Katatonia • Night Is the New Day (2009)

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Avrei potuto benissimo liquidare Night Is the New Day in poche righe, sintetizzando il giudizio in un semplice “per chi non ne ha ancora avuto abbastanza”, ma non l’ho fatto. Innanzitutto non sarei stato onesto, visto che si tratta di un gruppo che in passato, per diversi motivi, ho apprezzato (perdonerete l’utilizzo della prima persona, di solito ne faccio a meno); inoltre, ho voluto cogliere l’occasione per affrontare un paio di questioni ben più importanti, che vanno oltre lo stesso disco che le ha poste e potrebbero portare qualcuno a riflettere in modo costruttivo, visto che lo scopo del presente articolo non è irritare il lettore a cui è piaciuto l’album. Proprio per questo spero che la critica venga presa per il verso giusto: se avete intenzione di starvene chiusi a riccio a protezione delle vostre convinzioni, siccome si tratta di un lavoro che riceverà sicuramente bellissime parole dal pubblico metal, troverete sicuramente tante recensioni piene di elogi sperticati che incenseranno il nuovo disco dei Katatonia come desiderate nella profondità più intima dei vostri sogni. Ecco, di sicuro non questa, quindi se non avete voglia di affrontare un’analisi che provi a guardare le cose da un’altra prospettiva, non proseguite nella lettura e rivolgetevi a quelle.
Prima, però, focalizziamoci sulla musica. Le varie “Forsaker”, “Liberation”, “Nephilim”, “New Night”, sono le solite canzoni che sanno di Katatonia, con i soliti espedienti e i soliti suoni ormai da loro abusatissimi. E’ vero, nel complesso una certa evoluzione c’è stata e non lo si può affatto negare, resta un fatto che potremmo catalogare come un restare fedeli al proprio stile e via (lo fanno giustamente in tanti), ma vediamo se questi cambiamenti sono stati costruttivi o meno. Il piglio delle canzoni della prima metà del disco li porta ad essere accomunati ad una specie di cover band degli (e per cortesia non sgranate gli occhi) Opeth, priva di forze e stanca di vivere; alcuni passaggi sono addirittura sfacciati in questo senso (per gli scettici, potremmo anche decidere di farne, su richiesta, una lista con minutaggi di riferimento). Loro si sono quindi rifatti un po’ agli Opeth e gli Opeth si erano rifatti un po’ ai Dream Theater, quindi esiste il rischio che i Dream Theater facciano un disco à la Katatonia, chiudendo così il cerchio e con esso il Lungo Computo del calendario Maya, trasportandoci in una nuova era in cui, auspicabilmente, certa gente non avverta più l’impellente bisogno di suonare. Mettendo da parte tali visioni apocalittiche, in “The Longest Year” spunta un sintetizzatore, in modo più evidente rispetto ad altri episodi, che però non è affatto garanzia di innovazione come qualcuno vorrebbe far credere (come se non fosse un’idea venuta a chiunque negli ultimi 40 anni circa). In generale non è neanche sufficiente inserire aperture melodiche in un contesto di matrice metal per poter dire di aver composto qualcosa di grande e trasudante cristallina bellezza, e di conseguenza l’entusiasmo di Mikael Åkerfeldt non può essere garanzia di grande qualità, visto che vive di questo e certamente non avrebbe mai affermato il contrario. Non si registrano pezzi tragicamente scandalosi (e “Departer” finisce tra le meglio riuscite, per cui citiamola), ma non si può però fare a meno di pensare che Viva Emptiness e The Great Cold Distance, nonostante l’umore sia sempre stato lo stesso sin dai tempi di Brave Murder Day, non erano così sonnolenti e privi di energia, cioè come diventa Night Is the New Day superata “Liberation”. Proponendo al pubblico lo stesso identico umore da anni e anni, rilassare i ritmi forse non è esattamente una buona mossa, perché può essere facilmente controproducente, ostacolando molto l’ascolto integrale. Certo, un rischio, ma non c’erano dubbi sul fatto che sarebbero stati in ogni caso seguiti in queste loro scelte, tranne forse che dai cuori metallici più duri e puri.
Parliamoci chiaro: Night Is the New Day non è un brutto disco per chi vive di musica del genere, e dopo qualche ascolto quella fastidiosissima sensazione inizia a svanire, o semmai resta il male minore. Si può tranquillamente affermare che i Katatonia abbiano sufficientemente raggiunto il loro solito obiettivo, ma bisognerebbe iniziare a prendere in considerazione l’idea che, forse, non basta.
Il primo punto cui accennavo è proprio questo: è qui il vero immobilismo, è questo il vero limite di tutta la musica che segue questo stesso approccio. Non si schioderà mai da lì, rimarrà a crogiolarsi per sempre nelle stesse sensazioni, ripetute all’infinito nelle sue leggere varianti, che col tempo diventano gradualmente ed inevitabilmente sempre meno credibili, sempre più costruite, sempre più una posa invece che reale necessità di espressione. I Katatonia devono per forza mantenere il loro status di swedish masters of melancholy (cit.), di conseguenza in loro non esiste alcuna voglia di tentare la fuga da questa pesantissima bolla di tristezza e da questo pietoso stato di abbandono e senso di scoramento. Cosa avrebbero dovuto fare allora? Beh, il problema non è esattamente questo. O meglio, piuttosto che loro, probabilmente riguarda soprattutto lo zoccolo duro dei fan di musica di questa fattura.
Seriamente, se si è alla ricerca di atmosfere cupe, perché non partire alla ricerca di qualcosa che in questo senso sia ben fatto e, soprattutto, non incatenato a questa logica forzata del voler straziare l’anima a tutti i costi?
E qui si presenta la seconda questione: in un video pubblicato sul loro sito dichiarano (sempre con fare molto mesto, non sia mai il contrario) le influenze di Red House Painters, Jeff Buckley, Cure (Disintegration e Pornography), addirittura David Sylvian (Secrets of the Beehive). Tutta ottima musica. I Katatonia, però, non la sanno gestire. Il motivo è semplicissimo: non fa parte del loro background musicale ed emotivo. Ad esempio, l’emotività dei Cure, che nella loro carriera hanno scritto anche moltissime canzoni pop che erano uno schiaffo alla loro immagine di gruppo dark, viene facilmente fraintesa, non può che perdere l’urgenza espressiva e qualunque fondamentale particolare quando giunge in mano a gente come questa, triste-per-forza (che poi, anche i Korn ultimamente hanno ascoltato molto i Cure e questo, guarda caso, non ha migliorato la loro situazione). Per non parlare di Sylvian… Cosa può realmente accomunare la poetica, il romanticismo, l’esoticità, l’eccentricità e la sensibilità colta ed ermetica di David Sylvian e ciò di cui i Katatonia sono portabandiera? Assolutamente nulla. La ricerca lirica ed espressiva del buon David, sempre in movimento, sempre raffinato ed elegante, sempre lontanissimo dalla banalità e imprevedibile, è l’esatto opposto della staticità dei prevedibilissimi Katatonia, che potranno anche inserire qualche elemento nuovo qua e là nella loro musica, potranno anche dire di essersi ispirati a questo o a quell’altro artista e aver ingentilito i lineamenti delle loro canzoni, ma hanno sempre sbandierato gli stessi semplici sentimenti e concetti nello stesso prevedibile modo, e quest’anno le cose non sono affatto andate diversamente. Volendo infierire, potremmo anche mettere a confronto i testi, e quindi il vocabolario di Sylvian contro uno composto esclusivamente da dark, black, weak, night, despair, distance, fall, decline, ruin, rise, sky, solita solfa riproposta ostinatamente ogni dannata volta. Non scherziamo, suvvia. Si tratta di universi incredibilmente distanti sotto tutti i punti di vista.
Allo stesso modo di un certo tipo di ascoltatore, che generalmente si butta a capofitto su una discografia quando un qualche Tristo & Nero Alfiere del Dolore fa un nome nuovo, i Katatonia non hanno le chiavi necessarie per capire che dietro non ci sono soltanto buio, mistero, oscurità e tristezza, e infatti dagli artisti citati sono riusciti a cogliere soltanto quelle componenti, che per fortuna non sono le uniche. Okay le buone intenzioni, magari qualcuno riuscirà davvero a scoprire qualcosa di bello e a capire dove stanno davvero le differenze, finendo persino per ringraziarli, ma il problema è che con questo approccio tutto diventa semplicistico, riduttivo, maledettismo di seconda mano, una catena pesantissima che impedisce di guardarsi attorno con profitto perché, quando lo si fa, si prendono facilmente abbagli (tipo, appunto, convincersi che ci sia davvero del Sylvian nei Katatonia). E se già si conosce anche molta altra musica, esaltare loro e sminuire a torto e con superficialità uscite importanti in altri ambiti, diventa ancora più colpevole con i mezzi di oggi, con buona pace della presunta apertura mentale (vedi paragrafo successivo).
“A me però piacciono così, perché mai dovrei lasciarli perdere?”, disse una voce fuori campo.
Come sempre, nessuno irrompe nottetempo in casa vostra per togliervi il cd dall’impiantone o gli mp3 dal lettore portatile, ma converrebbe riflettere e superare un tipo di approccio che è solo apparentemente libero, e che piuttosto annebbia la vista nelle sue mille forzature stilistiche e atmosferiche, perché proprio di forzature si tratta. Liberi di far cosa, poi? Emozionarsi? Legittimo, legittimissimo, ma se la mettiamo su questo piano allora non si dovrebbe disprezzare niente al mondo, dato che qualsiasi cosa, anche la peggiore, potrebbe suscitare sensazioni positive in qualcuno. Invece, caso strano, le stesse persone che si riparano dietro questo scudo di soggettività ed interpretazione personalissima, si sentono in diritto di distruggere la roba degli altri perché non dice niente (a loro, e di solito per i motivi di cui sopra), mentre si sentono immediatamente offesi a morte se qualcuno prova a sminuire l’opera di uno dei loro beniamini. Ebbene, non ci si può nascondere per sempre dietro questa filosofia estremamente contraddittoria. Fermarsi ad un primitivo mi piace/non mi piace non autorizza a dire sciocchezze, altrimenti qualunque ignorante contadino (senza offesa per il contadino, eh, che è alla base della nostra società e ha tutta la nostra stima) avrebbe il diritto di demolire opere teatrali, quadri, sinfonie, Kind of Blue di Miles Davis, la Divina Commedia, il Taj Mahal e tutto quello che non gli piace o non capisce. Il degrado culturale deriva proprio da questo svilire l’arte: ragionando così, non ci sarebbe neanche il diritto di lamentarsi se la tv è invasa da trasmissioni e personaggi di dubbio gusto, se al cinema trasmettono cinepanettoni e cinecocomeri o se Vasco viene eletto Re del rock perché lui, la gente, la fa sognare, e tutta quella roba che passa sugli schermi piace alle persone. Ovviamente non è colpa dei Katatonia, che in questo caso sono soltanto un buon pretesto per parlare di altro, ma il meccanismo che anima i fan di musica così recepita, apparentemente tanto naturale ed innocente, è esattamente identico a quello. Nel credere di farla sempre franca tirando in ballo il sentimentalismo non si va oltre le chiacchiere da bar del lunedì mattina, dopo la giornata di campionato. Può andar bene per una partita, ma nei confronti dell’arte è ingiusto, ne esce volgarizzata e colpita a morte.
Riuscire a passare oltre vuol davvero significare approdare ad una prospettiva più ampia, meno statica e, soprattutto, potenzialmente molto più soddisfacente su tutti i livelli e per ogni possibile stato d’animo. Chi ha voglia di mettersi in gioco provi ad osservare le cose da un punto di vista diverso e a rifletterci, invece di fermarsi superficialmente al solo giudizio qui espresso. Perché è vero che in questo caso si tratta soltanto di musica e non c’è bisogno di creare così tante polemiche o portare avanti guerre, ma quello che c’è alle spalle dell’antipatico numerino qui sotto è ben più importante del suo valore simbolico, e nell’assecondare tutto questo promuovendo il disco non si farebbe un favore a nessuno, sarebbe perfettamente inutile. Potete rotolarvi quanto vi pare nell’innocuo disco dei Katatonia, nessuno vi ferma, se lo considerate un capolavoro non è un problema nostro, specifichiamo. Poi però basta, o per lo meno non venite a lamentarvi o a parlare a sproposito di musica meno ostinata e dalle vedute un po’ più larghe rispetto a questa.
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Katatonia (2009) Night Is the New Day

Katatonia

Night Is the New Day

2009 • dark metal

51
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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo