Dream Theater • Black Clouds & Silver Linings (2009)

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Al giorno d’oggi, scrivere un articolo negativo su un disco palesemente scarso significa comunque attirare i commenti infuriati dei fan, per vie dirette o attraverso chiacchiere alle spalle. Questo perché se una recensione parla male di un album, soprattutto se non indugia nei minimi particolari di ogni canzone, allora è una cattiva recensione. Bisogna sempre dirne bene per forza per far felice certa gente (e non è detto che sia così), e poi c’è sempre la filosofia secondo cui si dovrebbe discutere solo di ciò che piace, togliendo di fatto alle critiche (costruttive o distruttive che siano) la ragione d’esistere. Non sono per niente d’accordo ma okay, facciamo un tentativo! Recensione classica, track by track, con tante belle parole commoventi sulle labbra, le lagrime agli occhi e via dicendo. Inutile far finta di niente, quando esce un disco dei Dream Theater un po’ di curiosità c’è sempre. E’ qualcosa che ci tocca, è il destino inesorabile, il punto centrale dell’oscillare del pendolo tra un cd e un dvd live. Black Clouds & Silver Linings giunge con una precisione chirurgica, per il sollazzo dei fautori del metallo tecnico e pregno di sentimenti. Dopo aver provato la rabbia, aver clonato i Muse e aver assistito all’invasione dei formiconi giganti per le strade di Need For Speed Most Wanted, vediamo cos’hanno combinato stavolta.
La copertina, manco a dirlo, è surreale e metafisica come al solito. L’universo, le cupe nuvole, l’elefantino che sale sui libri per paura del topolino bianco (scena commoventissima), il bambino che guarda affascinato attraverso una porta che dà su un cielo decisamente più sereno, ma non completamente sgombro da nubi. Ci sono anche il corvo e l’occhio, tocco misterioso ed esoterico. Si preannuncia un disco tutto da decifrare, ma lasciando perdere questi dettagli, facciamo spazio alla musica. Maestosa, imponente, gotica, “A Nightmare to Remember” è l’apertura dell’album. Il dramma è dietro l’angolo, e il Teatro del Sogno lo rappresenta in tutte le sue sfumature, facendo sfoggio di tecnica e potenza come sempre, sull’onda di un’emozione crescente. Al culmine di questo turbine progressivo stemperano poi la tensione, come è d’uopo che facciano dei maestri del loro calibro, con dei simpatici stacchetti, dei giochetti di classe che hanno insegnato anche agli amici Opeth (sebbene la simbiosi, in Watershed, sia talvolta così perfetta che nessuno riuscirebbe a distinguere gli svedesi dagli americani, se non per le urla incazzate di Akerfeldt). Il singolo “A Rite of Passage”, con il suo video, ci fa ritrovare un LaBrie più oscuro e luciferino che mai, un Myung particolarmente soddisfatto del suo basso e di ciò che sta suonando e un Portnoy che mostra fiero la sua incredibile batteria su uno sfondo minaccioso.
“Turn the key
Walk through the gate
The great ascent
To reach a higher state”
“A higher state”, ragazzi. L’intero universo è un cubo, e il cubo porta il segno dei Dream Theater, che squarcia le tenebre con la sua luce intensa. “Wither” riporta l’atmosfera verso un maggiore rilassamento. Dolce, morbida, accendini in aria nell’oscurità. Chi se ne frega se non è prog e potrebbe essere una canzone di Céline Dion con l’aggiunta del catartico assolo di chitarra (strappalacrime), i Dream Theater dimostrano di non essere solo tecnica e di avere un cuore grande grande così. I loro sostenitori lo hanno sempre detto, siete voi, abomini privi di sentimento, a travisare sempre le cose. Ecco.
Ma non temete, ci pensa “The Shattered Fortress” a riportare il tasso di progressive ai minimi livelli sindacali. Al di là del geniale riff attraverso cui si autocitano, dei vari assoli e della doppia voce, è ormai chiaro che ci troviamo davanti un concept album che mira ad elevare lo spirito dell’uomo, al fine di giungere al tanto agognato “higher state” già citato:
“Faithful ascent
Through darkest fires
I’ve found the path
To take me higher”
“Through darkest fires”, ragazzi. Il fuoco, la più grande scoperta della storia dell’uomo dopo i ritmi dispari, assume le fattezze delle proprie paure più profonde, una prova da affrontare. Poesia. Pianoforte, archi, “The Best of Times” si preannuncia come la seconda prova di puro sentimento. E’ proprio vero, sotto quella scorza dura e ipertecnica si nasconde un cuore. Il tono è chiaramente nostalgico, il titolo non lascia molto spazio alla fantasia per quanto riguarda i contenuti di questo brano. Sul minuto 6:20 c’è anche spazio per una tastiera à la Scene da un Matrimonio, che completa il quadretto di famiglia. Ovviamente non manca l’assolo di chitarra di routine, adattato al tono della canzone.
E finalmente arriva la tanto attesa – a causa del curioso titolo – “The Count of Tuscany”. Dopo svariati minuti di numeri da circo e amenità varie, inizia il brano vero e proprio. Una canzone completa: ci sono l’abilità prog, il ritornello orecchiabile (ricorda un po’ i System of a Down, addirittura!), il momento atmosferico e la pausa di riflessione. Tutto questo prima del gran finale, che sfuma nella vastità della natura.
Torniamo in noi. Davvero è degno di un voto anche solo lontanamente vicino alla sufficienza, un album in grado di vantare:
a) Agghiaccianti soluzioni per quanto riguarda l’utilizzo degli effetti sul cantato, con inserti di una seconda voce assolutamente fuori luogo, mixata male e sostanzialmente ridicola.
b) Solito immaginario banale, oscurità che intravede la luce, luoghi comuni e frasi ad effetto capaci di far presa solo sul solito pubblico che si lascia impressionare da così poco.
c) Assoli di chitarra dozzinali, da rock melodico anni ’80 sulla cima di un grattacielo di una grande metropoli. Di notte. Col vento che soffia epico, scompigliando i capelli.
d) Mezza melodia decente (o forse neanche) su sei canzoni.
e) Solita paccottiglia progressive trita e ritrita, con tutto ciò che comporta (questo era chiaro).
In sostanza, questo disco è chiaramente pacchiano su tutti i livelli, il prevedibile ricettacolo di immondizia che ci aspettavamo dai Dream Theater, ma vi dirò di più: è forse il loro album più brutto, e la concorrenza di certo non mancava. Verrebbe da implorare pietà e chiedere di spodestarli, sollevarli dall’incarico, arruolarli di forza nella legione straniera, ma vi prego, per stavolta tratteniamoci. Era da tanto che non mi facevo risate del genere ascoltando un album. Allo stesso tempo spero che anche i fan più accaniti riescano a rendersi conto di quanto facciano pena un lavoro così e tutta la musica con lo stesso approccio. Pentitevi. Il nostro amico qui a lato sta già facendo gli scongiuri anche per voi.
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Dream Theater (2009) Black Clouds and Silver Linings

Dream Theater

Black Clouds & Silver Linings

2009 • progressive metal

21
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo