Jamie Woon • Mirrorwriting (2011)

Qualche mese fa il singolo “Night Air”, co-prodotto da Burial e remixato da Ramadanman, aveva creato una certa atmosfera d’attesa per l’uscita del debut album di Jamie Woon. Jamie è un ventisettenne britannico di madre scozzese e padre malese che ha fatto la sua comparsa ufficiale tra il 2007 e il 2008 reinterpretando il classico “Wayfaring Stranger”, poi remixato dallo stesso Burial. E allora eccolo, Mirrorwriting, un disco che non si rivolge certo allo zoccolo duro, puro e alternativo del rock, ma che potrebbe piacere molto soprattutto a chi è stato attento alle evoluzioni del dubstep ed è riuscito a cogliere la grandezza di album come House of Balloons, ma anche semplicemente a chi è in grado di apprezzare delle canzoni pop di ottima fattura. Eppure dovrebbe essere semplice da intuire, una sagoma di cartone belloccia e preconfezionata non avrebbe speso anni per la realizzazione del proprio disco d’esordio e non sarebbe riuscito a trovare un equilibrio tra gli elementi r&b, il synth pop dei Depeche Mode (quelli buoni e stagionati), una certa conoscenza delle mappe ubriache dell’elettronica inglese e un’anima folk, che Jamie ha ereditato dalla madre.Da “Street” a “Shoulda”, da “Spirits” a “Middle”, Jamie sfoggia un innato talento da songwriter pop/r&b, non scrive al contrario bensì fa il possibile per farsi capire benissimo, snocciola versi secondo melodie facilmente memorizzabili e nel frattempo cura con destrezza i beat profondi e consistenti, quasi fisici, che reggono tutte le canzoni di Mirrorwriting, e opta per abbellimenti sintetici mutuati un po’ dagli anni ’80, un po’ dalla Londra del 2011. Certi ritmi dolci, come in “Spiral”, suonano alla perfezione nella membrana stilistica fragile (ma tenuta con polso fermo) dell’intero album, proprio mentre alle foci della traccia si affaccia “TMRW”  che, con il suo portamento black, non fa altro che passeggiare sul vinile come una campionessa di sensualità. La coda dell’album, poi, sposa la rarefazione di una “Gravity” con le aperture acustiche da ballad di “Waterfront”, in una sintesi azzeccata di tutte le influenze musicali commestibili al giorno d’oggi.

La connessione sotterranea col dubstep e la voglia di soul e black music rimandano alla proposta di James Blake; i risultati sono diversi ma lo sfondo è simile, la tentazione di montare dei paralleli è troppo forte e lui, nelle interviste, si dichiara ben contento di essere paragonato al suo brillante e più giovane collega. Se la mossa di Woon può essere interpretata come una furbata orecchiabile con un bacino di utenza potenzialmente molto ampio, allora quella di Blake era una furbata indie atta a conquistare i cuori già sciolti da Bon Iver. Ricordiamoci anche che il mondo indie, grazie alla Rete e alla contagiosa esuberanza del suo pubblico, oggi non è più poi così di nicchia, e accusare talenti emergenti di essere commerciali inizia a diventare addirittura paradossale. Ognuno sa bene che linguaggio utilizzare con le persone che vuole raggiungere, e bisogna riconoscere i giusti meriti a tutti: James e Jamie possono convivere pacificamente, l’uno con i suoi ritmi rotti e la sua ricerca sonora destrutturante, l’altro forte di una maggiore consapevolezza soul (Blake continua a sembrare un po’ forzato e fuori fuoco sotto questo punto di vista) e più interessato a mostrare un gusto pop e un senso melodico che, non dimentichiamocelo mai, sono parte integrante del concetto di canzone, quindi anche di tutta la musica di cui amiamo parlare.

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Jamie Woon (2011) Mirrorwriting

Jamie Woon

Mirrorwriting

2011 • electrosoul spirals

84
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo