Black Mountain • Wilderness Heart (2010)

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Li avevamo lasciati ormai due anni fa e ce li ricordavamo come una versione nostalgica ma tutto sommato ben riuscita del rock stile Sixties. Con il loro secondo lavoro, In the Future, i Black Mountain non solo avevano riesumato i più intimi animi psichedelici, ma avevano dimostrato semplicemente di saperci fare, riuscendo a cavarsela senza invischiarsi in eccessive ruffianerie neo-prog. Oggi è già tempo di bilanci per la band canadese giunta al terzo capitolo: è il momento di stabilire se la definitiva consacrazione è a portata di mano e se la fortuna deciderà di aprir loro le porte di ambienti meno underground. La risposta non è ancora positiva. Più che virare per tentare la gran volata, preferiscono temporeggiare un altro po’ e ritardare l’attracco in isole forse meno rassicuranti. Così può essere considerato Wilderness Heart, ancora abbastanza lontano dal definirsi il passo falso nella carriera della band, ma neanche l’epifania di svolta. Di fatto i punti di forza che avrebbero potuto permettere a In the Future un posto di rilievo tra i dischi rock degli ultimi anni, si ritrovano anche questa volta, pur riveduti e corretti. C’è ancora la bella alchimia tra le voci di Amber Webber e Stephen McBean, come anche un grande rispolvero di cavalcate ferruginose. “Old Fangs” e “Roller Coaster” possono essere esempi notevoli in questo senso, così come la stessa titletrack. Tutte canzoni composte da buoni riff stoner che fanno il loro sporcolavoro, ma raggiungono davvero la stessa energia propulsiva di “Tyrants” o “Wucan”? È decisamente più conveniente pensare che “Let Spirits Ride” sia un incredibile scivolone piazzato verso la metà dell’album, non si sa come e non si sa da dove, piuttosto che un possibile cambio di direzione futura per la band: non è tempo per scomodare i Black Sabbath. Il suo pacchianissimo riffone arriva come un fulmine a ciel sereno all’interno di un ascolto fin qui non entusiasmante ma tutto sommato ancora piacevole. Per cui cerchiamo di dimenticarci il più presto possibile del – per fortuna – unico vero momento di cattivo gusto di Wilderness Heart e ci soffermiamo piuttosto sulle malinconiche atmosfere orientali di “Radiant Hearts”. Non male nemmeno la seconda metà, da “Buried by the Blues” in poi, più folk e più vicina ad un sapore di rock in stile Grateful Dead, che tuttavia non raggiunge certe punte più creative ed oniriche presenti nei primi due album. Col senno di poi In the Future ne esce comunque rivalutato dopo questo terzo lavoro del combo canadese, mentre al contrario Wilderness Heart, nonostante qualche buon pezzo, risulta solo un’occasione sprecata.

 

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Black Mountain (2010) Wilderness Heart

Black Mountain

Wilderness Heart

2010 • psychedelic rock

65
/100

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Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo