Soundgarden • King Animal (2012)

Soundgarden (2012) King Animal
Sono passati più di tre lustri da Down on the Upside, un lasso di tempo sufficiente per mettere un po’ da parte i Soundgarden. Gli anni ci hanno restituito il vero valore del quartetto. Al di là di Superunknown e Badmotorfinger – un capolavoro e un ottimo album – non resta infatti che qualche brano di spicco in una manciata di dischi tutto sommato trascurabili. A peggiorare una situazione che restava comunque più che dignitosa ci ha pensato poi Chris Cornell: prima da solo, poi in compagnia degli ex Rage Against the Machine, poi ancora da solista, il signor Boyle ha prodotto quasi esclusivamente disastri.
Pochi insomma sono saltati dalla sedia all’annuncio di King Animal, solo gli irriducibili del grunge, quelli che hanno ingoiato anche la reunion mozza dei superstiti degli Alice in Chains come niente fosse e che sono ancora lì sotto il palco ad ogni passaggio delle icone di quel periodo (Corgan, Vedder e chi c’è rimasto). Le aspettative sono ulteriormente calate poi col lancio promozionale del prodotto, impacchettato in grande stile come se potesse riportare in auge le sorti della musica rock. Provando a mettere tutto questo da parte per cinquanta minuti, abbiamo deciso di metterci lo stesso in ascolto e quasi ci siamo dovuti ricredere… quasi. Come d’altronde facilmente prevedibile, la neonata creatura dei Led Sabbath non è esattamente la rivoluzione copernicana del rock sound contemporaneo, ma nemmeno la crosta revival grunge su cui più di qualcuno era già pronto a scommettere. La tripletta iniziale del disco ci restituisce il bello dei Soundgarden, in “By Crooked Steps”, per esempio, Kim Thayil, Matt Cameron e Ben Shepherd sembrano quelli di “My Wave” e – quasi incredibilmente – anche Chris ci mette del suo. Gli episodi meno fortunati sono invece il risultato del percorso artistico di Cornell, quando il frontman ci mette la faccia le cose cambiano in peggio, evocando più o meno marcatamente le trame vocali degli Audioslave, e per chi nonostante tutto non è ancora riuscito a dimenticarli, King Animal non risulta essere superiore al primo capitolo della band messa in piedi con i tre RATM. Fatevi un’idea dunque.

Sembra quasi svanita la profonda componente psichedelica che aveva copiosamente condito i tre LP degli anni ’90, e in particolare reso Superunknown episodio unico nel grunge tutto. Il giardino non è più psichedelico dunque, ma heavy rock diretto al punto, nel suono e nei testi che appaiono meno criptici e da interpretare (anche in questo il collegamento con gli Audioslave), e più inequivocabili. Cornell mantiene l’ironia acida che lo ha sempre accompagnato, ma non è più cronicamente depresso come accadeva ancora in Down on the Upside. Adesso appare adulto (e ci mancherebbe), quasi autoritario, perché come è naturale che sia, la crisi esistenziale della generazione X l’ha superata. Ciò tuttavia toglie qualche motivo di interesse alla poetica della band che appare quindi più lineare di come l’avevamo lasciata nel 1997, soprattutto nei pezzi firmati esclusivamente Cornell, collocati perlopiù nella parte centrale del lavoro. Se non altro l’allaccio con gli ultimi Soundgarden rimane ben saldo per quanto riguarda il suono della sezione ritmica, non ripescando dunque l’impasto metal di Badmotorfinger, vero difetto che penalizzava quel disco al cospetto degli altri pezzi grossi del grunge di quel periodo. A parte qualche scivolone (“Halfway There” e “Rowing” appaiono più irritanti che trascurabili) anche in questi frangenti il disco riesce comunque a mantenersi a galla, grazie allo stato di salute degli altri componenti che restano lucidi nonostante l’anagrafe faccia spavento (a proposito: chissà se Kim Thayil è veramente calvo sotto quel berretto di lana). Anzi, la prova di Matt Cameron argomenta la tesi di chi lo ha sempre sentito fuori posto e messo in un angolo dal mixaggio nei piattissimi album dei Pearl Jam a cui ha partecipato, e lo rimpiangeva per come suonava nei Soundgarden. In definitiva, chi si aspettava da King Animal la resurrezione del grunge può tranquillamente restare a dormire, o in alternativa cercarsi altra buona musica viva nel 2012 (sarebbe il caso forse). Lo stesso vale per chi non vedeva l’ora di infangare il Giardino del Suono: si troverà di fronte a un lavoro qualitativamente lontano anni luce da Superunknown ma che nonostante tutto, risulta ancora dignitoso.
Soundgarden: Black Hole Sound
Sarebbero potuti essere molto di più, invece si sono accontentati di essere solo un buon gruppo. Sono stati i Soundgarden

L’annuncio l’ha dato proprio Chris Cornell all’alba del nuovo decennio tramite il sito ufficiale, di cui non ricordavamo neanche l’esistenza. Tornano i Soundgarden, per alcuni concerti a partire dalla prossima primavera, e per un’operazione di cui abbiamo provato a pensar male, ma che guardandoci un po’ attorno, non ci sentiamo di biasimare. Sia chiaro, tornare dopo tredici anni e tanta acqua inquinata passata sotto i ponti, non è certo motivo di sacrifici ad Apollo. Ma nonostante gli Audioslave, una carriera solista su cui è igienico stendere un velo pietoso, Timbaland, 007 Casino Royale e tante lampade solari, non ci sentiamo di negare a Cornell e soci (e ai fan che non hanno mai smesso di rimpiangere lo scioglimento della band) il diritto di riunirsi anche loro e farsi applaudire dal vecchio e soprattutto nuovo pubblico, ammesso che ce ne sia in quantità considerevole. Non sarebbe una mossa vergognosa come quella dei superstiti degli Alice in Chains, né diversa da ciò che stanno facendo i rispettatissimi Pixies e Pavement, anch’essi fra i protagonisti annunciati della primavera, anche nel nostro territorio.

Se poi la scusa è quella dell’attesa pubblicazione di una compilation di b-side e outtake, come si vocifera, il tutto comincia a farsi più interessante, sperando che abbiano il buon gusto di selezionare solo il materiale che vale la pena di essere recuperato, perché certe cose forse è bene che restino in soffitta.

Ma appunto, c’è veramente tanta domanda di Soundgarden da giustificare una mossa imprevista e forse azzardata, visto che gli anni passano – e come passano – per tutti? Quanto è credibile il Chris Cornell di oggi se intona “The Day I Tried to Live”? E se è vero come è vero che anche l’estetica vuole la sua parte, un Kim Thayil ormai calvo, con la barba imbiancata e con circa venti (20) chilogrammi di sovrappeso sul palco, può davvero farti sentire di essere ad un concerto dei Soundgarden, piuttosto che ad uno dei Tad o degli Screaming Trees? Questa ce la potevamo risparmiare, ma è davvero alto il rischio di trovarsi di fronte qualcuno che dell’immagine che ci siamo conservati nel diario fino ad oggi ha ormai solo gli occhi.
Il movimento grunge non è stato questa gran cosa che qualcuno, giusto qui in Italia, ha creduto fino ai primi anni Duemila, salvo poi gradatamente rendersi conto che nella musica (come nella vita) c’è posto anche per molto altro. Il merito di Internet è stato quello di rendere classici anche dischi che per quanto seminali, lo erano solo per la critica. Si pensi a Spiderland, che nel 1991 – una delle annate d’oro del grunge – non ha venduto neanche un decimo di Badmotorfinger, ma che nel tempo è stato riconosciuto come capolavoro assoluto da chiunque abbia un po’ di coscienza musicale. Laughing Stock, Loveless, Just for a Day, Goat, Screamadelica… tanto per rimanere nello stesso anno, sono tutti lavori al cui cospetto Badmotorfinger scompare, ma se ne si è ragionevolmente consapevoli, allora si ha lo spirito giusto per inquadrare nel migliore dei modi quello che non è l’evento degli eventi, ma l’occasione per trovarsi a pochi metri una delle (poche) grandi formazioni di una scena che in fin dei conti ha segnato un’epoca e una generazione. Forse due, se ci contiamo anche noi italiani ritardatari.

Il motivo per cui da A Sides – prima ed unica raccolta edita nel novembre del 1997, a Soundgarden già sciolti – ad oggi non è stato più pubblicato nulla pare sia dovuto al fallimento della A&M Records, affiliata della Polygram, e del conseguente lucchetto posto sui nastri incisi dalla band. Dunque, al contrario di quanto avvenuto per altri attori protagonisti del grunge, i Soundgarden non ci hanno inondato di compilation, live, dvd, edizioni speciali e rimasterizzazioni di dubbia utilità. Ciò è stato un bene, perché di fatto è coinciso con lo stile sobrio e intelligente con cui appena iniziata la discesa dall’apice di popolarità, la formazione di base a Seattle si era congedata dal suo pubblico, lasciando in memoria una discografia che specialmente in alcuni dei suoi passaggi riesce ancora oggi a convincere, nonostante l’usura del tempo.

Down on the Upside è il lavoro più sottovalutato della band. Paga senza dubbio una serie di fattori oggi come all’epoca molto chiari. Innanzitutto l’essere venuto dopo il capolavoro Superunknown, dal quale non si spostava di un millimetro in termini di scelte stilistiche. Una scaletta diseguale e così colma da arrivare al limite, in cui almeno due o tre tracce delle sedici complessive potevano essere lasciate per i lati B dei singoli, ha fatto il resto, rendendo a tratti indigeribile un disco uscito già fuori tempo massimo per essere salutato come qualcosa di non anacronistico nella vicenda grunge. Non che gli stessi Soundgarden non ne fossero consapevoli: Down on the Upside deve essere l’episodio finale della saga, il compimento del percorso – da qui la scelta di autoprodursi per la prima volta – essendo da contratto l’ultimo dovuto alla A&M, e avendo in squadra un Cornell già convintissimo di poter seguire con profitto le orme dell’amico Jeff Buckley. L’immaginario di corredo è d’altronde inequivocabile: delle figure indistinte avvolte nell’ombra, nonostante una forte luce attorniante, un sipario ormai calato, il nastro delle ultime registrazioni svolto fra pagina e pagina del booklet. Deve essere un addio in tono minore, impacchettato non più nell’estate psichedelica che aveva lanciato il massimo successo di “Black Hole Sun”, ma nell’incomprensibilità di una mossa che è già stata decisa e alla quale non si può più porre rimedio. Funzionano alla grande, in questo senso, le canzoni minori, come “Overfloater”, “Applebite”, e ancora “Tighter and Tighter”, o la conclusiva “Boot Camp”, prevalentemente rintracciabili nel secondo lato. Down on the Upside è anche il disco in cui viene maggiormente fuori il talento compositivo di Ben Shepherd, che firma ben sei dei sedici brani. Le creazioni di Cornell invece non sono strutturalmente così diverse da quelle del suo modesto esordio solista Euphoria Morning, ma a renderle strepitose c’è il lavoro dei tre compagni d’avventura, in particolare un Thayil che si concentra soprattutto nella ricerca del suono più efficace, piuttosto che nella scrittura. Si tratta quindi di un album che, fosse stato composto di soli 12 pezzi, probabilmente non sarebbe stato classificato come la brutta copia dell’opus magnum, tanto che nei suoi momenti migliori – fra cui certamente la dark ballad dal retrogusto zeppeliniano “Zero Chance” e l’iniziale psicodramma di “Pretty Noose” – Down on the Upside amplifica la portata artistica di una band che non è riuscita a salvarsi dall’estinzione della specie, in un momento in cui ormai è già stata superata dai Tool, che con Ænima forniscono l’upgrade e il colpo di grazia ad una scena ormai priva della sua guida spirituale.

Superunknown è stato in grado di cavalcare la eco dello sparo – così come Purple degli Stone Temple Pilots – e di portare al bersaglio la carriera di una band che altrimenti non avrebbe avuto eccellenze nella sua discografia, e che – come gli altri paladini di Seattle, ovvero i Pearl Jam – non ha minimamente influito sulle sorti del rock a venire. I Soundgarden, nel loro poco più che decennale curriculum, non hanno fatto altro che affinare a poco a poco le influenze di partenza, avvicinandosi alla perfezione stilistica solo con Superunknown e con i momenti migliori di Down on the Upside, forti dalla varietà strumentale che ormai padroneggiano con cognizione di causa e buon gusto. S’è detto talmente tanto su Superunknown che forse non vale neanche la pena andare oltre qualche apoftegma; nel podio ideale dei migliori dischi usciti da Seattle nei Novanta, Superunknown c’è. Se non lo avessero pubblicato, i Soundgarden non sarebbero stati più che una piccola leggenda che dall’underground si era avvicinata al successo grazie al riflesso di qualcuno che suonava tutt’altra musica, ma che aveva avuto il dono divino di saper scrivere canzoni per davvero.

Già perché se in Superunknown tutto, ma proprio tutto, sta bene al suo posto, non si può dire lo stesso del fin troppo celebrato – dai fanatici del grunge – Badmotorfinger. Prodotto dal metallaro Terry Date (così come il precedente, scialbissimo Louder Than Love), si ritrova a cavalcare l’onda di Nevermind con i mezzi dei Pantera (che poi saranno quelli del Nu-Metal: basta dare un’occhiata al curriculum del buon Terry). Uno dei tanti equivoci del grunge, sotto la cui etichetta sono tutt’oggi annoverate band di opposta concezione artistica. Già perché un conto è il punk rock figlio della lezione dei Pixies, del rumorismo dei Sonic Youth e del percorso degli R.E.M. più indipendenti, un altro è l’hard rock di band legate al volgare hair metal e allo street rock di fine anni Ottanta (con particolare riferimento ai Guns N’Roses, per intenderci). Se oggi è chiaro e condiviso che gli Alice in Chains sono stati più vicini al metal che non allo spirito di Cobain, è bene rendersi conto che il confine tra il tributo ai Black Sabbath (o forse ai Melvins…) e la tamarrata metallica è davvero labile nei Soundgarden di Louder Than Love e Badmotorfinger, proprio per via delle sonorità spesso accostabili a certo hard rock di bassa lega. D’altronde, non per volergli per forza gettare addosso la croce, lo stesso Terry Date aveva messo mano ad Apple dei pacchianissimi Mother Love Bone, la precedente incarnazione dei futuri Pearl Jam (anch’essi mai stati maestri di coerenza e di stile). Fortunatamente però, in Badmotorfinger ci sono già alcune ottime canzoni, e se non si fa caso a tutto questo, può intrattenere ancora oggi con profitto, specialmente se ingerito a piccole dosi. La doppietta “Slaves and Bulldozers” / “Jesus Christ Pose”, a prescindere dalle disquisizioni sulla purezza dello stile grunge e sul sesso degli angeli, basta e avanza a rendere il terzo disco dei Soundgarden un classico della sua stagione. La seconda in particolare risulterà il vero capolavoro della band, rivelandosi ancor più rappresentativa della celebre “Black Hole Sun”. Tra gli altri momenti migliori si segnala “Room a Thousand Years Wide”, uscita anche separatamente via Sub Pop e poi colpevolmente tralasciata al momento di stilare la scaletta della raccolta A Sides. Ottima anche “Mind Riot”, in cui nella pratica siamo già dalle parti di Superunknown, e la 100% sabbathiana “New Damage”.

Parallelo a Badmotorfinger è il progetto Temple of the Dog, disco solitario e ormai divenuto quasi mitologico. Pensato inizialmente come singolo in memoria del povero Andrew Wood dei Mother Love Bone, è poi trasformato in full lenght di clamoroso valore nei curricula degli attori protagonisti, vale a dire Chris Cornell (il principale compositore), e la formazione attuale dei Pearl Jam, ovvero quella che si serve dello stesso Matt Cameron alla batteria. Qualche anno più tardi e forse con un pizzico di ingenerosità nei confronti del suo cantante, Stone Gossard lo ricorderà come il miglior disco in cui è stato coinvolto. A prescindere dal giudizio che ne dà il chitarrista dei Pearl Jam, Temple of the Dog è un album davvero superiore al best seller Ten. Non si sente il bisogno di rimodellare i volumi o di riportare alla luce qualche sfumatura andata bruciata dal pessimo lavoro di Rick Parashar (su Ten), perché le dieci canzoni trasudano blues rock da tutti i pori, forti di interpretazioni non solo sentite, ma anche tremendamente ispirate dal sacro fuoco di una gioventù ormai convinta di stare vivendo il suo momento, o comunque che qualcosa di grande, di più grande di loro possa succedere. Altrove non tutti lo sanno, ma in quei giorni è Seattle la capitale mondiale del rock, e i giovani sfaccendati che hanno messo in piedi una band cercano di diventare come i Nirvana, che dalla localissima Sub Pop sono volati in prima classe a firmare un contrattone a Los Angeles. Non importa se fino a pochi giorni prima suonavano le cover dei Motley Crue, ora sono i Nirvana il nuovo modello da seguire.

La chiave di Louder Than Love risiede proprio nel sarcasmo volgare di “Big Dumb Sex”, che guarda caso diventa anche una delle cover di Spaghetti Incident? dei Guns N’Roses, e che di fatto simboleggia il target del disco, ovvero il pubblico dell’hard rock e dell’heavy metal, più che quello che proprio in quel periodo scopriva Bleach e i leggendari 45 giri della Sub Pop. L’incongruenza è chiara, il risultato delle sue canzoni pure: manca quel presagio di risveglio dal torpore ossianico e cavernicolo delle prime uscite, manca quasi del tutto la vena psichedelico-ossessiva che li vedeva accostati ai Melvins, e non solo ai classici hard rock dei primi Settanta. Ci si può accontentare – nei migliori dei casi – di una sana applicazione degli stilemi sabbathiani agli ideali della generazione X, ma non staremmo qui a parlare di Soundgarden se Louder Than Love fosse uno dei loro migliori episodi.

La prima formazione della band non vede Ben Shepherd al basso, né il Pete Best del grunge, quel Jason Everman che dopo aver comparsato nei primi Nirvana, è convocato anche dai Soundgarden nel periodo di interregno fra Louder Than Love e Badmotorfinger. Magari giusto perché nel suo curriculum c’era il gruppo alfiere del grunge, perché si sa, ad una band che brama di fare il botto, un po’ di pubblicità non guasta di certo. C’è invece Hiro Yamamoto alle quattro slabbratissime corde delle prime pubblicazioni, che ad onore del lavoro del nippo-americano, sono sicuramente più interessanti dello zotico Louder Than Love. Il full lenght Ultramega Ok, e gli EP incisi per la Sub Pop intitolati Fopp e Screaming Life, pur contenendo qualche naturale ingenuità – perché al rock fa sempre bene un po’ di sana innocenza – lasciano già intravedere che i ragazzotti di base a Seattle hanno delle carte valide da svelare sul panno verde. Da questo periodo, che per comodità scegliamo di raccogliere in un unico commento, tanto le differenze sono sottilissime, si segnalano diverse chicche della discografia soundgardeniana: la tenebrosa “Nothing to Say”, la sulfurea “Hunted Down”, l’apocalisse di “Entering”, “Swallow My Pride”, scrosciante cover dei Green River, e certamente la violenza di “Flower”. Davvero musica tanto fresca e sincera, seppur palesemente derivativa, che vale la pena di essere ripescata.

Sarebbero potuti essere molto di più, invece si sono accontentati di essere solo un buon gruppo. Sono stati i Soundgarden.

Screaming Life EP 68/100
Fopp EP 65/100
Ultramega OK 63/100
Louder Than Love 5/10
Badmotorfinger 72/100
Superunknown 84/100
Down on the Upside 71/100

Temple of the Dog 78/100

immagine di copertina realizzata da Antonio Pagano

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Soundgarden (2012) King Animal

Soundgarden

King Animal

2012 • once upon a grunge

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Oro: disco chiave, impresincibile
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Argento vivo: brillante conferma
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Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo