Craft Spells • Idle Labor (2011)

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La Captured Tracks sta diventando un vero e proprio punto di riferimento nell’ambiente indipendente, soprattutto quando si tratta di pop e wave dall’anima vintage: Wild Nothing, Blank Dogs, Dum Dum Girls, Soft Moon, Minks, Beach Fossils… queste le principali proposte dell’etichetta newyorkese. E ci sono anche i Craft Spells di Seattle, il gruppo attraverso cui Justin Paul Vallesteros può dar sfogo alle proprie nostalgie da cameretta. L’artwork di copertina di Idle Labor, e forse non è un caso, rimanda a quelli di Power, Corruption & Lies dei New Order e di The Girl Who Runs the Beat Hotel dei Biff Bang Pow! (ricordiamo, il gruppo del boss della fondamentale Creation Records), e con le sue tinte tenui bene introduce il contenuto musicale vero e proprio. Ormai di canzoni sul genere di “Scandinavian Crush” o “The Fog Rose High” se ne sentono in ogni angolo, il che sollecita un paio di riflessioni; quest’attitudine low profile, col gruppo che sembra suonare all’interno di una bolla noncurante del mondo lì fuori e di te che stai ascoltando la sua musica, è sì il punto caratterizzante di questo tipo di atmosfere, ma rende anche meno immediato il processo di assimilazione: non è ben chiaro fino a che punto tutto ciò possa essere godibile, non si può prevedere se e quando anche l’ascoltatore più benevolo inizierà a non poterne più, né si capisce bene, sulle prime, quanto conti il mood complessivo rispetto alla bontà delle singole canzoni. Tuttavia, meglio una “After the Moment” che il solito cantautore revival folk.
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Craft Spells (2011) Idle Labor

Craft Spells

Idle Labor

2011 • captured pop

73
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo