A Sunny Day in Glasgow • Sea When Absent (2014)

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A Sunny Day in Glasgow (2014) Sea When Absent

È possibile costruire musica supremamente immediata attraverso la più folta stratificazione sonora? I Sunny Day in Glasgow propongono la propria risposta, affermativa oggi più che mai, con la ottima prova di questo quarto album. Melodie ora vellutate ora sconsideratamente accattivanti, un cantato (sempre almeno a doppia voce) dalla varietà disarmante e al contempo di una naturalezza freschissima, ritmiche pop trascinanti come non mai, muri (o mari) di suono dalle stratificazioni innumerevoli e imprevedibili, che coinvolgono tutto: chitarre elettriche ed acustiche, linee vocali talvolta sussurrate, tastiere a non finire, e il tutto insaporito da una esotica selva di effettistica e giochi di delay. Sì, è uno di quegli album che rivela qualcosa di nuovo, sempre, costantemente, ad ogni ascolto.
Tutto comincia a ritmi altissimi, ironicamente, proprio dall’addio. “Bye Bye, Big Ocean (The End)” colpisce con la sua irruenza di scuola shoegaze, per acquietarsi a metà in una sezione minimale affidata solo a voce, percussioni e basso; ma poi riparte, e ancora si riaffievolisce, scivolando in “In Love With Useless”, secondo pezzo dalle sonorità ancora shoegaze, ma già più marcatamente pop. Siamo al limite del coinvolgimento e della sorpresa, quando “Crushin” viene in nostro soccorso. Al secondo 0:31 tutta la tensione si allenta salvificamente, quando la incredibile voce di Jen Goma ti porta via, “Hey, come on back to me, See it in your heart, See it in your head, Come on back to me…” e subito si stringe in un duetto di voci sovrapposte con l’altrettanto talentuosa Annie Fredrickson. Ne risulta un pezzo di intensa mellifluità, ma non privo delle dovute impennate sonore e di una serie di puntuali variazioni, pensatissime e tutte al momento giusto.
Arrivati a questo punto, anche l’ascoltatore più inesperto inizia a capire che la musica dei Sunny Day in Glasgow è sempre un imprevedibile susseguirsi di variazioni, nuove melodie che si insinuano le une sulle altre, voci che si sovrappongono, si rincorrono, si rispondono l’un l’altra, e così via. Anche in questo album (che in fin dei conti è il meno frammentario di tutti) la band di Philadelphia mantiene invariata la sua intelligentissima attitudine di metamorfismo e edificazione progressiva della canzone: come un ponte che si costruisce mano a mano su se stesso, restando sempre praticabile – ma fatto di pezzi tutti diversi, e posti nell’ordine più inaspettato.
L’album continua, le due meravigliose voci femminili ci trascinano attraverso questo giorno di sole tremendamente nostalgico e mieloso, ma mai stancante, mai ripetitivo o scontato, e nemmeno eccessivamente zuccheroso: tutto l’album trasuda, fin dal nome (absent) quella malinconia deliziosa che è il nettare di ogni amore infranto – o mai nato – o vero. Non è un caso che appena dopo il giro di boa di metà percorso troviamo due pezzi dall’atmosfera più afflitta, “Boys Turn Into Girls (Initiation Rites)” e “Never Nothing (It’s Alright [It’s Ok])”. Certo, se quando sta “male” il chitarrista e songwriter Ben Daniels produce questo, non c’è alcun pericolo. “Double Dutch” , a seguire, da una voce reale a questa ambigua angoscia espressa con gli strumenti della spensieratezza: negli ultimi 20 secondi del brano sentiamo, effettivamente, un pianto, ma che suona a tratti come una risata. E si tratta proprio della cantante Jen Goma, nel pieno di una crisi avvenuta durante le registrazioni e dovuta ad una influenza. È stato il produttore Jeff Zeigler a registrare i suoi attacchi di tosse, per poi mixarli con una sua risata, dando questo significativo e ambiguo risultato. Da qui in poi si dispiegano gli ultimi pezzi, più distesi, confortevoli e forse un po’ meno memorabili, ma lontani anni luce dal non essere piacevoli. La struttura complessiva dell’album suggerisce quindi, pur nelle continue variazioni interne, un calando graduale, pacificante, tanto nella potenza sonora quanto nella volontà di catturare l’ascoltatore, perché ricordi ogni pezzo e torni a cercare proprio quello. È questa tendenza discendente l’unico vero difetto di un album quasi impeccabile, e con punte di memorabile altezza.
Per gli attenti seguaci (bisogna dire che sono pochi) degli ASDIG, questo risulterà certamente l’album piùcatchy e immediato del gruppo. Gli esordi suggerivano una vena più ambient, specialmente nella semplicità delle ritmiche (spesso elettroniche) e nella volontà di mantenere le melodie imbrigliate in un defluire costante di suono. Ora, come il prequel Autumn, Again (2010) presagiva, le eccelse qualità vocali delle due cantanti si separano nettamente dall’architettura sonora, per poi rifondervisi e perdersi, ma sempre pronte a riemergere e condurre l’ascoltatore per mano. Altro notevole valore aggiunto è il nuovo ed efficace impiego di chitarre più propriamente shoegaze (à la MBV, per intenderci). L’album, rispetto alle prove precedenti, conquista una efficace coesione pop, a tratti rock, il che è sorprendente innanzitutto per il modo in cui è nato: i sei membri hanno lavorato a distanza, chi nella sede “centrale” di Philadelphia, chi in Australia, chi a Brooklyn, e comunicando per lo più online, scambiandosi registrazioni ed idee, in maniera necessariamente incostante e frammentaria. Ma di scomposizione i Sunny Day in Glasgow se ne erano già nutriti, e proficuamente, soprattutto agli esordi, nei pur apprezzabilissimi Scribble Mural Comic Journal (2007) e Ashes Grammar (2009). La loro musica era (ed è) sempre rimasta quasi sconosciuta, proprio a causa della sua innata complessità, narratività e voluta distanza dalla forma-canzone. Ma ora c’è ben altra carne al fuoco: questo è un album che gira tutto quanto dal primo ascolto, e con una leggerezza tonificante. Una mossa azzeccata, che è stata certamente dettata anche dalla grande attenzione che gli ultimi anni (e reunion) stanno portando verso un genere che era stato lungamente dimenticato. Non è un caso che proprio ora escano album come quelli di Nothing o di No Joy. I Sunny Day in Glasgow hanno vissuto nell’anonimato anche troppo a lungo nonostante la grande qualità della loro musica, di non facile fruibilità a discapito della melodicità quasi soverchiante che da sempre l’ha caratterizzata. Ora, con questo nuovo disco, bello ed estremamente accattivante, hanno l’opportunità di conquistare davvero il grande e nascente pubblico: lo spostamento verso un pop di respiro a tratti più shoegaze e rock arriva al momento giusto, e mantenendo, vale la pena di ripeterlo, tutta la ricchezza e l’attenzione per il suono che conferiscono ai Sunny Day in Glasgow la degna qualifica di artefici e innovatori del filone dream contemporaneo.

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A Sunny Day in Glasgow (2014) Sea When Absent

A Sunny Day in Glasgow

Sea When Absent

2014 • dream gaze pop

83
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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo