Ariel Pink • pom pom (2014)

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Ariel Pink (2014) pom pom

pom pom ricorda a tutti che Ariel Pink sa scrivere canzoni, se mai qualcuno avesse avuto dubbi a riguardo. Sta anche all’ascoltatore essere in grado di riconoscerle ed estrarle dal marasma di bizzarrie presente in ogni suo album, ma forse stavolta è più facile del solito. Le regole per seguirlo non sono cambiate, dunque non scartate dunque “Jell-o” perché suona come uno stupido jingle pubblicitario partorito dalla mente di un Michael Ginsberg psicotico, né andate in cerca di una rivoluzione sonora che lasci il mondo a bocca aperta. Nel suo caso, l’imprevedibilità risiede invece proprio nell’essenza stessa del personaggio. Divertente quanto nostalgico, strampalato quanto inquietante. Inguardabile e politicamente scorretto, quello quasi sempre. Prima o poi stancherà, ma finché tiene, approfittiamone.

pom pom è firmato dal solo Ariel Pink ma è sempre il prodotto dell’effort di un gruppo, tra cui i soliti collaboratori e addirittura Jason Pierce, esce per la 4AD come i due predecessori che ne hanno costruito il mito presso il grande pubblico indie rock ed è un doppio, diviso in quattro lati ovviamente etichettati P, I, N e K. Diciassette canzoni musicalmente coloratissime eppure spesso cupe nelle immagini suggerite, in cui troviamo ancora i concetti base chillwave che lui stesso aveva contribuito a diffondere, degni temi iniziali per un cartone animato anni 70 (v. Lupin III serie 1) e roba da retro videogame pulp (v. Hotline Miami) o, se volete, da giallo metropolitano da due soldi. E ci sono anche cose che 
Biff Bang Pow!, garage rock, punk, i Black Sabbath, strip club e ascensori (“Black Ballerina”), favole drogate, le luci al neon dei casinò, atmosfere vampiriche, frecciatine alla selfie-mania e ai backup di iCloud (“Picture Me Gone”, con la vagonata di disagio che il video ci scarica addosso). In “Dinosaur Carebears”, per chi sopravvive fino a metà della sua durata, spunta addirittura il Bowie di Lodger, che in quanto a stravaganza di certo non scherzava.

Certo è che se non vi piace “White Freckles” significa che Ariel Pink è meglio lasciarlo perdere. Le sue melodie più efficaci si esauriscono nel giro di pochi secondi, e proprio in questo risiede, furbescamente, la sua forza: di quel ritornello o di quella chitarra ne vorresti di più, e allora continui ad ascoltare, e nel frattempo lasci che ti bombardi con ogni sorta di rumoraccio pazzoide che possa passargli per la testa, ti cambia la canzone sotto il naso per poi ridartene un pezzettino dopo chissà quanti cambi di ritmo (no, niente prog, fan dei Dream Theater non emozionatevi). Eppure qualche canzone normale c’è, basti pensare a “Put Your Number in My Phone”, che più lineare e tranquilla non si può, e “Dayzed Inn Daydreams”, comprensiva di ritornello da cantare tutti in coro. E sì, davvero niente male, per uno che non ha tutte le rotelle a posto. Vuoi vedere che questo Ariel Pink sa scriverle davvero, queste canzoni? Einstein was right.

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Ariel Pink (2014) pom pom

Ariel Pink

pom pom

2014 • pink shadows

81
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo