Iceage • Plowing Into the Field of Love (2014)

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Iceage (2014) Plowing Into the Field of Love

Chi se lo sarebbe mai aspettato: fino a oggi gli Iceage erano un gruppo fondamentalmente punk, dal suono moderno ma pur sempre ostico e adatto a momenti e umori senza compromessi. Saltando ben più di un passaggio sono arrivati al post incorporando atmosfere noir, roots americane e perfino un lontano, straniato eco brit pop: il mix genera dubbi solo sulla carta, perchè quello dei danesi è un album sorprendente, sorretto da una moltitudine di nuovi strumenti ed emozionalmente intenso. Il collante, in tutto questo, è la voce di Elias Bender Rønnenfelt: passionale, strabordante e debitrice del maestro Nick Cave, la cui immagine costellerà i primi approcci per poi svanire con pochi ascolti.

Cambi improvvisi e aperture melodiche regnano lungo tutta la durata del disco, che spezza la declamazione d’apertura di “On My Fingers” con note di piano tese ed evocative. A posteriori, una presentazione. A primo ascolto, il preludio al primo stravolgimento: “The Lord’s Favorite”, una cavalcata alt. country dal sapore pop, trascinante quanto inaspettata e sovrastata da una performance vocale sfacciata e ironica, se non direttamente irresistibile. It’s evident I’m God’s favourite one è quel tipo di sparata che mancava da parecchio tempo (insieme a un interprete degno della sua portata) e un ottimo indicatore del livello di sicurezza raggiunto dai quattro, già saliti alla ribalta con due album dalla personalità enorme.
Il capolavoro è la doppietta “Stay” – “Let It Vanish”: la prima, una delle canzoni nelle quali Cave si manifesta con più forza, cresce per venire poi lacerata, trafitta da un incrocio violentissimo di chitarre e violini mentre lo sforzo vocale si fa sempre più intenso per tenere in piedi il tutto. La seconda è una micidiale alternanza tra corsa sfrenata e pause, sostenute dal basso più viscerale dell’intero disco. Proseguire, poi, vuol dire trovarsi tra i battiti marziali di “Abundant Living”, intravedere i 16 Horsepower più neri in “Forever” o finire pissing against the moon nell’episodio più delicato e abbellito da armonie di fiati. 

La carica e la velocità dei due dischi precedenti rimangono, solo vengono incanalate diversamente. Tutto è a favore di strutture istintive e libere, accumulo e rilascio di tensione tra melodie assertive e nervose. Si giunge alla fine con la guardia abbassata ed è lì che arriva il colpo più emozionante, a tradimento, con la titletrack: chitarre dal sapore british fanno da base a una performance commossa e sincera, Elias sembra quasi incoraggiarsi, cercare di darsi la stessa forza che tornerà a tutti gli orfani di una certa scena anni ’90 qui rievocata e messa al servizio di inquietudine e lontana speranza. Una chiusura che ha il merito di dare ulteriore varietà a questo sorprendente terzo album, provando il valore del gruppo in territori ancora più distanti e accendendo i riflettori su un frontman la cui figura inizia a reclamare meritate attenzioni. 

Chi se lo sarebbe aspettato? Nessuno, non un’evoluzione così grande. Dall’ambita Danimarca, non possiamo che accogliere gli Iceage tra la prima fila delle realtà indie principali, in un periodo nel quale la vecchia guardia si sta facendo sempre meno alternativa e coraggiosa. Padroni di un suono rinnovato e dagli sviluppi potenzialmente infiniti, tanti quanti gli elementi unici che si sono susseguiti in questo lavoro, è nelle loro mani che risiederanno molte delle nostre future aspettative. Alle spalle, hanno già un album memorabile.

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Iceage (2014) Plowing Into the Field of Love

Iceage

Plowing Into the Field of Love

2014 • post punk

87
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo