Sufjan Stevens • The Age of ADZ (2010)

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Se con l’EP di poche settimane fa era stato facile capire che in casa Stevens fossero in corso dei pesanti lavori di ristrutturazione, The Age of ADZ svela quanto prodotto durante tale processo, inaugurando così una importante svolta nella carriera del cantautore americano. La decisione, inevitabile da un lato, porterà senza dubbio grosse conseguenze, quantomeno riguardo la tipologia d’utorio associato a Stevens. L’operazione è riuscita, che sia chiaro. The Age of ADZ è fuor di dubbio uno dei dischi più interessanti dell’anno. Se questo disco sia destinato a rappresentare un punto fondamentale della carriera di Stevens non è in questione, importante è però capire il perché. È scomparsa la batteria, al suo posto beat elettronici insistiti e seriali. I suoni sono molto più vari ma paradossalmente lo spettro di ambienti tracciato dalle undici tracce del disco non è altrettanto differenziato. Non c’è più il banjo, hanno perso d’importanza le chitarre, se non nella magnifica “Futile Devices”. Meraviglioso il lavoro riconoscibile dietro i sognanti disegni orchestrali e per i fiati, ormai chiaro marchio di fabbrica di Sufjan, come in nessun’altro caso in grado di risultare allo stesso tempo imponente ed intimo. Le melodie, contornate dall’asettica struttura elettronica, risultano nude, più dirette e quindi efficacissime. La strepitosa voce di Sufjan è come sempre il centro di ogni composizione, da lì dirige l’andamento emotivo dei brani. Non manca qualche piccola crepa. La più evidente riguarda la scelta dell’elettronica, spesso inappropriata e pesante, inespressiva. Se in brani come “Too Much” la qualità del songwriting riesce a superare i limiti legati a determinati suoni, non sempre il disco scorre allo stesso modo, in particolare nella parte centrale. Per definire dunque perché The Age of ADZ rappresenti un grande passo per Stevens, è necessario comprenderne i veri punti di forza. Questi sono tutti connessi allo straordinario talento di Stevens che, seppur imbrigliato fra schemi compositivi lontani da quelli cui era abituato, riesce ugualmente a far emergere una capacità di scrittura strepitosa. La titletrack è paradigmatica in proposito. Il non essersi snaturato e l’aver continuato a maturare pur tracciando un cammino differente da quello dei dischi passati sancisce una volta per sempre il nostro aver di fronte un grande artista, verosimilmente incapace di non produrre grande musica, quale che sia il punto di partenza. Avvicinatosi con decisione ai grandi cantautori della sua generazione – in particolare a Patrick Wolf – Stevens consacra una volta ancora il proprio splendido talento, in attesa di vedersi riconosciuti i sacrosanti meriti di una carriera fino ad oggi quasi perfetta. 

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Sufjan Stevens (2010) The Age of ADZ

Sufjan Stevens

The Age of ADZ

2010 • intimate pop

78
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo