Gorguts • Pleiades’ Dust (2016)

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Il 2016 si sta mostrando molto più prolifico dello scialbo anno precedente nell’ambito della musica pesante. Tra le perle venute fuori possiamo sicuramente annoverare l’ultima fatica dei Gorguts, gruppo seminale associato solitamente alla scena death anni 90. Pleiades’ Dust, è un EP composto di una singola traccia di 33 minuti e non ci sbilanciamo a dire che si candida a segnare un nuovo punto di arrivo/partenza per la musica pesante del nuovo millennio. Un vero vortice di caos claustrofobico che sbalordisce e fornisce una vera enciclopedia di quel che è la musica pesante degli ultimi 30 anni, contaminata da sapori post-metal che pervadono l’intera composizione creando un mix unico fatto di dissonanze, fiumi di tensioni emotive e pattern ritmici complessi. La creatura multiforme di Luc Lemay, resuscitata in modo impetuoso con il precedente Colored Sands (2013) dopo 12 anni di inattività, va addirittura oltre gli stilemi impantanati del genere esplorando una varietà di influenze vastissime andanti dall’hardcore all’ambient, in cui la natura più basilare del death viene spogliata di ogni elemento classico e riconsegnataci ai limiti dello sludge, potente e abrasiva come non mai. Pleiades’ Dust racconta la storia della Casa della Sapienza, una biblioteca di Baghdad fulcro della sapienza mediorientale alla fine del primo millennio, luogo che ha dato alla luce importantissimi progressi nel campo della matematica e dell’astronomia. Che i canadesi siano abilissimi musicisti non lo scopriamo certamente adesso: ma raccontare una storia e tradurla in musica è un progetto alquanto ambizioso e molte volte abbiamo assistito a veri saggi di logorrea sonica magniloquente senza capo né coda. Pleiades’ Dust è esattamente il contrario di ciò: un lavoro a fuoco e ben diretto che non mostra punti deboli, in cui le varie parti dell’imponente traccia scorrono con fluidità da una sezione all’altra e con un dinamismo coinvolgente. Si sente l’esigenza artistica di voler raccontare una storia, ed è questa forse uno degli elementi che risaltano maggiormente da Pleiades’ Dust. Gli intrecci dissonanti e ripetitivi delle chitarre ai limiti dell’industrial – a tratti con sapori arabi! – la fanno da padrona, tessendo uno sfondo di oppressione atonale e melodica che sembrano fare l’occhiolino perfino a certi capolavori di mostri sacri della musica classica come Schönberg. In particolar modo il basso di Colin Marston è in molti tratti spogliato di ogni compito meramente ritmico, lasciato invece alla mercè dei deliranti pattern di batteria concepiti da Patrice Hamelin, intrecciandosi con gusto fine alle (dis)armonie delle chitarre, risultando uno dei punti di forza più convincenti di Pleiades’ Dust.
Chi ha apprezzato il caos dirompente e brutale dei Sumac, chi vive di pane e Swans, chi ha apprezzato il caos distruttivo degli Ulcerate – che comunque attingono a man basse dalla discografia dei Gorguts, ricordiamolo – può addentrarsi anche in quest’altra gemma oscura di questi anni, la quale non può mancare nelle teche di chi continua a seguire con interesse la scena heavy di questi anni. Ma noi lo segnaliamo anche per chi si è allontanato da certe sonorità da anni o per chi non sguazza abitualmente in queste acque torbide. Imprenscindibile.

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Gorguts (2016) Pleiades’ Dust

Gorguts

Pleiades’ Dust

2016 • post death

85
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo