà e costantemente avvolto da una nebbia che lo pietrifica in un determinato punto del tempo, ma ha le tendenze sperimentali proprie del mondo indie post Animal Collective (cfr. “March of Progress”). Questo, in aggiunta ad una profonda padronanza della materia sia a livello sonoro che melodico (“Silhouettes” è il pezzo post punk perfetto, cosa gli si può dire?) e alla durata contenuta, è sufficiente a suscitare interesse. Non l’ennesimo tentativo di riproposizione lo-fi del 1979, dunque, ma manna dal cielo per gli appassionati del genere, siano quelli che considerano 154 dei Wire un punto fermo del proprio percorso musicale o quelli che vanno ancora in giro ripetendo ossessivamente “Dark entries! Dark entries! Dark entries! Dark entries!”, avvolti in un nero mantello. Ma è lì che ci si ferma, appunto, e sappiamo benissimo che non è questa la tipologia di album che finisce per essere ricordato da tutti nel momento in cui si devono tirare le somme. Hidden dei These New Puritans e Plowing Into the Field of Love degli Iceage, che un segno lo hanno effettivamente lasciato, riescono ad unire l’anima post punk ad una modernità decisamente più appetibile per un pubblico più ampio, seppur comunque di nicchia, e lo stesso discorso vale per altre realtà come Have a Nice Life e HEALTH. Ma lì entra in gioco anche una certa dose di teatralità, mentre i Nostri lasciano che tutto avvenga in maniera più naturale. Il mix è più curato e in un certo senso più devoto e rispettoso dei tempi andati, ma forse è proprio questo il motivo per cui Viet Cong potrebbe non riscuotere lo stesso successo, nonostante il supporto della Jagjaguwar. Quindi quali sarebbero, nel 2015, i fattori di successo per un disco che nasce post punk ma che ha gettato via la cravatta? Forse una risposta definitiva l’avremo proprio in base alle reazioni che susciterà questo disco. Se ne varrà la pena, torneremo altrove sul discorso.

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2015 • post punk spoons

79
/100

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Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo