Liars • Mess (2014)

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Liars (2014) Mess

Osservando l’evoluzione dei Liars dagli esordi ad oggi, è possibile assumere i sette dischi della band come evidenze di singole mutazioni puntiformi, genetiche. Proseguendo con la metafora darwiniana, sarà il tempo a stabilire se questi mutamenti hanno conferito un vantaggio alla band, e quindi a condurli verso nuovi sviluppi stilistici, o se invece affronteranno in futuro un ramo sterile del variegato albero della musica del nuovo millennio.

Partendo dagli embrioni dance punk degli esordi newyorkesi, i Liars hanno abituato i propri seguaci a numerosi cambi repentini, nello stile, nella poetica, nell’immaginario, talmente netti che ad ogni primo ascolto di un nuovo lavoro dei Liars ci si trova a porsi la classica domanda: “Ma ho messo play al disco giusto?”.
Provare per credere: è facile perdersi durante le forsennate battute di caccia alle streghe nelle foreste del New Jersey, seguendo le percussive gesta teatrali di Drum il berlinese, ballando ritmiche punk infernali ispirate dal ritorno alla natìa Los Angeles, per lasciarsi trascinare dagli ultimi lavori che ammiccano fortemente alle pieghe dei Radiohead di Kid A e alla IDM britannica in generale. Un’altalena disorientante, quasi schizofrenica. Ecco, quest’ultimo è forse il termine che incarna meglio l’essenza dei Liars.

Potremmo infatti registrarli fra le band che, parafrasando il profeta dei nostri tempi James Murphy, “have sold their guitar and bought turntables”. Perché se ascoltiamo bene l’ultimo lavoro, Mess, di chitarre manco la puzza, sulla scia del precedente WIXIW, dove l’influenza di Yorke e soci si sentiva in maniera energica, quasi ingombrante. Tracce pratiche di smanettamento con le manopole dei synth si trovano in ogni lavoro, ma dal 2012 le macchine e i computer sono diventati i protagonisti prepotenti della produzione musicale del trio.

Mess inizia con Mask Maker, dotata di un bel beat prepotente in cassa dritta. Quasi come se i Suicide incontrassero i Soulwax in una darkroom della Berlino anni ’80. Una voce gutturale scandisce imperativi sessuali (“Take my pants off…”) mentre Angus Andrew si trasforma in un vocalist evocativo, allucinante e il malato. La prima parte del disco non lascia speranze a chi sperava un ritorno agli strumenti analogici. La batteria è soppiantata praticamente in toto dalla drum machine. Le prime quattro tracce sono un unicuum legato da uno spesso filo di cassa in 4/4, armonie in tonalità minore e falsetti deliranti. A spezzare il ritmo e a calmare le acque arriva “Can’t Hear Well”, che introduce la seconda parte di un LP che ha in “Mess on a Mission” il suo manifesto. “Facts are facts and fiction’s fiction”: urlate e ripetute, lasciano intendere chiaramente lo scenario evocato dai testi del disco, visionari come al solito, efficaci nel trasmettere la volontà di ritorno ad una realtà, seppur marcia e piena di ansie, e delle soluzioni per evaderla e sconfiggerla. Le ritmiche asfissianti allentano il tiro e ci si avventura per territori tecnicamente ed armonicamente più complessi, più familiari agli amanti dei vecchi lavori, che però non colpiscono per chiarezza di intenti e originalità. Si avvertono cali di tensione che tradiscono, forse, una mancanza di padronanza del mezzo sintetico. La chitarra risulta non pervenuta, ad esclusione del bel brano conclusivo (uno degli highlight del disco), “Left Speaker Blown”, dove compare in maniera distorta e droneggiante a fare da sottofondo alla dichiarazione di resa di un Andrew sfinito e svuotato (“I gave up captured without force, freely.”). Se l’obiettivo era portare tutti in mezzo a un casino uditivo, mentale e emotivo (Mess, per l’appunto), ancora una volta il trio ha colpito nel centro del bersaglio: che vi piaccia o no, è esattamente ciò che rimane alla fine dell’ascolto. Un bel casino.

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Liars (2014) Mess

Liars

Mess

2014 • techno dance punk

72
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo