The Knife • Shaking the Habitual (2013)

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The Knife (2013) Shaking the Habitual

Ecco tornati i Knife, il duo svedese che con il nuovo Shaking the Habitual cerca di continuare la carriera piena di successi intrapresa agli inizi degli anni 2000 grazie ad una riproposta interessante delle proprie coordinate stilistiche più efficaci etc. etc.
No, niente di tutto ciò. I Knife sono sì tornati, ma con una proposta artistica ben differente rispetto alla precedente, decisamente più radicale e, parola diventata bestemmia negli ultimi tempi, ricolma di forza politica.
Se da una parte, nella madrepatria Svezia, l’album ha già creato due schieramenti contrapposti, in un bipolarismo tra l’approvazione dei quotidiani di cultura medio-alta (arrivati a ribattezzare il duo i Marx & Engels della popmusik) e il disgusto manifesto dei tabloid di bassissimo profilo, d’altra parte è importante dire fin da subito che questo disco rappresenta sicuramente un momento di svolta nella carriera dei Dreijer: se non l’apice in termini di tensione compositiva, sicuramente la scommessa più grande. Con un gesto che ha il sapore della rivoluzione, i due sembrano lasciarsi alle spalle il marchio del proprio sound, una sorta di formula del successo, per intraprendere una navigazione più difficile, lontana da quegli approdi sicuri che chiamiamo generi, aspettative, identità. È facile credere, infatti, che i pensieri politico-sociali così radicali e di rivolta di Olof e Karin debbano aver fatto cogliere ad entrambi una specie di rischio di soffocamento entro coordinate espressive costringenti e limitanti, quasi come se il successo seguito a Silent Shout si proponesse davvero come un argine alla carica politica e sovversiva che entrambi hanno da sempre cercato di imprimere al proprio fare artistico. L’attenzione ai temi del femminismo, del razzismo e delle disuguaglianze in generale hanno senza dubbio spinto il suono dei Knife ad una frattura con quel contratto non scritto tra successo e asservimento, guidando la ricerca sonora oltre i confini auditivi che si è soliti frequentare nei territori dell’ascolto sì indie e di ricerca, ma comunque pop. In Shaking the Habitual si susseguono suoni e idee, visioni e influenze che non sono facilmente riconducibili, ovvero riducibili, ad una qualche geologia rinsecchita; al contrario, ogni traccia è già di per sé non solo una traccia, ma anche una idea di mondo realizzata nella sintassi della musica.
Le scosse dell’esperimento tellurico dei Knife, spezzature e crepe scientificamente indotte con gli strumenti più avanzati, spalancano spazi sbrecciati dove diventa possibile una nuova rifondazione delle forme sociali, nell’infrazione continua del genere come barriera e limite, sia in musica che in natura.
In un mosaico handicappato di utopie acustiche (grande inspirazione arriva non a caso dalla scrittrice distopica Margaret Atwood), l’anormalità è portata a paradigma dell’unica libertà possibile, che è quella della diversità, della differenza: quasi in contrasto con lo schema del welfare scandinavo, e svedese in particolare, il duo cerca di scardinare sistemi, strutture e norme che omologano e negano in chiave repressiva-neutralizzatrice la libera unicità dell’essere umano.
In una contemporaneità espressiva molto spesso schiava della qualità sonora (qualità HD, file a 320kb etc.) e del genere, le tredici lunghe tracce dell’album, per un totale di più di un’ora e mezza di durata, sono corpi “deboli”, non schiavi di un’identità dura, capaci di raggiungere una forza comunicativa unica grazie alla loro vaghezza, al loro essere orizzonti più che individui sistemati e schedati, pronti all’uso e al consumo.
La risoluzione è a pixel davvero grandi, duri e spigolosi, con la musica che passa dall’elettronica al tribalismo passando per l’orgia di silenzio e ambient di “Old Dreams Waiting to Be Realized”.
Molte le tracce-simbolo dell’album, ad esempio il singolo “Full of Fire”, dura e non potabile come la proposta politico-sociale del duo, al limite tra il dionisiaco e il mal di testa; molte, anche, le tracce-unicum, come “Stay Out Here”, grumo melodico dell’album, caramella colorata dentro la colata di sperimentalismo spesso più che aspro.

Shaking the Habitual è un album musicale quanto Twin Peaks è una serie TV, ovvero un cortocircuito tra forme, filosofie e linguaggi che abbaglia e affascina, genera amore e nausea, ma non può lasciare indifferenti.

Il manifesto sputato dai Knife a ridosso dell’uscita dell’album può aiutare o può confondere l’ascolto, ma è un caleidoscopio attraverso il quale è forse giusto guardare la loro musica, noi stessi.

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The Knife (2013) Shaking the Habitual

The Knife

Shaking the Habitual

2013 • keep it lateral

88
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo