Björk • Biophilia (2012)

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Il nuovo album di Björk suona obsoleto, stanco, privo dei guizzi di genio cui ci ha sempre abituati l’artista islandese. La notizia è questa, e forse non fa più neanche tanto scalpore. Si chiama Biophilia ed è un progetto multimediale nato giocherellando con l’iPad e che proporrà applicazioni, giochi, installazioni, concerti e pagine Web. Tutto molto divertente, attuale e vedendoci più chiaro anche decisamente poco pop (c’è addirittura una “Ultimate Edition” per fare selezione tra fan e passanti). Il problema sono le canzoni tuttavia, perché a quanto ci è parso, al di là dell’ambizioso corredo interattivo (cioè la forma) che crediamo possa allontanare anche molti fedelissimi, la sostanza è poca. Tra i dieci pezzi che compongono il disco, non ce n’è uno che oseremmo inserire in una ipotetica raccolta delle sue migliori venti o neanche trenta composizioni. I singoli “Crystalline” e “Virus” appaiono al massimo come b side del periodo Vespertine, uscito ben dieci anni fa e in realtà distante anni luce in termini di qualità finale. Campanelli, campanacci e Fra Martino Campanaro a parte, l’ossatura melodica non lascia il segno e anzi, ben presto si viene assaliti dalla voglia di skippare. Tanti gorgheggi vocali che a volte indispettiscono (ma questo accadeva già nel pur accattivante Medùlla) e sfidano chi in fondo non chiede altro che ascoltare delle belle canzoni, non importa se originali, al passo coi tempi o puramente vintage. Per quale motivo qualcuno dovrebbe voler ripetere l’ascolto di “Dark Matter”? Sono tre minuti di vuoto assoluto, sia melodico che interpretativo. L’arpa di “Moon” pare un omaggio ad un passato glorioso ma ormai sbiadito, per altro a rischio rivalutazione in negativo. Quella del folletto islandese è l’agonia di un’artista superiore che vuole continuare a stupire, ma che ormai ha perso contatto non solo con la sua poetica, ma anche e soprattutto col suo pubblico. Di seguito, il commento di un (ex?) appassionato che, per l’occasione, torna a scrivere per noi. (D.S.)

 

I segnali c’erano tutti, già da Volta che, pur piacendomi, è ed è sempre stato una raccolta di pezzi che non aggiungeva niente a quanto già detto da Björk. Buoni, alcuni più riusciti di altri, belli in sede live, ma finisce lì. E doveva finire lì per quanto mi riguarda. Non solo la nuova musica di Biophilia non aggiunge nulla e non suona ispirata – cosa che non avrei mai pensato di dire di un album di Björk, anche di quelli meno riusciti – qui manca la voglia di mettersi in gioco, manca la ricerca, l’occhio lungo, la melodia efficace, la voce che va a prenderti ogni volta che ti nascondi. Non c’è innovazione, e a questo punto non posso non notare che Björk s’è fermata da un pezzo. Non c’è spirito, quando sembrava averne ancora un briciolo. Non c’è coraggio, neanche quello per urlare qualche invettiva che lascia il tempo che trova (“Declare Independence”). Neanche quello di parlare, in verità. Semplicemente, non serve a niente un album come Biophilia. O meglio, servirà a lei per rientrare nel circuito come sempre dalla porta principale, ma di più non fa. Quello che a me personalmente innervosisce, sarà che della tecnologia pian piano mi frega sempre meno, è l’attenzione al marketing e al multimediale. Mera distrazione. Che me ne faccio di un’applicazione, di un sito tutto tirato e accattivante? Ci gioco un paio di volte e ti posso pure applaudire se ti viene bene, ma chissenefrega. Non ti compro i dischi per gli orpelli visivi, non sono quelli che rimangono. Non mi rimane la confezione, non mi rimane il video, il gadget.

Se ne può fare un discorso anche più ampio, e basta un paragone veloce veloce per distruggere tutto il progetto Biophilia – ma ha senso chiamarlo progetto? – ai miei occhi. Prendiamo The Age of Adz di altSufjan Stevens, e scusate il salto nel mondo dell’indie. Il disco ti viene venduto con un artwork senza troppe pretese. Hai il vinile e il cd, hai la copertina che è particolare e ti fa venir voglia di capirci di più, ma finisce lì. Il resto lo fa la musica, che già chiarisce gli intenti di Sufjan e ti lascia con la sensazione che questa volta voglia dire più del solito. Poi dal vivo ti rendi conto di quali sono i suoi reali intenti, dell’esperienza audiovisiva che vuole creare. Ma te ne rendi conto dopo, prima hai tutto il tempo di montare e smontare l’album perché dentro c’è di tutto. Dopo, l’artista ti mostra cos’aveva di preciso in mente, e così è se ti sta bene, altrimenti torni a goderti la tua immagine del disco e te lo metti via così come ti pare. Si può ragionare sul piano prettamente economico, sicuramente Sufjan Stevens non ha i soldi e i mezzi di Björk, per carità tutto vero e tutto triste. Ma, di nuovo, chissenefrega. Quel che conta è, di nuovo, la musica, le canzoni. E Björk ha preferito costruirci attorno un meccanismo fragile, che proprio perché legato al mezzo tecnologico è destinato ad invecchiare prima e peggio insieme alla tecnologia che va avanti e non si guarda indietro. Ci vuole tanto a capirlo? Björk non era quella che indovinava la corrente e le assestava i colpi giusti per portarla dove voleva e, quando al meglio, guidarci dentro altri? È questo, oltre alla musica che non serve, che le imputo. Il passo falso è più grande del previsto perché va in una direzione che si allontana sempre di più da me e dalla poetica della Björk pure futuristica che abbiamo sempre conosciuto. Tutto questo non tiene conto, per di più, del fatto che della scena elettronica contemporanea e di tutto quello che si muove oggi Björk non sa che farsene. Una volta era un complimento per lei, che sapeva arrangiarsi e trovarsi. Oggi, che l’ispirazione è scomparsa, è un avvertimento.

commento di Manuel Uberti

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Björk (2011) Biophilia

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2012 • biophilia

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Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo