Trust • Joyland (2014)

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Trust (2014) Joyland

Morbide luci sfuocate nel trailer di Joyland, come se fossero le uniche memorie di una notte emotivamente provante, di melodie colorate e di caotiche (Male)bolge. Con il ricordo del disco precedente ancora vivo in chi aveva trovato la chiave giusta per apprezzarlo, il nuovo lavoro a primo impatto sembra perdere il confronto con TRST; tale impressione viene alimentata da un certo senso di oppressione generato dal serrato muro elettronico su cui vengono spesso adagiati degli stupidi, apparentemente fuori luogo, falsetti. In realtà è tutto il contrario. Nonostante la metà femminile del progetto sia tornata ad occuparsi degli Austra, si sente tutta la raggiunta libertà (e maturità) compositiva cui accenna Robert Alfons nelle interviste.

Le infernali suggestioni di “Geryon” fanno la guardia a un disco tutt’altro che nero come le pece, anzi, molto più listener friendly di quanto possa sembrare. Non sarà per tutti i palati, questo sì, come del resto non lo erano TRST o (III) dei Crystal Castles, tanto per restare all’interno dello stesso ambito. Pur essendo un disco electropop il cui target rientra nel popolo indie, non cerca di piacere per forza a chi, nel 2014, sta ritrovando valide ragioni per dedicarsi all’ascolto di musica rock, tantomeno a chi conosce in maniera approfondita tutte le sfaccettature della musica elettronica. Le canzoni di Trust sono sempre istinto e visceralità, proseguono per la loro strada senza farsi troppi problemi, attingono a piene mani dal mondo rave ma stavolta mettono certe caratteristiche sonore al servizio di un approccio dream/synth pop meglio definito che in passato. È scientificamente provato che se “Capitol” e “Barely” fossero state partorite dalla mente di Anthony Gonzalez (M83), le persone si sarebbero strappate i capelli con più significativo vigore, ma andando al di là di ogni termine di paragone, il disco presenta un’ottima solidità dall’inizio alla fine, nella sua varietà di umori e differenti declinazioni del verbo electro e nella sua – perché no? – profondità. Non è certo per pigrizia o mancanza di materia prima se viene difficile inquadrare la canzone top, ad ascoltarlo con curiosità e attenzione si potrebbe rispondere ogni volta in maniera diversa alla stessa domanda; in dipendenza dal proprio livello di spensieratezza, malinconico rimuginare sulle proprie scelte o aggressività, c’è il pezzo più adatto. Anzi, è proprio questo che dovrebbe renderlo più umano e vicino alle cose di tutti i giorni, altro che inavvicinabile mostro da Inferno dantesco. Sognante, sì, ma anche molto concreto, quietante, catartico ed empatico. A patto di lasciargli carta bianca.

Joyland riprende un filo logico che nel 2013 si era probabilmente spezzato, ridestando interesse per la scena indipendente canadese ad alto contenuto electro, nell’attesa, magari, di una mossa da parte dei Purity Ring. Proporzionalmente al livello di gradimento della scena, c’è da innamorarsene. Inoltre non sarà il top dell’estetica, ma la copertina stavolta è per lo meno guardabile. Da apprezzare anche questo sforzo.

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Trust (2014) Joyland

Trust

Joyland

2014 • joyful wyvern

83
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo