Opeth • Pale Communion (2014)

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Opeth (2014) Pale Communion

Si poteva fare peggio di Heritage? Ebbene sì. Anche in Pale Communion non c’è assolutamente nulla di quel che aveva reso celebri gli Opeth. Non è il radicale cambio di stile che rende perplessi, ma l’impressione di aver di fronte un prodotto palesemente scadente. Ponendosi sempre sulle stesse lunghezze d’onda del malfamato Heritage, questo nuovo episodio continua a non rappresentare un’evoluzione matura e consapevole del loro suono, come accaduto ai Mastodon, giusto per fare un paragone recente. Inoltre, pur ammettendo di non essere più nel 1971, anch’esso non risulta un LP particolarmente ispirato o degno di nota per gli usufruitori del genere. È un altro delirio di onnipotenza completamente anacronistico e fatto terribilmente male. Anche dimenticandoci momentaneamente del passato di Akerfeldt & co., oggigiorno vi sono album prog folk rock di fattura notevolmente migliore. Qualcuno ha il coraggio di paragonare Pale Communion a una gemma assoluta come Antiphon, ad esempio? Questo è un lavoro la cui facciata è una maschera, fatta per accalappiare una fetta di ascoltatori eruditi convinti di capirne davvero: un prodotto creato da musicisti che pensano di aver la conoscenza e, soprattutto, la sensibilità musicale adatta a fare un determinato genere che è difficile da riproporre in maniera credibile nel 2014. Il risultato difatti crolla verso cliché più classici e abusati della storia del rock progressivo. Pale Communion è quindi diverso da Heritage? Sì, ma ne rappresenta il suo lato esasperatamente abulico e appiattito: insomma è la sua versione ancora più brutta e falsa, se possibile. 

Quanto al lato prettamente musicale, non si capisce come queste nuove composizioni dovrebbero coinvolgerci. Non abbiamo soltanto immaginato la banalità disarmante dei tappeti di tastiera di “Eternal Rains Will Come” o “Moon Above, Sun Below”. Non possiamo far finta di niente ascoltando “Goblin” (già il titolo qui fa capire molte cose) o “River”, che sono dei pedanti omaggi agli Area – perdonaci, o Demetrio, per l’accostamento sacrilego – e alla PFM. Magari dovremmo essere coinvolti dagli spasmi classico-arabeggianti à la Rainbow di “Voice of Treason” e “Cups of Eternity”? Oppure dal pathos plastificato degno del peggior Steven Wilson in “Faith in Others”?
Queste sono le domande che dovrebbe farsi chiunque abbia avuto la forza di non skippare ogni traccia dopo un minuto scarso. È tutto scialbo, senza alcun picco: non c’è nulla di suggestivo, fiabesco e sincero. Ci sono solo otto tracce noiose in cui si evidenzia la volontà di essere autocelebrativi verso una delle maggiori influenze di Åkerfeldt e compagni, in particolare verso quel prog italiano di metà anni ’70 – invecchiato male tra l’altro – con una spruzzatina di sapori orientali. Ma il tutto è fatto usando melodie scontate, prog fine a sé stesso sia negli arrangiamenti che nelle ritmiche, e intimismo degno dei Dream Theater di Octavarium o dei Pain of Salvation. E, come già avvenuto per Heritage, ci si rifiuta di credere che tutto questo rappresenti la base del trasporto romantico e della bellezza dei momenti folk più delicati di brani indimenticati come “Bleak”, “Black Rose Immortal”, “Face of Melinda” o “Benighted”. È come se questi momenti fossero stati isolati, appiattiti e rivestiti di una patina falsa. 
Insomma Pale Communion è semplicemente un brutto disco progressive rock.

Se già con Watershed Mikael Åkerfeldt aveva intuito di non poter dare più nulla di dignitoso al mondo del metal, e se con Heritage non si capiva da che parte volesse andare a parare, qui abbiamo definitivamente capito che non è più capace di produrre nulla di significativo nemmeno all’interno del mondo prog. Già il fatto di continuare a propinarci questa roba sfruttando il marchio Opeth la dice lunga sulle intenzioni di questo progetto. 
È nostro compito sociale – perché ormai di questo si tratta – guidare ignari ascoltatori verso lidi migliori e fare in modo che non rimanga alcuna futura traccia di abomini come Pale Communion. Confidiamo che anche i fan più maturi e ormai invecchiati dei defunti Opeth, già disillusi dal precedente episodio, per i quali il vero problema non è la mancanza del growl, della doppia cassa o della distorsione, ci possano aiutare in questa campagna di sensibilizzazione. Già il mondo ci sta regalando molti motivi per essere amareggiati, non abbiamo bisogno di peggiorare ulteriormente la situazione ascoltando un tale disastro sonoro, di cui facciamo volentieri a meno. Piuttosto, beccatevi la retrospettiva…

Opeth: Eulogy for a Black Rose
Orchid (1995) Il primo lavoro degli svedesi è una breccia di vitalità delicatamente oscura nel mondo metal di metà anni 90, il quale già allora appariva stanco e stagnante, nonché abituato a ben altre sonorità. Pur essendo più legato a grezzi stilemi death metal, Orchid lascia vedere nelle sue sette tracce tutti i germogli della futura fioritura degli Opeth, introducendo un nuovo modo di scrivere e interpretare la musica più dura di quegli anni, ben distante anche dai connazionali impegnati a generare il tanto decantato Swedish Death Metal. A 20 anni di distanza composizioni come “Forest of October” continuano a influenzare gran parte dei gruppi metallari odierni. Purtroppo o per fortuna. 72/100
remissionMorningrise (1996) Dopo un incipit di tutto rispetto, Morningrise rappresenta il primo dei grandi lavori inanellati dagli Opeth a cavallo degli anni 2000. Le cinque lunghe tracce qui presenti rappresentano la vera summa di tutto ciò che renderà celebri gli svedesi: furia intensa di stampo death alternata a momenti delicati dall’emotività coinvolgente nei quali anche il silenzio ha il sapore dell’oscuro. Il tutto è condito da elementi prog, folk dal sapore scandinavo e jazz, grazie anche al basso istrionico del sempre rimpianto Johan De Farfalla. L’ispiratissima creatura di Åkerfeldt e Lindgren, greve come un macigno e delicata come un’orchidea, fissa un nuovo stile metal sia dal punto prettamente musicale che dal punto di vista concettuale dei testi. La voce di Åkerfeldt diverrà inconfondibile: lieve e evocativa nei momenti introspettivi, infernale e tetrissima nei momenti più virulenti. Il risultato è una romantica e malinconica elegia per una rosa nera. 84/100
My Arms, Your Hearse (1998) Nel terzo episodio della loro carriera, gli Opeth confermano il loro stato di grazia con un altro eccellente lavoro, rendendo ancora più inconfondibile il loro prog death decadente fatto di momenti onirici, melodrammatici e gotici. Introdotti Mendez al basso e Lopez dietro le pelli, le composizioni si fanno più concentrate, risultando meno dispersive e più di impatto: la poesia però è la medesima di Morningrise, anzi, ancora più affinata e sinceramente emotiva. Le discontinuità tra parti distorte e parti acustiche, punto di forza in Morningrise, qui contribuiscono a creare una leggera confusione di fondo. L’effetto sorpresa è scomparso ma pezzi come “Demon of the Fall” rimarranno un vero inno per i metallari di quegli anni e non solo. Conferma di classe. 77/100
Still Life (1999) Still Life sembra una risposta verso coloro i quali non credevano nella possibilità di ascoltare un’ulteriore evoluzione nel suono degli Opeth. La produzione si fa più patinata e il death di fondo risulta ancora più smussato e sapientemente incastonato con le parti acustiche: ne viene fuori un’oretta di musica evocativa, rallentata e soprattutto più continua rispetto a Morningrise o My Arms, Your Hearse. Le melodie – e la voce – di Åkerfeldt maturano definitivamente, diventando il vero valore aggiunto del combo svedese, oltre agli inesauribili riff composti dallo stesso Åkerfeldt e Lindgren, i quali suonano sempre freschi e adatti alle emozioni che si vogliono ricreare. Altro tassello fondamentale nella discografia dei nostri, sempre più inconfondibili e seminali per il metallo del nuovo millennio. 82/100
blackwater parkBlackwater Park (2001) Blackwater Park ha il pregio, ed il difetto, di essere il lavoro più accessibile e conosciuto degli Opeth. Blackwater Park è anche un’ulteriore, se non l’ultima, evoluzione del suono degli svedesi, i quali tendono a far scomparire i pezzi death più aggressivi, tramutandoli in lunghe parti alternative metal. Questo è anche dovuto alla presenza di Steven Wilson dietro le tastiere – qui per la prima volta presenti nella discografia degli Opeth – ed in sede di produzione. Fortunatamente l’inglese in quegli anni aveva ancora qualcosa da dire e Blackwater Park rimane un disco di altissimo livello, dalle composizioni ispirate e mature. La cupezza, l’atmosfericità e l’emotività tipica degli svedesi è comunque intatta. Inizia ad esserci qualche episodio che suona troppo ruffiano, anche se non vi è nulla che faccia storcere il naso o che risulti davvero fuori posto. Il vero problema è che – ahinoi – la parte meno genuina di Blackwater Park influenzerà un altro modo di fare musica molto meno nobile da parte di altri gruppi e da parte degli Opeth stessi. 80/100
Deliverance (2002) L’inizio della fine artistica degli Opeth non sembra essere causata solo dalla nascita del rapporto Wilson-Åkerfeldt (inclusa la mutua ispirazione che si creerà tra i due), ma anche da un momento di scarsa ispirazione umanamente comprensibile. Deliverance rappresenta il primo episodio non convincente della carriera Opeth, i quali tentano di fondere i suoni mid-tempo accessibili di Blackwater Park con aggressività più death e tecniche. Le 7 tracce sono ancora più lunghe e questa volta la coppia Lindgren-Åkerfeldt concepisce delle strutture troppo ripetitive, stanche e notevolmente forzate. L’unica traccia parzialmente riuscita, la title track, non dà nulla di nuovo al suono degli Opeth e non risolleva l’aurea mediocritas del lotto. Anche i testi, finora impeccabili, cominciano a perdere la loro poeticità e freschezza, risultando stereotipati e banali. Delusione, soprattutto se confrontata con quanto prodotto prima. 55/100
Damnation (2003) Damnation è concettualmente il gemello acustico del dimenticabile Deliverance. Pur essendo nato dallo stesso periodo poco ispirato, il disco risulta più riuscito di Deliverance, in quanto il momento di flessione nei contenuti viene comunque compensato dalla classe e dall’eleganza acustica che ha contraddistinto gli Opeth fino a questo momento. Il disco non è un capolavoro visto che contiene gli stessi, se non amplificati, problemi di Blackwater Park, ma è una raccolta di brani gradevoli in cui spicca la voce di Åkerfeldt, calda e coinvolgente. Pericolosamente vicini all’emotività plasticosa à la Anathema, ma abbastanza lontani e genuini da poter essere ancora degni di nota. 65/100
Ghost Reveries (2005) Dopo un passo falso come Deliverance ci si aspettava una rapida ripresa da parte di Åkerfeldt e soci. Invece arriva quello che, con il senno di poi, considereremo il canto del cigno della creatura svedese. Ghost Reveries è infatti migliore di Deliverance: il livello compositivo è accettabile nonostante qualche momento di stanca. Il problema è che ormai sembra che gli svedesi si siano adagiati su determinati tipi di sonorità ormai abusate da loro stessi. In pratica questo disco suona come quello degli Opeth che si auto-stereotipano, denotando una poetica stanca e incapace di rinnovarsi. Si sottolinea il lavoro delicato di Per Wiberg alle tastiere, membro spesso sottovalutato dei moderni Opeth. 65/100
The Roundhouse Tapes (2007) The Roundhouse Tapes è il secondo disco live degli Opeth (dopo Lamentations, del 2003) e propone perlopiù pezzi provenienti dal passato glorioso dei nostri. Una testimonianza che rende omaggio a qualcosa che non tornerà più, vero commiato di una carriera fino ad allora straordinaria con pochi punti bassi. La magia dell’evento viene resa al meglio delle possibilità, anche se ovviamente il paragone con la reale sede live non regge minimamente. 75/100
opeth watershedWatershed (2008) Tutto quanto detto su Ghost Reveries viene esasperato in Watershed, un disco nato già vecchio pur avendo un vestito finto da disco prog/death/heavy da metal del nuovo millennio. No, il mondo metal si è evoluto in altre direzioni e gli Opeth continuano a rimanere sempre uguali a loro stessi, senza particolari ispirazioni e tanto manierismo. I testi risultano alquanto patetici, soprattutto se sono stati superati i 20 anni di età. L’abbandono di Lindgren e Lopez risulta fatale a conti fatti: allungamenti di brodo, riff fuori contesto e incollati a caso, tecnicismi inutili e atmosfere precostruite secondo stilemi abusati ed usati per generare l’ovazione da parte una determinata fetta di fan – chiamati “metallari intellettuali” – che non aspetta altro che l’opus magnum ad ogni uscita. 40/100
opeth heritageHeritage (2011) Consapevoli forse di non aver più nulla da dire nel mondo metallaro, gli Opeth – o la Mikael Åkerfeldt Band – orchestrano un cambio di stile “colto” prog/folk/rock che sembra dimenticare che negli ultimi 50-60 anni di musica ci sia stata gente che ha già fatto queste cose in maniera migliore e soprattutto meno prevedibile. Heritage è un disco inutilmente nostalgico, confuso e brutto. E in parte falso: dimenticatevi il pathos sincero dei primi quattro dischi. Heritage vorrebbe suonare suggestivo, invece ridicolizza uno dei nomi più illustri della storia del metal. Non è il cambio radicale che delude, ma l’effettiva scarsezza delle composizioni. Ridateci la rosa funebre. 33/100
 opeth pale communionPale Communion (2014) Quando si pensava che non si potesse far peggio di Heritage gli Opeth ci stupiscono di nuovo: Pale Communion è la versione ancora più abulica e appiattita del suo predecessore, le cui composizioni sono banali, noiose e insufficienti. Stavolta non c’è alcuna confusione che possa giustificare un lavoro del genere: Pale Communion è proprio quello che gli Opeth vogliono fare nel 2014. Un disastro sonoro in cui perfino la voce di Åkerfeldt è divenuta la parodia di sé stessa. Ne facciamo volentieri a meno. 30/100

 

Retrospettiva a cura di Alessandro Romeo

 

 

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Opeth (2014) Pale Communion

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Pale Communion

2014 • progressive folk

30
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo