Mastodon • Once More 'Round the Sun (2014)

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Mastodon (2014) Once More ‘Round the Sun

Se qualcuno non ha ancora digerito l’evoluzione melodica dei Mastodon post-Blood Mountain si fermi qui e non legga oltre. Torni pure a ascoltarsi capolavori come Remission o Leviathan. Invece se magari si è di più ampie vedute e la vostra ragione di vita non è soltanto l’hardcore più virulento o il nichilismo cosmico, continuate: potreste rimanerne sorpresi. Once More ‘Round the Sun è il compimento di un processo iniziato con il controverso (ma tutto sommato passabile) Crack the Skye e continuato con il deludente The Hunter. L’ultima fatica dei quattro americani convince in pieno, è un album metal moderno di tutto rispetto che ripropone l’epicità che mancava dai tempi di Leviathan in chiave più easy-listening e – finalmente – proponendo un lavoro da non etichettare come mero work in progress o potenziale punto di svolta. I Mastodon difatti ritrovano la proprià identità musicale attraverso queste undici canzoni ispirate e focalizzate verso uno stile ben preciso e ormai sempre più personale e riconoscibile. The Hunter aveva fatto storcere il naso per la qualità media delle composizioni non irresistibile, l’impianto vocale da rivedere e la ricerca forzata del ritornello facile. Once More ‘Round the Sun invece è un vero e proprio punto d’arrivo: vocalmente i nostri sono migliorati tantissimo – sorprendente anche Brann Dailor con la sua sempre più presente performance canora e non solo per il consueto lavoro disumano dietro le pelli – e le melodie rimangono in testa pronte per essere quasi canticchiate. Sappiamo bene che “meno cervellotico” e “più immediato” non significano “banale” e “di facile ascolto” e stiamo comunque parlando di un disco dei Mastodon, certamente semplificato rispetto al “caos” di Remission, ma pieno di sofisticazioni nelle composizioni, colme finalmente di trasporto e fascino. La direzione intrapresa dal gruppo era chiara da un po’, ma solo al terzo tentativo il risultato è stato davvero positivo: scrivere canzoni metal, a volte addirittura molto catchy e di sicura presa sul pubblico, sfruttando tutto ciò che i Georgiani hanno imparato negli anni. E soprattutto suonando solo come i Mastodon sanno fare, senza snaturarsi.
L’intero lotto presenta ben pochi momenti di stanca o di cali di ispirazione: il tutto è un interplay tra momenti lineari più melodicamente lavorati, impennate dal sapore dannatamente hard rock (diversamente dallo stanco revivalismo prog 70s di Crack the Skye) e sporcate dalla furia hardcore schizofrenica marchio di fabbrica del combo di Atlanta. Once More ‘Round the Sun è pervaso da una dose non ininfluente di psichedelia, un caleidoscopio coloratissimo ma capace di essere all’occorrenza tetro e angosciante.

L’incipit è di tutto rispetto e merita di entrare tra le più belle opener di sempre di un album metal: “Tread Lightly” è uno dei migliori pezzi di Once More ‘Round the Sun, un pezzo epico, sludgy, psichedelico, trascinato da un Troy Sanders in meravigliosa forma, con la sua caratteristica timbrica roca esoterica e da un basso propriamente equalizzato e, finalmente, dal suono di nuovo decente. Le pelli di Dailor non sono né smussate né troppo spigolose, suonano bensì equilibrate in un missaggio che non può far scontento nessuno. “The Motherload” è un altro stupendo pezzo hard rock, efficace e senza fronzoli. Arriva poi il momento più radiofonico del disco, “High Road”. Il ritmo sludge e oscuro sfocia in un ritornello solare e forse non del tutto convincente, ma di sicuro effetto: una versione comunque riuscita della pur discreta “Black Tongue” presente in The Hunter. Se la title track è la tipica canzone punk-prog dei Mastodon, vicina a certe atmosfere presenti in Blood Mountain, è “Chimes at Midnight” il pezzo migliore: ecco i Mastodon che sviluppano con successo le idee della mai dimenticata “Sleeping Giant”. Nella quinta traccia di Once More ‘Round the Sun c’è tutto: delicatezza, potenza, angoscia, rapsodia, spazi apertissimi e siderali. “Asleep in the Deep” ha quasi la colpa di trovarsi dopo tale monolite, ma è un’altra perla in cui Kelliher e Hinds intrecciano con maestria le loro chitarre per produrre una canzone sospesa e dal ritornello avvincente su cui la voce di Dailor si adagia senza essere troppo invasiva. Mentre “Feast Your Eyes” ci fionda un buono e doveroso masso di granito sulle gengive, “Aunt Lisa” è completamente sgangherata e schizofrenica, e rappresenta l’episodio che farà più discutere, soprattutto per il coretto finale che in molti non digeriranno e/o capiranno. I Mastodon sanno anche fare autoironia e divertono, che ci crediate o no. “Ember City” e “Halloween” sono due pezzi scatenati che sembrano guidare l’intero lavoro verso una stanca deriva rock’n’roll condita dal classico sludge paludoso spaccaossa. Risulteranno i pezzi meno riusciti dell’album, anche se non stiamo parlando di tracce insufficienti, anzi. Ma il finale di Once More ‘Round the Sun risulta tutt’altro che scontato e sottotono: “Diamond in the Witch House” – con la collaborazione del solito Scott Kelly – è l’ultima gemma del lotto la quale, in quasi otto minuti, riesce a produrre numerosi momenti da pelle d’oca in cui la definizione di epicità è riduttiva. Non sarà ai livelli di “Hearts Alive”, ma ci siamo quasi. È quello che sarebbe dovuta essere “The Last Baron” in assenza di inutili arzigogoli e divagazioni forzate. “Diamond in the Witch House” è lenta, è abissale, è un uomo che si ritrova a navigare nel pantano dopo essere tornato da un viaggio interstellare. Una degnissima conclusione.

Ecco i Mastodon nel 2014, in costante evoluzione, che non si pongono limiti e che non ci fanno per forza rimpiangere i fasti di Leviathan, un gruppo dal talento indubbio e ritrovato. Ogni paragone con il passato non ha più senso, il continuare a guardarsi indietro in cerca di confronti è una battaglia inutile, non è il caso di produrre cloni sbiaditi dei fasti che furono. Questa è la loro nuova direzione e chissà quale sarà la prossima. Alla faccia di chi li vedeva inseriti in un tunnel senza uscita diretto verso una carriera simile a quella dei Metallica post Black Album.

Non è questo il caso, credeteci. Salite su questa navicella spaziale colma di fanghiglia per un trip metal senza eguali.

Mastodon: Blood and Thunder
Lifesblood EP (2001) Un esordio interessante per una band destinata ad un grande avvenire. Un viaggio oscuro e distruttivo nelle origini hardcore più becere, cinque tracce che mostrano tutti gli insani germogli dei nostri, presentandoli al mondo musicale come “The Next Big Thing”. Velocità, sporcizia, caos e epos. E un pizzico di confusione. 70/100
remissionRemission (2002) È qui che nasce quel suono à la Mastodon subito riconoscibilissimo: batteria forsennata direttrice d’orchestra d’ogni pezzo, cavalcate hardcore, riff potenti e rallentati tipicamente sludge, mischiati anche con certe melodie prese in prestito dal country, ritmiche trash e rabbia grind. Il tutto accompagnato da parti più psichedeliche e strutture complesse, quasi cervellotiche, tendenti al prog, ma che non eccedono mai rischiando di risultare fredde e fini a sè stesse. Il risultato è un macigno compatto e devastante, un delirio composto da brutalizzanti olocasti nucleari fatti musica. 87/100
Leviathan (2004) Questo disco rappresenta un universo musicale e concettuale tra i più affascinanti usciti dalla musica estrema negli ultimi anni, rappresentazione in musica dell’ossessione e della vendetta. È epico senza essere di cattivo gusto. È cervellotico senza essere freddo. Riesce a travolgere ma anche a coinvolgere e a commuovere. È un’opera completa e monolitica, di quelle che si gustano meglio con la copertina davanti e i testi sott’occhio. Il secondo lavoro dei Mastodon è un’opera di cui capire il mood e gli intenti più che le singole canzoni. Disco Chiave.
Call of the Mastodon (2006) Call of the Mastodon è una raccolta delle canzoni contenute nel primo EP Lifesblood e del primo demo dei ragazzacci di Atlanta, quando il cantante Eric Saner era ancora parte del combo. Soltanto per i fan e i collezionisti. S.V.
blood mountainBlood Moutain (2006) Blood Mountain rappresenta forse l’epitome della carriera dei Mastodon. Tutti gli elementi della loro crescita musicale sono presenti e dosati alla perfezione: sludge, hardcore, heavy metal classico e progressive, un immaginario fantastico e allucinato, epicità e violenza in egual misura. Un flusso di canzoni inarrestabile, che porta il metal dei Duemila a nuove altezze. 88/100
Crack the Skye (2009) I Mastodon confermano la volontà di rompere i generi reinventandoli dall’interno, giocando col fuoco e magari scottandosi qualche volta, eppure senza perdere il coraggio di sperimentare soluzioni in un ambiente che grazie a loro ha ritrovato nuova vita. L’impressione ogni tanto che il passo sia più lungo della gamba è innegabile, in qualche assolo eccessivamente autoindulgente, in un paio di melodie fin troppo strane e forse tendenti al pacchiano, in alcuni riff e momenti tendenti alla volgarizzazione metallara. Un punto controverso degno comunque di considerazione nell’evoluzione dei quattro di Atlanta. 68/100
Jonah Hex: Revenge Gets Ugly EP (2010) Integrazione per la colonna sonora della trasposizione cinematografica del fumetto western Jonah Hex, questo EP rappresenta un interessante ritorno alle origini del loro sound – visto che c’è più aria di Remission che di Crack the Skye – ma con la maturità di una band che conosce se stessa e che sa tirare fuori i propri assi, al momento giusto. Niente di imperdibile, ma un buon tassello della discografia dei nostri. 60/100
Live at the Aragon (2011) Un passo necessario per capire anche l’evoluzione del gruppo dal vivo, verso le odierne ricercatezze melodiche. Seppur musicalmente ineccepibili, spesso il combo proveniente dalla Georgia è stato bersaglio di critiche, soprattutto per quanto riguarda la riuscita vocale di certe canzoni o la qualità del missaggio stesso. Sebbene la scaletta avrebbe potuto essere decisamente migliore, il disco può comunque definirsi utile, se non altro per apprezzare da un’altra prospettiva le canzoni di Crack the Skye. 65/100
The Hunter (2011) Ciò che viene fuori da The Hunter è un ibrido sospeso tra la voglia di esplorare ancora nuovi orizzonti, l’approfondire melodie ed arrangiamenti tipici di Crack the Skye, e il voler tornare a rifugiarsi in composizioni che appaiono come una sorta di raccolta di b-side provenienti da Blood Mountain, nel quale si tenta di inserire delle vocalità tutto sommato mediocri, o comunque mal costruite. Per carità non è nulla da buttare, in quanto un loro album è sempre qualcosa che la maggior parte dei gruppi della scena si sogna. Work in Progress. 60/100
mastodon once more round the sunOnce More ‘Round the Sun (2014) Al terzo tentativo i Mastodon ce l’hanno fatta: i ragazzi di Atlanta difatti ritrovano la proprià identità musicale attraverso queste undici canzoni fresche e ispirate. L’ultima fatica dei quattro americani è un album metal di tutto rispetto che ripropone l’epicità che mancava dai tempi di Leviathan in chiave più easy-listening e proponendo un lavoro da non etichettare come mero work in progress o potenziale punto di svolta. Un trip metal appassionante e coinvolgente da parte di un gruppo in costante evoluzione che non ci fa per forza rimpiangere i fasti di Leviathan, senza porsi limiti e con talento indubbio e rinnovato. 80/100

 

Retrospettiva a cura di Alessandro Romeo

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Mastodon (2014) Once More ‘Round the Sun

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Once More 'Round the Sun

2014 • mastodon music

80
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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo