Son Lux • Lanterns (2013)

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Non c’è modo migliore che partire in carrellata, tra citazioni, biografia, contributors vocali e strumentali, per svilire l’eclissi musicale del 2013. Dietro questo effetto ottico c’è il nome di un musicista sconosciuto ai più, terrestre eppure marziano nel guardare il pianeta musicale pop-gender, di nome Ryan Lott. Dalla sua prospettiva, è come se l’evocazione e l’ispirazione della fronda trip hop avesse radici estreme nel suono afroamericano trapiantato in America (più soul che blues, ma anche in lontananza parecchi cucchiai di gospel). È un punto di partenza dal quale non si può trascendere nel lasciarsi guidare, e incantare, da questo Lanterns, luci soffuse su beats da urlo delle Valchirie, un po’ Son che si nasconde dietro a Lux e un po’ viceversa. Perché i capitoli di questa saga che a livello intimo partono dalla fredda e dimenticata Denver per arrivare all’universale New York (produzione però in quel di Chicago) sono stati scritti dalle esperienze maturate in precedenza dall’artista: una famiglia di pianisti, l’amore giovanile per l’hip hop, il talento armonico, I mille viaggi da adolescente prima e da adulto poi. Vagonate di vinili. Distruzione del vintage digitale (della formula Moby, per fare un nome). Esaltazione della modernità (con formula onnicomprensiva, ascoltare la tribale “No Crimes” e farsene un’idea, grazie). Con alle spalle quella strampalata ma fruttuosa collaborazione con Sufjan Stevens e Serengeti.
Fin qui c’è molto di oggettivo, ma vorrei aprire e chiudere anche una parentesi personale. Mi sono preso più tempo anche delle mie peggiori stime per recensire questo lavoro, perché queste lanterne si muovono ora per ora e lo fanno per almeno 15/20 ascolti. Non accade così frequentemente, ve lo posso garantire: il tempo porta consiglio e per evitare gaffe (del tipo: esordio dell’anno – quasi quasi ci cascavo) o finir per raccontare panzane (della serie: la produzione raffinata e minuziosa eleva un album di contenuti ibridi senza chiari punti di riferimento). E di quel movimento di cui sopra mi sono in parte invaghito, accrescendo di 2 punti a settimana il giudizio negli ultimi 15 giorni. Lo merita, vi merita, assecondate gli spostamenti come da etimologia (eclissi = moto a luogo + nascondersi). Andate, e nascondetevi nel vostro meandro preferito con questo LP di gusto e scrittura due spanne sopra la media. A me è toccato lo studio di casa. Non è un rituale, è ormai una dolce abitudine.
Chiusa la parentesi, si torna nello spazio in compagnia del tenebroso Ryan. O per lo meno questo è ciò che lascia intendere. Si nasconde dietro un nome d’arte, fa incetta di artisti e strumentisti senza eguali che si fanno la guerra pur di esserci (immaginate I Soulsavers al contrario, che per assenza di materia prima hanno dovuto concedersi al Diavolo, alle volontà altrui, come accaduto con Lanegan prima e Gahan dopo in una discesa verso gli inferi quasi senza eguali), produce, suona e mescola senza freni. Ne esce, in sintesi, un album di nu-world music (r’n’b quanto basta, ma algido al punto da far pensare a una nemesi teatrale dei luoghi comuni più tipicamente black).
Chiudiamo anticipando la sentenza e scendendo nei particolari: da top dell’anno, senza etichetta di genere. “Enough of Our Machines” è l’ottava di dieci, parte dagli Elbow e da un’Albione paralizzata per finire su un transatlantico. Si fluttua. Un discorso per naviganti che prosegue con “Plan the Escape”, ovvero la canzone che Peter Gabriel non sa più scrivere una volta dimenticato il concetto di ballata (che bella era “Games Without Frontiers”??). Ma anche qui è l’americanesimo, oltre all’anagrafe, a segnare il solco. In chiusura poi “Lanterns Lit”, capolavoro in meno di tre minuti, ipotetica colonna sonora per “Il nome della rosa” qualora ne fosse prodotto un remake in chiave Terzo Millennio.
Era d’obbligo lasciare per ultimo la quaterna iniziale. STRE-PI-TO-SA. Irrorata subito dal cantico che intona pseudo-flauti e banjo-mandolini mai sopra le righe (Bristol revenge!) di “Alternate World”. Spinta ancora più avanti, a livelli da inchino, da “Lost It To Trying” che qualcuno da queste parti (non per forza il sottoscritto) può arrivare anche a premiare come song-of-the-year. Epica e suadente, incalzante, stilosa. Che altro dire. La terza è “Ransom”, dalle cadenze scandite, Star Trek e Braveheart insieme, raffinatissima e downtempo. Infine la batosta all’indirizzo del Mercury Prize, James Blake: “Easy” è l’anello mancante tra l’acclamato ultimo disco e la bocca dello stomaco. Con quel trombone un po’ così, con quel two-step che fa fine e non impegna. Nel complesso, un misero punto in più rispetto a Overgrown. Giusto così. E forse è fin troppo poco. Un’altra settimana ancora e magari ci sarebbe da riscrivere tutto alzando ancora l’asticella…

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Son Lux (2013) Lanterns

Son Lux

Lanterns

2013 • art'n'b

84
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo