My Bloody Valentine • MBV (2013)

E il verbo si fece carne. È accaduto nella notte, e finché non l’abbiamo visto e ascoltato, non ci abbiam voluto credere. Ce lo hanno finalmente donato, dopo numerosi rinvii, false date di pubblicazione, e anche qualche presa in giro, come la più recente, lo scorso 21-12-2012, quando la band ha annunciato l’avvenuto mastering dell’infinitamente atteso seguito di Loveless.

Se lo possono permettere e perciò ce lo vendono nelle modalità di In Rainbows dei Radiohead, ma allo stesso tempo regalandoci lo streaming su YouTube, senza il filtro della Creation e della stampa specializzata cui è stata negata l’anteprima. È il pubblico più attento e fedele a goderselo nelle prime ore, tra un tweet e un commento a caldo su forum e Facebook. La critica musicale, le interviste, il carrozzone dell’industria discografia semmai vengono dopo. Adesso, dopo tanto silenzio, parla la musica.

Non si può non essere emozionati in una giornata del genere, quindi risulta difficile scindere la gioia di chi come noi li ha amati dall’esercizio di critica. Appare chiaro sin dalle prime note che MBV – così si chiama il nuovo LP – non può rovinargli il nome: Bilinda (Ave a Te o Santa), Kevin Jesus Shields e gli altri spiriti santi sembrano e sono sicuramente vivi (no perché c’era chi ne ha anche dubitato ad un certo punto, prima che si riunissero per qualche concerto in giro per il mondo nel 2008). Negli ultimi anni, con la riscoperta globale di Loveless e di altri capisaldi rumorosi dello stesso periodo (pensiamo a Nowhere dei Ride o a The Comforts of Madness dei Pale Saints) sono venuti fuori tantissimi gruppi che a loro si sono ispirati nel suono e nella poetica di fondo. Eppure i My Bloody Valentine continuano a giocare un campionato a parte. Tra tutta la roba shoegaze/noise/dream, proprio non si trova un album davvero simile a questo, che forse più che un capolavoro è la conferma che loro non si possono proprio imitare.

MBV ribadisce che non ce n’è per nessuno, se mai vi fosse stato il dubbio, ma anche che Loveless è stato un punto d’arrivo così avanti rispetto all’epoca che ancora oggi non si riesce a superare o integrare: è un’opera che è andata anche oltre il suo autore e che ormai si può dire abbia un’anima a sé stante. Il cento centesimi per eccellenza. Detto questo, sarebbe da sciocchi non godersi questi nuovi trequarti d’ora di musica che risultano comunque pazzeschi, clamorosi, potentissimi. Chiaramente Shields non ha impiegato 22 anni per scrivere questo disco, sebbene sia stato un work in progress sin dalla seconda metà degli anni Novanta. Aspetteremo di leggere i crediti e semmai ci torneremo sopra, ma la prima sensazione è quella di un lavoro dedicato a chi solo negli ultimi anni ha scoperto il valore assoluto dei My Bloody Valentine, ed è pronto per volerne ancora. Non si sono mai ufficialmente sciolti e quindi non si può parlare di reunion, ma per essere arrivato dopo così tanti anni dal suo predecessore e a 50 anni suonati per i protagonisti in parola, MBV ti costringe dopo pochi secondi ad asciugarti le lacrime dagli occhi.

Se la prima parte rilancia da dove si erano fermati, le ultime tre tracce sembrano quasi staccate dal resto. Fino a “New You” – potenziale singolo! – si possono sfruttare le stesse identiche parole usate per descrivere le canzoni di Loveless. Sembra un esercizio di stile in cui si palesa un atto di forza: i My Bloody Valentine non sono una band, sono un genere. Poi arrivano le novità più concrete, guidate da percussioni via via sempre più violente e loud, come nel groove industriale di “Nothing Is” che rischia seriamente di metterti sotto e spalmarti sull’asfalto. Spietata anche la conclusiva e frullatissima “Wonder 2”, in cui lo shoegaze si fa definitivamente 2.0, e lascia fantasticare di chissà quali possibili nuovi sviluppi (nel 2035 in caso). Il resto, l’inizio, le melodie eteree di Bilinda, l’inno fatto di feedback di “In Another Way”, i graffi e i riverberi di “Only Tomorrow” e “Who Sees You”, sono già nel nostro cuore e parte del nostro percorso.

Cercavamo la bellezza nella dissonanza… noi ce lo siamo proprio meritato questo disco.

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My Bloody Valentine (2013) MBV

My Bloody Valentine

MBV

2013 • finding beauty in the dissonance

89
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo