ISIS • Wavering Radiant (2009)

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Che il ritorno degli ISIS di Aaron Turner sarebbe stato un momento chiave del 2009 era già abbastanza chiaro, quello che non sapevamo è come si sarebbero mossi dal tanto superficialmente criticato In the Absence of Truth di due anni e mezzo fa. Tuttavia il sentore che non avrebbero fallito c’era. No, gli ISIS non avrebbero certamente sbagliato, ma sarebbe parso troppo ottimista prevedere il rilancio della loro musica attraverso un disco del calibro di Wavering Radiant. Un lavoro di questo livello, nella cosiddetta musica pesante, mancava da tempo. Allo stesso modo mancava qualcosa che nonostante il suo essere metal (nel senso nobile del termine) fosse in grado di piacere trasversalmente, di calamitare le attenzioni di un pubblico più ampio e più vario del solito nucleo duro da 100 dischi post-hardcore al mese.

Avevano promesso un album concepito come un discorso unico sebbene diviso in 7 tracce, e in effetti ci ritroviamo un disco coerente dall’inizio alla fine. Eppure è immune al rischio che si corre sempre in questi casi, cioè quello di rendere l’atmosfera omogenea sì, ma per contro meno scorrevole, con la noia pronta a saltar fuori al minimo errore. Questa situazione è oltretutto uno specchio di ciò che in generale sta accadendo da qualche anno non tanto ai singoli album, quanto all’intera scena. Oggi Wavering Radiant rappresenta una ventata di freschezza per approccio, strutture, suoni e idee: gli ISIS sono riusciti nell’intento di recuperare potenza nel suono e nelle dinamiche senza che ciò andasse ad intaccare negativamente la componente atmosferica. E Aaron Harris l’aveva detto, ci hanno lavorato su più del solito e alla fine aveva avvertito come un senso di completezza che gli risultava nuovo, come se fossero riusciti a tirar fuori il loro lavoro migliore sotto diversi punti di vista. La frase non coincide necessariamente con “abbiamo fatto il nostro disco migliore”; per capire come si posizionerà Wavering Radiant rispetto agli affermati Oceanic e Panopticon dovremo necessariamente aspettare un po’ e vedere anche come evolveranno le cose sia negli ISIS stessi, sia nel resto della scena.Quindi, una volta tanto, permetteteci di approfondire il discorso e spiegare i perché della nostra posizione innanzitutto analizzando Wavering Radiant traccia per traccia (è un piacere farlo quando l’oggetto delle attenzioni se lo merita) per poi trarne le dovute conclusioni.

01. Hall of the Dead
Da una porticina sul retro si accede subito alla stanza dei nuovi ISIS, sotto una pioggia di sferragliate sludge reminiscenti sia della
torre di Celestial, sia della distruzione dell’alveare di quel Mosquito Control mai così lontano e così vicino come ora. C’è un propositivo Cliff Meyer a stendere nel sottofondo un tappeto dal lontano sapore Seventies (nonché memore della lezione dei Tarantula Hawk): un comportamento che terrà per tutta la durata del disco. La voce si fa più nitida seppur ancora sofferente, compare d’improvviso un basso tremolante, si alzano i toni in un crescendo epico, in cui è la solitudine ad arrendersi, a mostrarsi facendosi bandiera, per sventolare mestamente alta. Uno dei momenti più alti della discografia degli ISIS, e della scena tutta.

02. Ghost Key
In medias res, armoniche tonalità in cui è possibile smarrirsi tanto suonano nuove per la scena, quasi una tela di trame pop, intervallate da canonici stacchi hardcore e risolte in un’oscillazione post rock prima legata alla sfera umana che ne scioglie a poco a poco le briglie della catena, poi libera di fluttuare come il radiante, di ondeggiare come il periodo del pendolo, di allungarsi e aspettare che qualcosa accada davvero.

03. Hand of the Host
Nel nuovo ambiente è Aaron Harris ad imbastire il ritmo di marcia, sia quando c’è possibilità di osservare attorno, sia quando il vento è così forte da non poter aprire gli occhi. Poi però il pezzo si palesa in quel che è veramente: un nuovo esempio di stilizzazione della forma-canzone post metal, aggiornando con nuovi accorgimenti e varianti le soluzioni di In the Absence of Truth. Ne risulta una struttura non prevedibile e quindi piena di cambi di tempo. Un giardino ben curato in cui sentirsi sia protetti dalla certezza della presenza della civiltà, sia per questo dispersi ed in pericolo. Un labirinto.

04. Wavering Radiant
Rumore neutro o marziano? Stasi necessaria, o forse un…
virus?

05. Stone to Wake a Serpent
Arrivati a questo punto è chiaro che c’è una nuova linfa che spinge oltre gli stilemi di un genere ormai privo di stimoli. La musica di questo album, il cui titolo ricorda un’energia che fluttua e irradia è fatta di vibrazioni costruite con sapienza. Dalle ritmiche che incedono sincopate e dalla furia hardcore, che con il tappeto sonoro fatto di tastiere e synth le interrompe, si trae un’urgenza creativa differente, qualcosa che mai gli Isis avevano dimostrato. Echi di percussioni orientaleggianti, lontane, come a non voler invadere il pathòs della traccia. Quando poi la voce di Turner si fa chiara e armonizza, si capisce che questa è davvero una pietra che sveglia un serpente mistico (un uroboro?) sepolto nell’animo umano, come a preannunciare la venuta di una
nuova era.

06. 20 Minutes / 40 Years

L’atmosfera è liquefatta ed avvolgente, pronta ad esplodere in alti slanci progressivi per poi rientrare nel rock ambientale. Sembra anche un riallacciarsi alle esperienze di Panopticon (la doppietta “Wills Dissolve/Syndic Calls”) e In the Absence of Truth (“Not in Rivers but in Drops”). Si galleggia sull’acqua, nell’aria, o forse nel fuoco? Grave e misterioso è l’incedere del basso di Caxide, su cui si ergono le costruzioni di tre chitarre. La prima apre scenari ambient, la seconda scricchiola coi suoi artigli lungo il vetro, riportando all’immagine degli Alice in Chains di “Rain When I Die”, la terza accarezza l’udito con un giro di note tirate fuori oltre il quindicesimo tasto. E’ un gioco di alternanza fra i quattro elementi quello di Wavering Radiant, e “20 Minutes / 40 Years” non fa altro che ricordare che tutto questo non è più post-hardcore, perché questo è il genere ISIS.

07. Threshold of Transformation
Travolgente l’inizio, la forza dei quattro elementi attacca di nuovo l’ascoltatore, ritorna quel suono di organo che aggiunge un intelligente sapore progressive senza eccessi. Poi la tregua, la voce si filtra come un’eco in lontananza, un intreccio di chitarre la guida verso un’altra sferzata e arriva il momento di pausa. Ancora Caxide e Harris a cadenzare la ritmica con maestria, e la voce da spaventoso sussurro si perde nelle dilatazioni di un basso mai così dilatato. Turner riassume il rabbioso comando, fino alla svolta: mentre ormai siamo oltre il post-hardcore, oltre il progressive, il pezzo si ferma improvvisamente, dando tregua all’ascoltatore, lasciandolo in attimi fatti di poche note trascinate, soggiogate al volere degli ISIS. Sono gli ultimi respiri della loro nuova creatura, ora finalmente domata.

altIn fondo quel che fa la differenza fra gli ISIS, i Mastodon e i tanti, troppi parassiti della scena – alcuni anche commestibili, c’è da ammetterlo – è la maggiore fruibilità delle loro opere. Non che siano più orecchiabili in senso canonicamente pop, ma certo riescono ad interessare più a lungo più persone, grazie alle molte sfaccettature presenti fra le loro trame. Per quanto si tratti di metal con discendenze hardcore e derive progressive, resta pur sempre musica che viene preferita rispetto ad altra della stessa specie perché capace di intrattenere meglio l’ascoltatore, concetto questo storicamente legato alla canzone pop, ma di fatto attuale anche in altri campi musicali. Non è solo una questione di spirito puro o sperimentazione, ci vuole anche quel fascino e quel carisma che in alcuni attori secondari mancano o non suscitano l’interesse dell’appassionato di musica post-metal, il cui profilo critico ormai si amplifica sempre più in corrispondenza di ideali e conoscenze quanto mai distanti da quelle del metallaro integralista di nero vestito. Gli ISIS in particolare portano in dote un’essenza distante dalle presunte divinazioni geomantiche di altri sottofenomeni o ex fenomeni più che mai pronti ad urlare con i muscoli il loro nuovo pensiero di apocalisse desolante; i Mastodon stanno giocando con i loro personaggi mentre si perdono fra divinazioni bolsceviche, cacce alla balena e neologismi improbabili. Gli altri si adeguano e ricalcano, con mestiere ma senza verità. Questo il pubblico lo recepisce e non c’è morale hardcore che tenga, perché ISIS e Mastodon hanno superato quegli ideali e non vogliono rimanerne prigionieri, né come individui né in quanto artisti, come magari accade ai pur dignitosi maestri Converge. Se sei in pista per ballare, non puoi essere contemporaneamente anche alla postazione del DJ a scegliere la musica. E per essere in grado di lasciarsi andare alla danza, occorrono ad esempio un paio di ottimi cocktail, occorre un compromesso. Prendere o lasciare, e se lasci è spesso perché sei consapevole di essere comunque sconfitto. Allora sì, è più facile muoversi nell’utopia e disapprovare.
Gli ISIS sono o tornano al centro di una cosmetica che li vede dominare sugli impostori e scalzare definitivamente padrini ed eminenze varie. Aaron Turner resta la figura cardine, il perno di tutto un movimento artistico che c’è da dirlo, negli ultimi anni ha visto aumentare vergognosamente il numero degli iscritti (anche in Italia c’è chi gioca ad imitare, grossolanamente) e allo stesso tempo produrre assolutamente nulla di rilevante. Una scena, quella post-metal, non morta ma che non mandava certo un buon odore. Wavering Radiant è la nuova e forse ultima coordinata a cui gli inseguitori – capeggiati da nomi divenuti ingiustamente illustri – si rifaranno, prima che le note prendano una direzione così inequivocabilmente distante dai sentori che avevano mosso i primi protagonisti da mescolare tutte le esperienze in vasi di altri colori e forme.
Negli anni Aaron ha visto crescere attorno a sé i talenti degli amici con cui aveva iniziato l’avventura ISIS. Jeff Caxide non è solo il bassista migliore di tutta la scena, ma si pone come modello possibilmente influente anche in altri territori del rock, con fantasia e ricerca sonora, nel rispetto dei maestri che negli anni Ottanta hanno nobilitato lo strumento. La versalità di Aaron Harris è ormai sfacciata, deflagrante. Passa dall’accompagnamento di stasi post rock al tribalismo di In the Absence of Truth, ai ritmi innovativi – per la band e il genere tutto – contenuti in questo nuovo disco. Mike Gallagher da Panopticon in poi è divenuto complementare al lavoro di Turner alla chitarra, tessendo ed intrecciando le maglie con pura sensibilità e vigore, a seconda dell’atmosfera. Infine la figura e la maschera da buon profeta di Cliff Meyer, divenuto sia punto di riferimento nelle esibizioni dal vivo che in studio, dove infittisce il sottobosco sonoro di basi ambient, post e psichedeliche.

Wavering Radiant è quindi il passo necessario, forse il solo possibile, che dagli ISIS ci si poteva aspettare. Non si tratta di rimettersi in gioco, Turner non ne aveva bisogno, ma di ridefinire una volta per tutte le linee di un genere ormai alla deriva. Un album che si pone in posizione di tutto rispetto nella loro imponente discografia, senza timor di confronto con i colossi che lo hanno preceduto, diventando istantaneamente punto di arrivo e si spera di ripartenza per chi dai maestri ha solo da imparare.

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ISIS (2009) Wavering Radiant

ISIS

Wavering Radiant

2009 • post metal

83
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo