Brett Anderson • Slow Attack (2009)

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La carriera solista di Brett Anderson sembra seguire un percorso inverso a quella dei suoi Suede. Nonostante gli manchi ancora il capolavoro fatto e finito, cosa che questo Slow Attack non è quindi, la qualità delle sue prove va crescendo ad ogni uscita, contrariamente appunto a quanto accadde con i Suede, partiti con due album strepitosi e alcune delle b-sides più belle degli anni ’90 per perdersi pian piano con la dipartita di Butler, che, vale la pena ricordarlo, rimane uno dei chitarristi più influenti e importanti della sua generazione. Un discorso che non possiamo fare per Anderson, invece, ma solo perché la sua interpretazione nei Suede, quelli grandi per davvero, è ancora ineguagliata. Tuttavia, alla terza prova possiamo dire con assoluta certezza che abbia trovato la sua dimensione. Spezzando la glaciale introspezione degli arrangiamenti con il suo caldo timbro vocale, Anderson è a suo agio in questo suono lontano dalle chitarre dei Suede, e dimostra grande abilità nel sapere creare un ambiente in cui l’ascoltatore può condividere tutte le sensazioni che passo passo gli vengono suggerite.

Se l’atmosfera generale di Slow Attack rimanda in qualche modo al precedente Wilderness, le scelte stilistiche di Anderson questa volta tendono ad un confronto, che il nostro regge bene, con il Sylvian più ispirato e l’Hollis più solitario. Slow Attack non poteva apparire nei negozi in una stagione migliore dell’autunno inoltrato: minimale nella sua pur non povera strumentazione, fin dalla meravigliosa apertura con “Hymn” e nel video di “The Hunted” ci troviamo accanto un degno compagno di notti silenziose, abbandonati sul divano a luci soffuse con i riverberi di Brett che si riflettono nel nostro bicchiere di vino rosso. Un lavoro appositamente disegnato per augurarci un sonno tranquillo dopo il rassicurante incontro con un amico ritrovato, come sembra pregare la chiusura “Leave Me Sleeping”. Slow Attack è caratterizzato da un folk vicino a Kate Bush e Linda Perhacs, che viene rivisitato attraverso la lezione dei Talk Talk di Spirit of Eden. E’ così che su basi accuratamente semplici e mai indulgenti sono tessute trame raffinate, come la parte centrale di “The Hunted” che prepara all’ingresso dell’ultimo ritornello. Colpisce quasi immediatamente l’astratto lirismo che ben si sposa ai colori della copertina: Anderson rinuncia alla sua veste di paroliere/poeta e pare relegare la sua voce al ruolo di accompagnamento aggiuntivo al tappeto musicale circostante, piuttosto che libera narratrice di sentimenti inglesi come i suoi fan sono soliti aspettarsi. Le parole non di rado vengono trascinate in spazi che potevano spettare ad un altro verso, per poi lasciare a soffici note di pianoforte o agli archi il compito di riempire il silenzio. Si respira comunque un’aria meno forzatamente introversa rispetto al recente passato di Anderson, e anche nei momenti più criptici come nell’andamento fiabesco di “Julian’s Eyes” e quelli più sensualmente profondi come “Scarecrows and Lilacs”. Il pianoforte è il perfetto protagonista insieme alla voce: gli ingressi di “Frozen Roads” e di “Pretty Widows” brillano di luce propria, contraddistinte da intelligenti tocchi al pianoforte che in mano ad un Allevi qualunque verrebbero fatti passare per musica classica contemporanea da Tv, Sorrisi e Canzoni, quando invece solo di pop si tratta, ma di classe superiore. Si può parlare in generale di ballate, volendo semplificare il discorso, ma poi ci si aspetta qualche banalità come in Wilderness dovuta ad una non certo padronanza del mezzo acustico. Slow Attack ci risparmia e anzi aggira i possibili errori come nei crescendo di “Summer” e negli archi di “Ashes of Us”. Perdoniamo ad Anderson un finale scontato come quello di “Pretty Widows” solo perché a seguire arriva “The Swans”, che con “Hymn” certo rimane uno dei pezzi migliori che ci ha consegnato negli ultimi anni: è qui che la voce meglio si unisce alle note che la stringono, e la sollevano verso fasti che sembravano irrecuperabili.

L’età avanza, tanti attorno a lui sembrano volergli ricordare chi era e cosa l’ha reso grande, e non ci riferiamo solo agli appassionati sostenitori. Basti pensare alla reunion dei Blur, al ritorno degli Oasis e al loro scioglimento che ancora fa discutere, ai Pulp che annunciano concerti in un futuro vicinissimo, fino allo stesso Marr ai cui insegnamenti i Suede devono ben più di un inchino. Il britpop è richiamato in causa a gran voce, ed è ora che l’oscurantismo dell’era grunge finisca per lasciare spazio ai meritati consensi anche in un’Italia dove spesso i più ricordano sciocche battaglie da classifica e stereotipi per sentito dire. Dei suoi Suede, Brett Anderson con Slow Attack sembra voler proseguire il discorso di immortali canzoni come “The 2 of Us” e “Still Life”, canzoni che all’epoca suscitarono qualche dubbio nella critica e che oggi offrono il piano di appoggio ideale per uno degli animi più sensibili che la musica inglese abbia conosciuto. E’ un centro sicuro per i suoi veri affezionati, e la piena maturità del suo viaggio al buio.

 

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Brett Anderson (2009) Slow Attack

Brett Anderson

Slow Attack

2009 • chamber songwriter

77
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo